Linea d'ombra - anno XIV - n. 118 - settembre 1996

Il mio rapporto con la scrittura è passionale e di gran piacere. Lavoro contemporaneamente a varie storie. Amo il computer, che mi permette di aprire e chiudere la storia che voglio. Preferisco lavorare al mattino, perché credo che le idee siano più fresche. Seguo le ricette di Hemingway che dicono: neppure un goccetto prima o durante il lavoro e smetti di lavorare solo quando sai come va avanti la storia. Quando sento che una storia è finita, quando ho messo il punto in fondo a un romanzo, lo lascio, me ne allontano per almeno sei mesi. Poi lo rileggo e inizia il faticoso lavoro di dargli una forma estetica, di renderlo leggibile e credibile. Sono molto rigoroso sotto quest'ultimo aspetto. Correggo e ricorreggo. E lascio andare i manoscritti solo quando sento che sono definitivi e sono sicuro del prodotto finale. Scrivo al mattino, ma siccome viaggio molto, ho preso gusto a scrivere ovunque. Nella mia lista degli aeroporti più comodi per scrivere ci sono quelli di Amsterdam e di Austin, in Texas. E in cima alla lista delle biblioteche più comode per scrivere c'è quella del British Museum, perché sotto i tavoli ci sono le prese per il computer. Vorrei sapere quali sono gli autori che hanno avuto maggiore influenza su di te e quelli che senti più vicini. Gli scrittori che mi hanno influenzato e che continuano a influenzarmi sono molti. Credo che in primo luogo ci siano tutti gli autori di romanzi d'avventure: Verne, Salgari, Conrad; Stevenson, Coloane, Melville, Kart May, Kipling, Mark Twain. A loro si sommano Cortazar, Capote, Hemingway, Hammet, Ambler, Rulfo, Borger, Dos Passos. Poi tutti i giganti del romanticismo tedesco, da Novalis a Holderlin, e subito dopo viene la lista dei contemporanei, che per di più, con mia grande gioia, sono amici miei. Chi potrebbe resistere alla vitalità di Paco Taibo II, di Soriano, di Jerome Charyn, di Rolo Diez? E la lista è lunga, lunghissima. Vorrei la tua opinione sul realismo magico, che per molti anni in Europa ha significato la letteratura latinoamericana, e sul- !' attuale panorama letterario del cono sur. Penso che il realismo magico abbia compiuto una funzione importante e che l'opera di Garcfa Marquez, di Rulfo, di Carpentiere di Isabel Allende resterà. Ma credo anche che gli scrittori della mia generazione si siano discostati da questo marchio di fabbrica, da questa odiosa denominazione di origine, e abbiano iniziato a raccontare la magia della realtà. In altri termini, ci siamo allontanati dall'aneddoto poetico per andare più alla sostanza delle cose. Quanto alla letteratura latinoamericana, a mio avviso, sta attraversando il suo momento migliore. Sembrava che dopo il boom non ci fosse più nulla, e questo ha a che vedere con la storia tragica dell'America Latina. Quelli che per età venivano dopo il boom sono morti nelle lotte politiche o in terribili incidenti. La poesia si chiamava Paco Urondo, Roque Dalton, Otto René Castillo, Javier Heraud. Il romanzo si chiamava Haroldo Conti, Angel Rama, Marta Traba, Manolo Scorza. Per fortuna alcuni si sono salvati e grazie a loro esiste un piccolo ponte generazionale. Io non esisterei come scrittore latinoamericano se non fossero vivi Juan Gelman e Antonio Cisneros. E non solo io. Tutta la scuderia di latinoamericani che oggi riempie le librerie del mondo è in debito con questa generazione sacrificata. Siamo loro debitori e abbiamo l'obbligo di difendere quell'etica per cui loro si sono sacrificati. Più in generale, credo che tutta la letteratura scritta in lingua spagnola sia sulla buona strada, perché finalmente gli scrittori spagnoli hanno capito che dovevano abbandonare la Spagna della paccottiglia e delle nacchere. È stato penoso per loro rendersi conto che la lingua spagnola la facINCONTRI/SEPULVEDA 33 ciamo noi latinoamericani e quando l'hanno capito, hanno iniziato a dare buoni frutti. Mi riferisco alle opere di Munoz Molina, Landero, Llamazares, Fajardo, che hanno osato stringere la mano che abbiamo teso loro dicendo: ragazzi, smettetela una buona volta di scrivere in quel dolce dialetto di pastori che si chiama castigliano e adottate con noi una lingua di carattere universale, lo spagnolo. Infine, non posso fare a meno di dire che è su un'ottima strada anche la letteratura scritta nell'altra grande e nuova lingua dell'America Latina, il portoghese ricreato dai brasiliani. Basta leggere le opere di Milton Hatoum, Marcio Souza, Eric Nepomuceno, Joào Ubaldo Riveiro, Moaycir Sclair, Nélida Pin6n ... romanzieri fantastici. A proposito del ruolo dello scrittore, Sa/man Rushdie scrive: . "La narrativa dice la verità in un'epoca in cui le persone cui è demandato dirla inventano storie. I politici, i media, coloro che creano le opinioni inventano storie. Allora è dovere dello scrittore di finzioni cominciare a dire la verità". Paco Taibo Il, parafrasando von Clausewitz, sostiene addirittura che "la letteratura è un altro modo difar politica" ... Sono perfettamente d'accordo con le definizioni di Clausewitz, Taibo II e del collega Rushdie. Io credo che abbiamo l'obbligo, coi mezzi del!' invenzione letteraria, di mostrare il mondo così com'è. Sono troppi quelli che si incaricano di deformare la realtà secondo la loro convenienza. La letteratura ha il dovere di tutelare la verità storica. E nella letteratura c'è posto per tutto, per il talento, per la creatività, per la stupidità, per I'umorismo, per tutto meno che la finta innocenza di coloro che si rifiutano di vedere il mondo così com'è. Credo che alcune tue opere, e in particolare Un nome datorero, potrebbero rientrare in quello che Vazquez Montalban definisce "giallo ideologico" inscrivendovi i romanzi del suo malinconico Carvalho e, per esempio, i libri di Pennac, Daeninckx, Sciascia. Il "giallo ideologico" sarebbe un incrocio fra diverse forme espressive adatto a descrivere una realtà in crisi ... Condivido l'opinione di Vazquez Montalban, il quale, oltre a essere uno scrittore straordinario, è un "uomo perbene" e un grande formulatore di sintesi. I nostri sforzi - parlo di Taibo II, di Rolo Diez, di Mempo Giardinelli e di me stesso - io li definisco "romanzo militante di salvaguardia della memoria storica". Qualche tempo fa un giornalista di "Repubblica" ti ha definito un "ecoscrittore" per l'importanza delle tematiche ecologiche nei tuoi romanzi. Puoi parlarci un po' di questo tuo interesse? Io mostro il mondo così com'è, perciò non posso trascurare la gravità del disastro ecologico. Sono un difensore della vita e pertanto ho il dovere morale, etico, di denunciare il cammino verso il suicidio di massa a cui ci costringe l'irrazionalità del capitalismo. Ma non mi piace questa definizione di "ecoscrittore" semplicemente perché non mi piacciono le etichette. Pur non trascurando l'impegno civile, come abbiamo visto, mi sembra che per te uno dei fini della letteratura sia anche quello di dilettare il lettore, e i tuoi romanzi ci riescono così bene da scalare ogni volta le classifiche dei libri più venduti. Nella tua opera è molto vivo il piacere di raccontare storie ... Ho sempre saputo distinguere fra il mio atteggiamento etico davanti alla vita e il mio atteggiamento estetico davanti alla letteratura. La mia opera cerca di stabilire un ponte coerente fra i

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