Linea d'ombra - anno XIV - n. 118 - settembre 1996

32 INCONTRI/SEPULVEDA Luis Sepulveda DALREALISMOMAGICO ALLAMAGIA DELLAREALTÀ LASCRITTURMAILITANTE a cura di Ilide Carmignani Luis Sepulveda è nato in Cile nel 1949. Ha conosciuto il carcere e la tortura per motivi politici ed è stato costretto all'esilio. Grande viaggiatore, ha girato il mondo anche per conto dell 'Unesco e di Greenpeace. Attualmente si divide tra Amburgo, dove vivono i suoi figli, e Parigi. li grande successo internazionale per Sepulveda è giunto con Il vecchio che leggeva romanzi d'amore (Guanda 1993), una poetica storia d'ispirazione ecologica ambientata nella foresta amazzonica. L'anno successivo è uscito un avvincente romanzo sullo sterminio delle balene nei mari tempestosi della Terra del Fuoco, Il mondo alla fine del mondo (Guanda), a cui è seguito Un nome da torero (Guanda 1995), un amaro "giallo ideologico" che vedono confrontarsi due ex compagni, un agente_d~i s_ervizis_egreti della Rdt e un guerrigliero cileno, due modi opposti d1 vivere Il comunismo e il suo crollo. Nel 1995 Sepulveda pubblica Patagonia Express (Feltrinelli), un affascinante libro di "appunti dal Sud del mondo", cronaca di un viaggio che avrebbe dovuto compiere con Bruce Chatwin, se nel frattempo l'amico non fosse tristemente scomparso. Quest'anno, infine, ha dato alle stampe La frontiera scomparsa (Guanda), le picaresche avventure di un giovane prigioniero politico cileno costretto ali 'esilio, che dopo aver a lungo vagato per tutta l'America Latina, ritrova le sue radici nel villaggio andaluso da cui il nonno anarchico è fuggito agli inizi del secolo per difendere il suo amore per la libertà. Tra poco infine, verrà pubblicato da Salani Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, un libro per ragazzi tenero e divertente ispirato ai temi dell'ecologia e della tolleranza. Quando è nato in te il desiderio di scrivere? A dire il vero ho iniziato a scrivere quando ero molto giovane. All'Instituto Nacional di Santiago dove studiavo, tutti noi studenti impazzivamo per una professoressa di storia. Era una donna dotata di una forte carica erotica, e lo sapeva bene. Ora, con gli anni, sono arrivato a pensare che in lei ci fosse qualcosa di perverso, di dolcemente perverso, che la faceva sentire molto felice quando quel gruppo di piccoli machos quindicenni - noi - le sbavava dietro. Un giorno infilai nella macchina da scrivere di mio nonno, una vecchia Underwood, della carta, quattro fogli di carta carbone, e quattro veline per fare delle copie (ali' epoca non si era ancora realizzato il miracolo della fotocopiatrice), e scrissi la mia prima storia - erotica, o meglio porno - sulle "calde avventure di una professoressa di storia". Fu un successo che passò di mano in mano finché i fogli non caddero a pezzi. Quando "pubblicai" il quinto racconto con lo stesso personaggio, un esemplare finì nelle mani del direttore dell'istituto e pensai che mi avrebbero espulso, ma non fu così. L'uomo, che era un amante della letteratura, lesse la mia storia e disse: "Sai che scrivi abbastanza bene? Mettiamo da parte queste sciocchezze e d'ora in avanti collaborerai alla rivista letteraria della scuola". Già allora avevo ben chiaro che volevo scrivere, guadagnarmi la vita scrivendo, non essere "uno scrittore", ma scrivere per il puro piaceluis Sepulvedo.FotoGiovanni Giovannetti/Effigie. re di scrivere. Scrivevo poesie, racconti, molti racconti - effettivamente abbastanza influenzati da Cortazar -, di cui non mi pento, e così, piano piano, un giorno, un amico di mio padre mi trovò un posto come redattore in un quotidiano, il "Clarfn", un giornalaccio scandaloso, ma di sinistra. Avevo diciassette anni e il mio lavoro consisteva nell'accompagnare la polizia sul luogo del delitto e durante le indagini. Vidi molti morti, troppi, e ogni giorno, prima della chiusura della redazione, alle quattro del mattino, dovevo scrivere il mio articoletto di duecentocinquanta parole. Il caporedattore, un tipo di nome Zurita di cui dicevano che non dormiva mai, che viveva al giornale, che beveva litri di caffè e fumava centinaia di sigarette al giorno, leggeva il mio articoletto e prima di gettarlo nel cestino mi diceva: "Questa è una stronzata, è pura letteratura, scrivi come un giornalista". Da quel tipo imparai molto. Con lui mi sono fatto la mano. In seguito ho scritto per la radio. Là ho appreso a lavorare tenendo conto del tempo. Dovevo raccontare una storia in ventotto minuti. Anche quella è stata una grande scuola. Insomma, ho iniziato molto giovane. Quando nel 1970 vinsi il premio Casa de las Américas col mio primo libro di racconti, vivevo già in quello che scrivevo, e a dire il vero mi divertivo molto. E la scrittura continua a divertirmi. Vorrei che tu ci parlassi delle tue abitudini di scrittore - Garda Marquez, per esempio, lavora ogni mattina e solo alla mattina, seguendo un rituale ben preciso - e del tuo rapporto con l'atto concreto dello scrivere...

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