Linea d'ombra - anno XIV - n. 118 - settembre 1996

Di fatto non vedo emergere nuove linee maestre. Non ritengo che vi siano elementi interessanti nella linea che si occupa dell'analisi linguistica né nella filosofia del linguaggio. Fino a pochi anni fa la scuola anglosassone, comprendente la via pragmatica, ha avuto un'interessante evoluzione, con Peirce, Rorty, ma credo che ora questa elaborazione filosofica si stia incagliando molto velocemente, dando pochi risultati teoretici. Come si può giustificare l'enfasi data nella contemporaneità al tema della "morte del!' arte"? Il nome che siamo soliti dare a questa circostanza, "morte dell'arte", ricalca una terminologia hegeliana decisamente ingannatrice. Ma non abbiamo rimedi: non avendo un altro modo per designarla, dobbiamo utilizzarla. Secondo me attualmente le pratiche artistiche, come ho già detto, sono pratiche puramente sociali. Questo vuol dire che sono esclusivamente pratiche sociali. Nelle epoche scorse, classiche, le attività artistiche incarnavano anche valori specifici e significati. Anche oggi è possibile che accada lo stesso, ma le arti incarnano di fatto un solo valore, un solo significato: il compimento, la fine, la morte. Ecco che così inevitabilmente la teoria, la filosofia artistica, l'estetica possono riflettere solamente sopra il compimento che queste stesse arti rappresentano, perché esse stesse non parlano d'altro, non rappresentano altro. Se si ripercorrono gli ultimi cinquant'anni, solo cinquant'anni, dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi, si osserva un mutamento profondo nella musica, per esempio. Si pensi alla Scuola di Vienna, con tutto il connesso processo di distruzione del sistema tradizionale e classico di modulazione, per arrivare ai sistemi di pura rappresentazione sonora di organizzazioni o disorganizzazioni matematiche, organizzazioni o disorganizzazioni dello spettro sonoro ... Questi sono elementi appartenenti al laboratorio musicale, non alla musica. Nella pittura accade lo stesso, così come nella letteratura. Questo processo è di per sé molto interessante, anche perché non si presenta come processo unitario. Per esempio, esaminiamo ciò che chiamiamo letteratura, l'arte delle parole. Oggi si sta abbandonando un terreno che è stato fertilissimo per tutto il Diciannovesimo secolo, fino a buona parte del Ventesimo. La letteratura era allora il luogo privilegiato della significazione. A partire dalla seconda metà del Ventesimo secolo quest'arte è passata totalmente sotto l'egida del mercato. La letteratura è stata la prima arte a entrare coscientemente nel sistema del mercato, assumendo in se stessa la distruzione di tutti i valori letterari. Oggi è così difficile parlare di valore letterario semplicemente perché la stessa letteratura si sta involvendo e riciclando nella sua struttura commerciale. Questo non è però accaduto per la musica, ed è molto interessante vedere perché ciò non sia avvenuto. Constatiamo che le sale da concerto si vuotano quando il programma comprende musica contemporanea. La musica contemporanea non ha un grande mercato, a differenza della letteratura, che è riuscita a far astutamente e sottilmente coincidere valore e vendita. Oggi un compositore paragonabile a un Kundera in letteratura è considerato un cattivo compositore. Questo in letteratura non avviene. Anche il caso della pittura è particolarissimo. Stiamo infatti assistendo al crollo del mercato della pittura degli anni ottanta. A partire da quegli anni ci fu un accrescimento mostruoso del mercato, però senza abbandonare l'interesse per le opere anteriori. Ciò ha provocato un corto circuito che possiamo definire vera e propria follia, poiché porta alla rovina totale. Mentre le opere rinascimentali non hanno perso il loro valore, ora i musei non sanno cosa farsene dei dipinti degli ultimi trent'anni che hanno comprato. INCONTRI/DE AZUA 37 Non li possono vendere, perché i prezzi sono crollati e crolleranno sempre di più. Non possono bruciarli e non possono disfarsene in alcun modo. Credo però che per i musei potrebbe essere una buona soluzione appiccare continui incendi "accidentali" per disfarsi di tale materiale artistico che costa loro moltissimo denaro per assicurazione e manutenzione. Potrebbero cominciare a contrattare con la malavita perché dia alle fiamme intere ali di musei per poter distruggere questo enorme fardello della pittura e della scultura degli anni settanta, ottanta e novanta. Questo disastro potrebbe verificarsi anche per la letteratura e le altre arti. Come si può notare non si tratta quindi del mero discorso riduttivo della "morte dell'arte". La distruzione potrebbe durare mille anni ancora. Una cosa è il discorso teorico sull'estinzione dell'arte, un'altra il verificare che le arti "muoiano" effettivamente così. La mia è un'analisi anche etica, non solo estetica. Di fronte alla situazione senza uscita da lei delineata per l'arte e la società contemporanee, diceva bene, quindi, Marguerite Yourcenar: "Pe,fino la ribellione ormai è stereotipata". C'è un giudizio più esatto di Simone Signoret: "La nostalgia non è già più ciò che era". 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