GEOGRAFIELm'ERÀRIE -- - 27 Zoé Valdés LALETTERATURSAOVVERSIVA Incontro con Barbara Bertoni Zoé Valdés (L'Avana, 1959) è sceneggiatrice, poetessa e scrittrice. Ha vinto il premio "Roque Dalton y Jaime Suarez" per la raccolta di poesie Respuestas para vivir e il premio "Juan March Cencillo" per il romanzo breve La hija del embajador. Nel suo romanzo La nada cotidiana (Il niente quotidiano) racconta l'educazione sentimentale e politica di una giovane donna cubana che, in pieno "periodo speciale" - espressione che nella lingua di Fide! sottintende un periodo di penuria dei generi di prima necessità, razionamento, blackout - esaurito il rapporto con i genitori, abbandonata dagli amici che hanno preso la via dell'esilio e professionalmente insoddisfatta (è caporedattrice di una rivista che da anni non si pubblica per mancanza di carta) cerca nel sesso e nella contemplazione dell'azzurro del mare il senso del suo esistere. Per pubblicare quest'opera Zoé Valdés ha scelto l'esilio (da gennaio risiede a Parigi). Dopo l'accoglienza positiva in Francia, La nada cotidiana sta adesso per essere pubblicato in Italia (Zanzibar), Spagna, Germania, Olanda e Stati Uniti. "Linea d'ombra" ha incluso alcune poesie di Zoé Valdés nel numero 53 dell'ottobre 1990. Parlami della tua relazione con Cuba, "l'isola che voleva costruire il paradiso", come la definisci nel tuo romanzo Il niente quotidiano. Continuo a sentirmi legata a Cuba da un profondo amore, io non ho rotto i ponti con Cuba. Non sono d'accordo con molte cose che stanno succedendo, ma rimane sempre il mio paese, dove vive la mia gente. Sei nata nel 1959, lo stesso anno della rivoluzione. Che cosa ha significato per te? Nascere nello stesso anno della rivoluzione è come nascere con un segno particolare. In certi casi può essere positivo, in altri negativo. Io sono stata segnata dall'evoluzione della rivoluzione. Come tutti gli studenti, per certi periodi ho dovuto partecipare ai lavori nei campi e quando ero bambina facevo parte dei "pionieri". Non sono mai stata militante del Pcc perché non mi hanno mai accettato per problemi disciplinari, ma ho partecipato a tutte le attività, come facevano tutti. Sono cresciuta in mezzo a queste idiozie del mondo migliore e dell'uomo nuovo, che rendevano la vita del singolo qualcosa di molto trascendentale, di troppo impegnato, e alla fine tutto si è rivelato un fallimento. La mia generazione è cresciuta tra ordini e slogan, ma non sempre questi davano il risultato sperato. Si notava già un certo desiderio di ribellione nei confronti di tutte queste attività a noi imposte, per esempio mi ricordo che a scuola ogni mattina, prima dell'inizio delle lezioni, dovevamo salutare la bandiera e gridare "Saremo come il Che", ma tutti sotto voce aggiungevano "Asmatici". La mia generazione è stata una generazione di complessati: i nostri genitori sono stati guerriglieri, hanno fatto larivoluzione, hanno partecipato alle compagne di alfabetizzazione. Noi non abbiamo fatto niente, siamo nati e abbiamo trovato tutto pronto e questo ci creava dei complessi. E i giovani di oggi? Non credono più alla politica. Quando ci sono delle attività politiche, dei discorsi, organizzano sempre un concerto, è il solo modo per garantirsi la partecipazione dei giovani. Quando hai iniziato a essere più critica nei confronti del sistema politico? Quando ho iniziato a scrivere. La letteratura è sovversiva, anche il cinema, ogni forma d'arte è sempre sovversiva. E anche quando mi sono resa conto che c'era qualcosa che non andava nella vita di tutti i giorni, però non ero apertamente critica perché a Cuba non si può mai essere apertamente critici. Se sei polemico e ti ribelli puoi andare incontro a seri problemi. Esistono degli spazi di intervento per gli intellettuali? No. C'è l'Icai, l'Istituto cubano dell'arte e dell'industria cinematografica, dove si respira una certa libertà e dove tra mille difficoltà si sta facendo qualcosa, ma che spazio d'intervento può mai avere uno scrittore se non si pubblica quasi niente e quel poco che si pubblica è controllato dal partito? L'attuale crisi economica di Cuba si deve di più alt' embargo o alt' incapacità del sistema di mettere in pratica una politica economica efficace? In un primo momento l'embargo era la causa principale dei problemi economici di Cuba. Oggi però, visti i sempre maggiori investimenti stranieri, soprattutto francesi e spagnoli, mi sembra che l'inefficacia della politica economica del regime sia palese. Qual è il futuro di Cuba? È molto difficile prevederlo perché la politica a Cuba cambia dall'oggi al domani. Tutto sembra adesso indicare che Cuba stia seguendo l'esempio della Cina e del Vietnam, in economia si stanno aprendo agli investimenti stranieri continuando però a mantenere un sistema politico repressivo. Ma non si possono fare previsioni, perché un giorno ti lasciano fare un ristorante clandestino e il giorno dopo ti mettono in galera. Tutto a Cuba è imprevedibile, d'altronde come si può prevedere il futuro di un paese in cui non puoi prevedere quello che mangerai domani? Può esserci castrismo senza Castro? Non credo. Castro è stato indubbiamente importante per Cuba. Ha definito una politica latinoamericana che ha costituito un modello per tutti i partiti comunisti latinoamericani. Nel momento che il paese sta attraversando, il regime non potrebbe esistere senza Castro. Economicamente si è rivelato un incapace, ma politicamente è sempre stato molto abile. Però con le utopie non si può vivere perché le utopie non riempiono lo stomaco. Cuba ha bisogno di profondi cambiamenti. Non so se esistono uomini della portata di Castro. Forse esistono degli uomini tanto intelligenti e abili in politica come lui, ma finché non si faranno le elezioni non potremo saperlo perché è negata loro la possibilità di mettersi in luce e mostrare quello che valgono. Come spieghi allora il fatto che una buona parte del popolo cubano sia ancora a favore di Castro? È un grande oratore, un uomo molto intelligente. Sa parlare molto bene e ha saputo approfittarsi della disinformazione e del1'embargo. La gente sta morendo di fame ma l'embargo gli permette di dare la colpa agli Stati Uniti. Quando ho letto il tuo manoscritto di Il niente quotidiano, che hai terminato nel luglio 1994, mi ha colpito la nota che hai scritto sulla prima pagina: "Vi prego di scusarmi se la copia è
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