Linea d'ombra - anno XIV - n. 118 - settembre 1996

38 INCONTRI/DYER Geoff Dyer ILROMANZONON BASTA IMMAGINIOLTRCEORNICE Incontro con Riccardo Duranti Geoff Dyer, trentotto anni, è nato a Cheltenham, e per la sua scrittura sono stati fondamentali autori come Raymond Williams, Roland Barthes, fohn Berger. Dopo un inizio quasi fortuito, ha cominciato a pubblicare regolarmente su varie riviste e giornali inglesi. Il suo libro Natura morta con custodia di sax (lnstar, 1995) è vincitore del premio Somerset Maugham. In Italia è appena uscito, sempre per Instar libri, In cerca. Magari potresti cominciare a raccontarci qualcosa di te, del tuo retroterra, come hai cominciato a scrivere, quali influenze ti hanno spinto a prendere quella decisione. Ali 'università, a Oxford, ho studiato letteratura inglese e una delle cose che mi ha lasciato piuttosto sorpreso è stata che, dopo aver percorso l'intero canone letterario inglese, in pratica nessuno sembrava aver voglia di diventare uno scrittore: i miei colleghi continuarono gli studi per diventare avvocati, per entrare nel mondo della pubblicità o altro, ma in definitiva l'effetto del nostro corso di studi è stato quasi quello di scoraggiare la gente dal portare il proprio contributo alla tradizione letteraria che avevamo studiato ... Per quanto riguarda me, anche se non è che avessi poi questo prepotente desiderio di diventare uno scrittore, di certo non avevo però voglia di diventare qualsiasi altra cosa. E così, dopo la laurea, entrai in un periodo di disoccupazione in un momento in cui, In Inghilterra, la cultura della disoccupazione era particolarmente forte. Sono uscito dall'università nel 1980 e, come ha detto Roland Gift, il cantante dei Fine Young Cannibals, in America, dove la gente che vuole diventare scrittore o artista in genere lavora come cameriere, è difficile capire che in Inghilterra il sussidio di disoccupazione ha sostenuto un 'intera generazione di scrittori, di artisti, di ballerini e così via. Ed è stato in questo ambiente, diciamo così, di ozio creativo che: a) ho conosciuto nuove influenze, leggendo scrittori moderni fino ad allora sconosciuti; b) per mancanza di altro da fare, diciamo così, sono entrato in questa vita di scrittore indipendente, di recensore letterario e via discorrendo, dopodiché ho capito che tutto questo mi avrebbe in un certo senso permesso di perseguire la mia vaga vocazione di scrittore. E qual è stata la prima cosa che hai pubblicato? Può sembrare un po' sciocco, ma la prima cosa che ho pubblicato, la prima volta che ho visto il mio nome stampato, è stata una recensione a un romanzo di Milan Kundera. E direi proprio che, nonostante ci siano stati naturalmente anche molti ostacoli in seguito, quello è stato un momento cruciale per la mia carriera, in quanto il fatto di essere stampato mi mise in grado, una volta pubblicata quella recensione, di pubblicarne altre due o tre, più lunghe. Poi me ne hanno chieste altre, per riviste più importanti e così via. E il modo in cui sono riuscito a pubblicare quella prima recensione è molto interessante, credo. Come lettore mi stavo sempre più avvicinando alla fonte della scrittura contemporanea. È chiaro che all'università si studia per la maggior parte letteratura antica. Come lettore, compravo libri tascabili appena uscivano, perché magari avevo letto le recensioni delle edizioni di lusso e sapevo che un anno dopo sarebbero usciti in edizione economica, e così mi è venuta voglia di leggere le prime edizioni che non mi potevo certo permettere di comprare e addirittura ero arrivato al punto che volevo leggere i libri per conto mio prima ancora che gli altri li recensissero. C'era una rivista che si chiamava "City Limits" e, siccome volevo entrare nel vivo del dibattito critico e volevo dire quello che pensavo di questi libri, chiamai a raccolta tutto il mio coraggio per telefonare in redazione e chiedere se potevo fare queste recensioni. Fortuna volle che il redattore letterario di quella rivista non fosse in ufficio quando ho chiamato; la persona che lo sostituiva non si rese conto che non avevo mai pubblicato niente prima e quando il vero redattore tornò, ormai s'erano già impegnati a pubblicare questa recensione del libro di Kundera: il che dimostra che la fortuna gioca un grosso ruolo in queste cose. E qual è stato il primo libro autonomo che hai pubblicato? Be', il primo libro autonomo (Ways of Telling) in un certo senso non era affatto autonomo, perché era una specie di ... diciamo, una lunga recensione sull'opera complessiva di John Berger... Mi pare sia stato pubblicato nel 1986, perciò l'ho scritto tra il 1984 e 1985, immagino. E quello per me è stato un libro molto importante in quanto mi ha fatto passare una volta per tutte qualsiasi voglia di scrivere un saggio semiaccademico. Per far questo, però, ho dovuto pagare un prezzo molto alto e cioè quello di non esser riuscito a render giustizia a Berger, perché secondo me non si può rendere adeguato omaggio a uno scrittore del genere se non si utilizzano quelle libertà che lui ha messo ha disposizione di tutti, ed è questa una delle ragioni per cui il mio libro sul jazz, But Beautiful (Natura morta con custodia di sax, instar libri, 1993 ), è dedicato a lui: quello è un libro che è stato possibile scrivere soltanto sotto il suo influsso. Un influsso liberatorio ... Esatto, sì. Hai conosciuto Berger in occasione del tuo saggio o lo avevi già incontrato? Quando mi sono messo a scrivere il libro su di lui, lo avevo già intervistato per una rivista inglese, "Marxism Today". E poi, voglio dire, era già il mio scrittore preferito da diversi anni: recensivo i suoi libri appena venivano pubblicati e, nel corso della stesura del saggio, l'ho conosciuto sempre meglio; però, tra di noi c'era una specie di rapporto come tra guru e discepolo, anche se, voglio dire, sin dal! 'inizio, mi ero reso conto che non era solo un grande scrittore, ma anche un uomo assolutamente incredibile e posso senz'altro dire che una delle più belle cose della mia vita, uno degli aspetti di cui sono più soddisfatto, è che ora io e lui siamo diventati amici. È naturale, voglio dire, chiunque con un minimo di intelligenza si rende conto che fare il guru è una gran barba: è molto meglio fare amicizia con le persone. Sono d'accordo con te, la mia esperienza è stata analoga. A volte ho l'impressione che gli scrittori contemporanei siano organizzati a strati e certe volte lo strato che è in cima, che gode del maggior successo, che ha più lettori, non è necessariamente lo strato migliore. Vogliodire, c'è bisogno di scavare un poco per scoprire dove c'è una certa sostanza. La mia impressione è che

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