Linea d'ombra - anno XIV - n. 118 - settembre 1996

28 INCONTRI/VALDÉS stata stampata fronte/retro e con l'interlinea stretta, vi sono stata obbligata a causa della penuria di carta". Inoltre, la protagonista del romanzo si sente professionalmente insoddisfatta perché è caporedattrice di una rivista che non si pubblica più a causa della penuria di carta. Così passa ore in ufficio senza far niente e spreca gran parte del suo tempo libero in code o in piccole faccende domestiche che nel mondo occidentale sarebbero questione di qualche minuto. Come ha influito la crisi economica degli ultimi anni sulla produzione culturale? Paradossalmente, grazie alla crisi, io ho scritto il mio romanzo Il niente quotidiano. Se non ci fosse stata la crisi non l'avrei scritto, non avrei avuto l'ispirazione per scriverlo. In generale, comunque, l'influenza è stata negativa. Adesso a Cuba non si scrive quando si ha l'ispirazione, ma quando si riesce a trovare un po' di carta. Gli scrittori non godono di nessun privilegio, vivono come qualsiasi altra persona con tutto ciò che questo implica: i blackout, il libretto del razionamento, la mancanza di acqua, di alloggi e della cosa più importante, la carta. Carta e matite sono oggetti pregiati: si riciclano in ogni casa. Per esempio, qui tu ricevi una lettera e getti la busta, a Cuba una busta si usa più volte. In questa situazione così critica, come sei materialmente riuscita a scrivere il tuo romanzo? Ho rubato la carta dall'ufficio in cui lavoravo. Poi mi hanno aiutato i miei amici stranieri. È fondamentale avere una rete di amici ali' estero. Io, per esempio, avevo scritto un libro di cinema con degli americani e loro, conoscendo i miei problemi, mi mandavano sempre carta, penne e matite. Grazie ai miei amici ho potuto continuare a scrivere. Pensa che i vicini si accorsero che in casa avevo della carta e si sparse la voce in tutto il palazzo, così quando qualcuno del vicinato doveva scrivere una lettera veniva a casa mia a chiedermi un foglio. Cosa puoi dirmi della censura a Cuba? L'embargo è già una censura. Se non c'è carta non puoi pubblicare. Poi c'è una autocensura che è nella testa di tutti. Fin da bambini impariamo a parlare due lingue: c'è una lingua per la scuola, il lavoro, le riunioni e un 'altra lingua per parlare con i tuoi famigliari e amici. Si impara presto che ci sono cose di cui si può parlare e altre di cui non si può parlare. Ci sono dei temi tabù, per esempio Fide! Castro, nessuno può parlare male di lui. Un altro tabù è l'economia. Per rendersene conto basta guardare i notiziari televisivi in cui non si parla mai dei veri problemi che sta attraversando Cuba, anzi, ascoltando il telegiornale si ha l'impressione di vivere in un paese come l'Italia, dove non manca niente. Sarebbe possibile pubblicare Il niente quotidiano a Cuba? Assolutamente no. Ho fatto leggere il mio romanzo ai miei amici e mi hanno detto che ero matta. C'è anche stato qualcuno che si è rifiutato di leggere un libro con un titolo simile. Se non avessi avuto la possibilità di pubblicare in Francia, dove avevi già un editore, avresti scritto ugualmente Il niente quotidiano? Sì. In Francia Il niente quotidiano è stato accolto molto favorevolmente dalla critica e dal pubblico. Stai per essere pubblicata in Italia (Zanzibar), Spagna, Germania, Olanda, Stati Uniti. Come spieghi il tuo successo all'estero? Il successo che ho mi dà molto fastidio perché è dovuto più a motivi politici che letterari. Quando ti sei decisa per l'esilio? Ho vissuto a Parigi dal 1983 al 1988. Ho sempre viaggiato molto e l'ultima volta che ho lasciato Cuba per venire a vivere a Parigi, nel gennaio di quest'anno, non avevo assolutamente pensato a una rottura definitiva con il mio paese. Però adesso so che non potrò più tornare. A causa della pubblicazione ali' estero di Il niente quotidiano? Sì, a me piacerebbe che a Cuba il libro fosse accettato come un libro critico, ma so che non è possibile. Se ritorno non mi lasceranno _piùuscire e avrei anche dei problemi. Vuoi dire che ti incarcererebbero per aver scritto questo libro? Sì, però troverebbero un altro pretesto. Se mi incarcerassero per il libro, Actes Sud, la mia casa editrice, farebbe delle pressioni a livello diplomatico. Loro sono molto astuti e lo sanno. Cercherebbero un pretesto, e in un paese dove la gente non fa che far traffici per trovare qualcosa da mettere sotto i denti, non è difficile trovare un pretesto. La Gusana, l'amica della protagonista del tuo romanzo che vive in esilio, ha nostalgia del mare e degli amici. Cosa ti manca di più di Cuba? Mia madre, il mare - ali' Avana vivo di fronte al mare - i miei amici, anche se ne restano sempre meno perché tutti se ne vanno, e certi posti, ma anche di questi posti ne restano sempre meno. Per esempio ho nostalgia di certi ristoranti o caffè dove andavamo da ragazzi, ma adesso cadono a pezzi o sono diventati locali per stranieri, dove non possiamo più andare perché si paga in dollari. Per scappare da/l' "isola che voleva costruire il paradiso e costruì l'inferno", vale la pena rischiare la vita su un pneumatico di camion o, nella migliore delle ipotesi, su una zattera difortuna? No. Che consigli potresti dare a chi vuole scappare da Cuba senza averne i mezzi? È difficile dare dei consigli perché conosco il livello di disperazione di molta gente. Quando nell'agosto del 1994 c'è stata la crisi dei balseros, io vivevo davanti al mare e li vedevo partire. Sono scesa molte volte per cercare di convincerli a rimanere. C'erano delle donne sole con bambini piccoli e io le mettevo in guardia contro i pericoli del mare, facevo del mio meglio per convincerle, ma mi rispondevano che era inutile rimanere se non c'era latte da dare ai loro figli. Altri mi dicevano che il motto di Cuba è "La patria o la morte" e che loro preferivano la morte. Partirono allo sbaraglio, su zattere che non potevano resistere a onde di due metri, senza conoscere i pericoli del mare. C'erano donne che sono partite con le mestruazioni, senza sapere che il sangue attira gli squali. È così che si sono perse molte vite. Qual è stata la tua prima impressione dell'Europa? Avevo 23 anni quando per la prima volta uscii da Cuba e andai a Madrid. Non mi sono goduta niente perché vedevo tanto cibo, tante scarpe e pensavo alla gente a Cuba che non ha niente. Dopo arrivai a Parigi dove ho vissuto cinque anni. A Parigi ebbi la stessa sensazione. È ridicolo, ma avevo paura di uscire di casa, mi faceva paura il metro, tutto mi spaventava. Un'altra cosa

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