36 INCONTRI/DE AZUA vivenza c'è evitare la riproduzione, o almeno non riconoscere la paternità/maternità dei figli. Bisogna avere figli anonimi, così si vivrà in un mondo di bambini non riconosciuti legalmente e che sicuramente diventeranno delinquenti. La delinquenza è infatti l'unica via di salvezza che ci rimane. Conveniamo che sia decisamente impossibile vivere conformi alla legge nella quotidiana pratica sociale. Se la rispettassimo rigidamente, infatti, moriremmo in brevissimo tempo. Siamo condannati quindi alla delinquenza. Un'altra strategia consiste nel viaggiare sempre su automobili rubate. Tra le varie strategie c'è anche quella della vena artistica. In molti ancora credono che le arti tradizionali abbiano un valore intrinseco. In realtà oggi le arti sono fragili pratiche sociali paragonabili allo sport. Si possono considerare come uno sport di lusso, uno sport elegante. "Gioco a golf', "Dipingo", "Gioco a tennis", "Compongo musica": sono espressioni che si equivalgono. In cambio si ha una strutturazione artistica della vita, con tanto di personalità false e fantastiche, con false vite simultanee vissute imboscandosi in cinque o sei selve, cinque o sei labirinti. Chiaramente io descrivo tutto ciò pur essendo completamente inserito in questo sistema. Se io dovessi reagire, farei come i personaggi descritti da Simenon, che mutano personalità entrando in un circuito di degenerazione e distruzione molto veloce. Io non potrei porre in atto ciò che sto consigliando. Se cambiassi di personalità così mi autodistruggerei in pochi mesi. Non potrei resistere. Un uomo come me non può rapinare una banca ... Torniamo alla sua "strategia" di scrittore: si notano nei suoi scritti varie affinità con Hans Magnus Enzensberger ... Con Enzensberger condivido vari principi estetici: chiarezza contro ermetismo, semplicità di esposizione contro preziosismo "afrancesado" (lezioso), divulgazione promiscua contro monogamia accademica, distanza contro militanza e molti altri. E soprattutto: ironia contro fatuità. Nel suo saggio Baudelaire y la vida moderna lei analizza la trasformazione della Natura dall'epoca classica a quella moderna, e la sua conversione da "Naturaleza" a "Nueva naturaleza". Potrebbe parlarci di questa distinzione? Il cambio di statuto che c'è tra la natura biologica e la metropoli, o la vita urbana come seconda natura è un cambiamento proporzionato al cambio di registro ontologico che si è effettuato tra il Diciannovesimo e il Ventesimo secolo. Baudelaire è uno dei primi a percepire tale mutamento. Per questo è interessante lo studio della linea benjaminiana, che di fatto ha il suo inizio con il poeta francese. Tuttavia bisogna spingersi ancora oltre, perché leggendo gli scritti di Benjamin si riscontra una certa nostalgia nei confronti della città del Diciannovesimo secolo. Rimangono in Benjamin tracce di una considerazione positiva, affermativa della città. Ciò è terminato. È un sogno ormai svanito. Come ho già detto, oggi viviamo in un universo concentrazionario, e dobbiamo paragonare le città a campi di concentramento - New York come Buchenwald, Roma come Auschwitz. Anzi, possiamo addirittura distinguere tra diversi tipi di città: ci sono quelle assimilabili a campi di concentramento e quelle assimilabili a campi di sterminio. Esempi di città simili al secondo tipo lo possiamo trovare nel Libano, al momento dello scoppio della guerra, oppure tra i popoli del Terzo mondo, come per esempio in Rwanda. In realtà cominciano a esserci anche nel Primo mondo situazioni paragonabili a queste. Per esempio ogni anno a Londra ci sono cinque o sei sommosse, e lo stesso accade a Los Angeles, a Parigi. Ci sono violente azioni di sterminio tra gruppi di appartenenza diversa. Dobbiamo studiare come accadono queste cose. Non sono fenomeni nuovi, ma hanno nuovi risvolti. Nella classicità vi erano rivolte contadine, rivoluzioni di schiavi. Oggi vi sono sommosse, rivolte circoscritte, non più rivoluzioni. Questi sono elementi che Benjamin non conosceva, che non poteva conoscere. La sua analisi è interessante, ma contiene intere zone di insufficienza esplicativa. E allora, a quali strumenti interpretativi, a quali linee di pensiero ci possiamo accostare per districarci nella contemporaneità? In realtà non possediamo alcuno strumento del tutto valido. Non vi è appiglio al di fuori della tradizione della riflessione riguardo alle arti, del!' estetica. Inoltre oggi c'è una specie di strana disciplina che si sta formando tra l'estetica e l'etica. Su questo nuovo sentiero, in questa nuova via sincretica possiamo trovare validi strumenti. Disponiamo anche, in realtà, di strumenti lasciatici dalla tradizione metafisica. Sono strumenti pre-nichilisti, o meglio di un nichilismo non ancora assunto, precosciente. I primi strumenti utilizzabili in questo senso sono quelli di Nietzsche. Nei suoi scritti vi è un'enormità di elementi peculiari ai quali rifarsi. Heidegger e Nietzsche sembrano essere i depositari di tali elementi. In realtà Heidegger costrinse Nietzsche in ambiti interpretativi molto circoscritti. Infatti, in un breve saggio - incluso nei seminari - Heidegger tenta di presentare Nietzsche come l'ultimo filosofo metafisico, come il filosofo della fine della metafisica, per collocarlo all'interno del sistema metafisico. Invece il valore di Nietzsche consiste nel poter essere letto in questa chiave oppure in quella contraria. La magnificenza di Nietzsche sta nel suo essere in bilico tra il centro perfetto del!' ordine del limite della metafisica e della fine della metafisica stessa. Si può far discendere da questa posizione la nuova linea che arriva fino alla via nichilista di Foucault, Derrida ecc ... Ciò conferisce un diverso taglio interpretativo di Nietzsche, completamente distinto da quello heideggeriano. Nel primo caso Nietzsche è considerato come il filosofo dell'ultima categorizzazione metafisica, nel secondo egli sta già trovando strumenti utili al di fuori della metafisica. Questa seconda linea, nietzschiano-foucoltiana è quella che preferisco. Credo che queste siano le due uniche linee di forza che abbiamo a disposizione. Non ve ne sono altre? No, credo che fino a oggi nessun'altra linea, nessun altro linguaggio, nessun'altra famiglia abbiano elaborato una forza maggiore. Incontriamo ovunque l'influenza nietzschiana, che impregna tutto. È un'influenza di osmosi con la contemporaneità. E dove colloca Hannah Arendt, che anche Agamben giudica basilare per la sua interpretazione della contemporaneità? Possiamo far rientrare il suo pensiero in una delle categorie da lei descritte? Credo che Hannah Arendt sia da annoverare tra le "teste pensanti" del secolo. Fa parte di quella linea di pensiero che si è fruttuosamente occupata dell'universo concentrazionario e del totalitarismo. In questo senso sono fondamentali anche Junger, Karl Schmidt e anche alcuni seguaci stessi del totalitarismo. Gli elementi illuminanti di questo filone però non si sono unificati in una filosofia compatta, composta in un tutto di forza. Non si tratta quindi di una nuova linea maestra.
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