Linea d'ombra - anno XIV - n. 118 - settembre 1996

ILMONOLOGO DI WU MouSen Nel 1994, su commissione del Kunsten Festival des Arts di Brussels, il regista sperimentale cinese Mou Sen, presentò al teatro 140 di Brussels l'opera teatrale Dossier Zero, ispirata al poema di Yu Jian. Il successoriportato in quelJ'occasione ha aperto allo spettacolo i più importanti festival teatrali europei. In Italia è stato rappresentato al Festival di Volterra nel luglio I995 e ali' Acquario di Roma a dicembre dello stesso anno. Su un palcoscenico disadorno, un uomo appoggiato a un enorme ventilatore racconta in modo piatto e spezzettato la storia di suo padre, del quale non è mai andato fiero, un anonimo contabile che nasconde dietro questa esistenza banale una realtà ancora più spaventosa, e cioè l'essere stato un pilota dell'aviazione di Chiang Kai-shek. Il figlio, il narratore, andrà a trovarlo nel campo di lavoro dove è stato mandato durante la Rivoluzione culturale e anche lì non potrà andar fiero del padre, che giudica troppo remissivo e pronto ad ammettere anche la minima colpa. Nel corso della sua vita, ogni volta che si troverà a dover riempire un formulario, alla voce "origine familiare" nasconderà dietro la parola "impiegato" la storia del padre. Mentre il narratore procede con il suo racconto, in un angolo del palcoscenico un altro attore è intento a saldare delle aste di ferro su basi pure di ferro. Di tanto in tanto una donna entra in scena, silenziosa, graziosa, marziale e determinata. Accende un vecchio registratore - sistemato sul tavolo di lavoro dietro al quale ora il figlio parla del padre - che trasmette brani del poema Dossier Zero di Yu Jian, proietta su una parete alle spalle degli spettatori il filmato di un'operazione al cuore di un bambino, sta seduta in silenzio. Quando il secondo attore ha finito di saldare le aste e inizia a raccontare la storia del suo amore, la donna porta in scena una cassetta di mele e pomodori che infilza in cima alle aste. Il risultato è un bosco di ferro dai frutti giallo rossi. Il racconto dei due attori finisce per fondersi e confluire, diventa un coro. A un tratto la donna urla e i due, come attendessero un segnale, raccolgono le mele e i pomodori e le lanciano con forza contro il ventilatore acceso. I frutti si spappolano triturati dalle pale, i narratori gridando continuano a gettare i frutti. Lo spettacolo si conclude in un caos di grida, vento, bucce semi e polpa. Il palcoscenico di questo straordinario spettacolo è dunque a metà tra una fabbrica e una campagna, anzi è una fusione dell'ambiente industriale e di quello rurale che hanno fatto da scenario alle vite di migliaia di cinesi. ln questo contesto, un uomo racconta la storia della sua crescita attraverso il rapporto col padre, ma la sua narrazione è continuamente interrotta: dal filmato, dai brani registrati del poema Dossier Zero, dai rumori prodotti dalla donna, dalla narrazione dell'altro. Gli individui sono sottoposti all'invadenza, all'ingerenza, all'interferenza, all'onnipresenza del rumore, della violenza acustica, metafora della violenza linguistica. Il palcoscenico è la Cina, la realtà del discorso dominante, la violenza del potere, contro cui l'uomo cerca di opporre un altro linguaggio, spezzettato e incerto, sempre interrotto, che gli dia la chiave d'accesso all'umanità, al suo mistero, alla sua memoria. Mou Sen è nato nel 1963 nel Nord-Est della Cina. Vive e lavora a Pechino dove ha diretto vari gruppi di teatro sperimentale e realizzato i primi spettacoli di teatro cinese indipendente. TEATRO/YUJIAN, MOU SEN 25 Il regista di questo spettacolo si chiama Mou Sen. Un anno fa mi disse che aveva intenzione di fare un adattamento teatrale del poema di Yu Jian Dossier O. Allora gli chiesi, mi piacerebbe molto recitare in un tuo lavoro, potrei avere una parte in questo? Lui sorrise e non disse nulla. Poi qualche tempo dopo mi chiese di botto, se recitassi in Dossier O, che ruolo preferiresti fare? Vorrei fare me stesso, risposi. Se dovessi dire qualcosa sul palcoscenico, chiese ancora, di cosa vorresti parlare? Di mio padre, risposi. Sono nato e cresciuto a Kunming nello Yunnan. Dal giorno in cui iniziai a capire le cose, seppi che mio padre faceva il contabile. Ogni mattina inforcava la bicicletta per andare al lavoro alle sette e trenta precise. Sono stato nel suo ufficio e ho visto come lavorava: portava le mezzemaniche e stava tutto il giorno piegato in due sulla scrivania a far calcoli al pallottoliere, a disegnare moduli che riempiva di cifre di ogni tipo. Ogni mese, il giorno in cui veniva dato lo stipendio, i suoi colleghi gli dicevano con un sorriso, Contabile Wu oggi è giorno di paga. E la sera prima sentivo invariabilmente mia madre che gli diceva, Lao Wu, vedi di contare bene i soldi domani quando darai gli stipendi, cerca di non fare errori, se ti sbagliassi non saremmo in grado di rimborsare i soldi. Nel cortile di casa nostra, c'erano altri due ragazzini miei coetanei, uno si chiamava Gao Yun e l'altro Huang Yunlong. Frequentavamo la stessa scuola, stesso anno stessa classe. Ciascuno di loro aveva un padre di cui essere orgoglioso. Il papà di Gao Yun era stato comandante di battaglione dell'Esercito di liberazione, e poi era diventato capo sezione in una banca. Quando andavo a giocare a casa di Gao Yun, lui mi diceva ogni volta, indicando le foto incorniciate, che ritraevano suo padre quando era nell'Esercito di liberazione. Mi ricordo che in quelle foto il padre di Gao Yun, in divisa con spalline e cappello, aveva un'aria imponente. Il padre di Huang Yunlong faceva l'autista per il capo del comitato municipale del Partito, guidava una macchina di marca Shanghai. Spesso tornava a casa in macchina e la parcheggiava davanti all'ingresso. Tutti i ragazzini della strada si facevano attorno all'automobile, l'accarezzavano e sognavano di potercisi sedere dentro. Anch'io sognavo di sedermici dentro, ma Huang Yunlong me lo lasciò fare una volta sola. Invece Gao Yun lo invitava spesso, stavano seduti dentro insieme, tenevano il volante, suonavano il clacson, sembravano molto contenti. Sentivo che mi disprezzavano perché non avevo un padre di cui andare orgoglioso. Mio padre era un tipo ordinario, non aveva interessi, non aveva particolarità. Andava tutti i giorni al lavoro, quando staccava tornava a casa a cena, finito di mangiare si lavava il viso, i piedi e andava a letto. Prima di addormentarsi ascoltava la radio. La radio era sul comodino accanto al letto, solo che la stazione che ascoltava io non l'avevo mai sentita, e la musica che trasmetteva era di quelle che a scuola non si ascoltavano. Quando mio padre ascoltava la radio, mi piaceva sentire mia madre che gli diceva, Lao Wu, abbassa il volume, se gli altri lo sentono possono pensar male. Un giorno, mentre era intento a lavarsi il viso e i piedi, mio padre si mise a chiacchierare con me. Mio padre si lavò il viso e poi, mentre si lavava i piedi, si mise a chiacchierare con me. Parlammo di aereoplani, di aviatori, e a un certo punto mio padre disse che in passato aveva guidato un aeroplano e aveva fatto il pilota. Dissi che non ci credevo, no, non ci credevo. Mi disse che era vero, aveva veramente guidato un aereo ed era stato sul serio un pilota. Come ... come puoi provarlo? chiesi. Lui rispose che aveva veramente guidato un aereo ed era stato sul serio un pilota, e che aveva una cicatrice di una ferita che si era fatto quando volava. Mentre parlava, sollevò un

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