Linea d'ombra - anno XIV - n. 118 - settembre 1996

34 INCONTRI/SEPÙLVEDA due atteggiamenti. Scrivo di ciò che conosco bene, e conosco molte cose. Ho visto molto mondo. E siccome sono un buon lettore, so che agli altri lettori piacciono le storie ben narrate, ma che non sono disposti ad accettare civetterie pseudointellettuali o attacchi di erudizione da parte degli autori. Io rivendico il piacere di raccontare storie, una specie di ritorno alla letteratura orale che tanto amo. Il tuo stile, molto efficace, è sempre essenziale, sobrio. È un fatto spontaneo o una scelta? Il mio stile è sobrio, ma non in modo ricercato. In questo senso ho sempre presente la lezione di Hemingway, che ha detto: si possono scrivere ottime storie con parole da venti dollari, ma la cosa davvero lodevole è raccontare quelle storie con parole da venti centesimi. Io scrivo, prima di tutto, per capire meglio me stesso. E questo si ottiene solo senza troppa magniloquenza letteraria, con la sobrietà del timoniere il quale sa che, pur avendo tutto il grande mare a disposizione, basta un lieve tocco di timone per allontanarlo dalla sua rotta. Nella tua opera ci sono indimenticabili personaggi maschili: quando darai vita a un personaggio femminile? So che devo a me stesso e agli altri un grande personaggio femminile. Il fatto è che non credo di conoscere abbastanza bene l'altra parte dell'umanità, la donna. Le donne non smettono mai di sorprendermi. Tutti i giorni imparo qualcosa su di loro, ma non ne so ancora abbastanza. Però mi sforzo di riuscirci e un giorno o l'altro arriverà sulle mie pagine un grande personaggio femminile. Qual è, nella tua opera in generale e nel tuo ultimo romanzo - La frontiera scomparsa - in particolare, il peso del vissuto, dell'esperienza autobiografica? Ogni volta che affronto un viaggio mi dico: e ora dove vai carico di ricordi, di così tanto amore, di così tanti sogni? Indubbiamente la mia vita, il vissuto, è pa11eessenziale della mia letteratura, perché sono certo di aver avuto una vita coerente e che se dovessi ripercorrerla lo farei ripetendo ogni passo, ogni errore, ogni successo. La mia soddisfazione più grande arriva quando nei momenti di debolezza, dopo che mi hanno davvero fottuto, mi metto davanti allo specchio e vedo un uomo che conosco, un uomo che ha saputo essere degno della parola compagno. Non ho il minimo problema o alcuna inibizione a consegnare parte della mia vita e della mia esperienza ai miei personaggi. Cosa significano per te le tue radici cilene, il tuo passato latinoamericano? Sono nato in Cile, ma sono latinoamericano, intensamente latinoamericano, orgogliosamente latinoamericano. Non è una questione di passato, e nemmeno di presente, ma di futuro. Quando sai che sei depositario ed erede di un crogiolo di culture impossibile da nominare senza dimenticarne qualcuna, quando conosci la gioventù e le speranze del continente, e soprattutto quando sai chi sono i nemici del!' America Latina, allora ti rendi conto che la tua vita di latinoamericano si proietta enormemente lontano e porta con sé una responsabilità che assumi con orgoglio. Sono indio ed europeo, sono africano e dei Caraibi, sono devoto a mille divinità e convinto che il destino lo costruiamo noi uomini. Ecco cosa significa essere latinoamericano. Cile, Argentina, Uruguay hanno seguito un'evoluzione simile e sono passati dalle sanguinarie dittature degli anni settanta e ottanta a una certa democrazia. Come vedi questo cambiamento e quali speranze nutri in questo processo? Rispetto le evoluzioni democratiche dei paesi del Sudamerica, ma ho seri dubbi riguardo alle basi su cui si sostengono. Non concepisco la democrazia senza sindacati forti, senza contratti di lavoro, senza una rigorosa partecipazione dello Stato come organo tutelare della normalità di un paese. Non sono statalista, ma considero lo Stato un male necessario, almeno per il tempo che impiegheremo a scoprire che possiamo basare la convivenza umana sul dialogo libero e fraterno e non sulla repressione. Oggi, Argentina, Cile e Uruguay non sono dei paesi, sono delle imprese. Il mostruoso modello economico neo liberale - una visione del capitalismo portato alla sua espressione più selvaggia - è riuscito a imporre il mercantilismo come valore superiore alla solidarietà, a far prevalere l'egoismo sulla generosità, la stupidità sulla cultura. Sono molto critico al riguardo, ma al tempo stesso sono ottimista. E il mio ottimismo si chiama, per esempio, Chiapas. Oggi è possibile imporre un modello economico neoliberale perché i governi devono fare i conti o con le limitazioni che hanno ereditato dalle dittature o con la forza che le dittature continuano ad avere, anche in democrazia, ma esiste pure la volontà latinoamericana di essere indipendenti, e questo mi rende ottimista. Senti di aver avuto un'evoluzione come scrittore da Il vecchio che leggeva romanzi d'amore alla Frontiera scomparsa, i libri attraverso i quali sei noto al pubblico italiano? Un'evoluzione? Non lo so. Ogni libro è un passo in più, un tentativo di comprensione, di avvicinamento al mondo. Non credo nella summa. Anzi, credo che ogni libro sia una bella spoliazione volontaria, una dolce automutilazione che l'autore compie con evidente piacere, perché era necessaria. Se c'è qualcosa di cui sono sicuro, è che la scrittura mi da ogni giorno più gioia. E siccome so con certezza che, più che uno scrittore, sono un narratore di storie, non saprei proprio dire quali caratteristiche abbia questa evoluzione, se davvero c'è stata. Quale preferisci tra i tuoi libri? Il libro che più mi piace è una storia di pirati a cui lavoro già da tre anni. Mi piace per la storia in sé, perché scrivendola mi sono divertito alla grande e per l'enorme sforzo che ha significato il lavoro di documentazione. Ci puoi raccontare qualcosa della tua incursione nella letteratura per ragazzi e dei tuoi progetti futuri? Ho scritto vari racconti per bambini e recentemente ho osato cimentarmi in un romanzo non per ragazzi, ma per lettori da otto mesi a ottantotto anni. È la storia di un gatto, il mio gatto, che deve insegnare a volare a una piccola gabbiana. Credo che sarà pubblicata quest'anno in Italia. E poi lavoro a un altro libro per ragazzi che ha una storia molto curiosa: un giorno, a Brema, vicinissimo al monumento dedicato alla favola che parla della città, ho scoperto un 'iscrizione su una pietra: "Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia". Allora ho deciso di raccontare la storia di questa persona, un argonauta che si lascia cadere di notte in città sconosciute e si mette sempre dalla parte dei bambini. Quanto ai progetti futuri, ne ho molti: il romanzo di pirati, il romanzo per ragazzi, un secondo romanzo amazzonico che correggo e ricorreggo, un romanzo che racconta l'ultimo giorno di Butch Cassidy e di Sundance Kid, un libro sulla la Patagonia che sto preparando assieme al fotografo argentino Daniel Mordzinski, e una storia d'amore molto bella nella quale tento di far parlare le meravigliose donne della mia generazione.

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