20 TEATRO/POLI forma; oppure mi fa un risvolto di copertina che inviti il pubblico a consumare. Ecco, questo da molti anni. Ha mai considerato la possibilità di scrivere per il teatro? Non c'era bisogno di lei, allora, per questa intervista: me la scrivevo da me. Voglio dire: io ritengo che il mio mestiere sia altra cosa dal mestiere dello scrittore. La scrittura è fatta di riflessione, di aggettivi aggraziati e attraenti. li teatro è molto diverso. Quale differenza dovrebbe esserci tra teatro pubblico e teatro privato? · Trovo che tutt'e due siano davanti agli spettatori: dovrebbero essere loro gli unici a giudicare. La "ricerca" al pubblico e l' "evasione" al privato non sarebbero scelte auspicabili? Ma lasciali dire, non lo so: so quello che faccio io. Quello che fanno gli altri, mi va tutto bene ... Io sono svelto a dire: dico la prima cosa che mi viene alla bocca. Sono gli spettatori che debbono cercare il teatro o è il teatro che deve cercare gli spettatori? Ma, sa, nella società non c'è mai una spinta da una parte sola: è tutto spinta e controspinta; a ogni corrente, ci spiegano la dinamica, l'idrostatica e la meccanica, corrisponde una corrente indotta. Se lei butta un peso nell'acqua c'è una spinta, da sotto, che lo solleva. Lo stesso è nella società. Qualcuno sostiene che l'attore è un essere che resta segnato dall'infanzia, perché continua a vivere una dimensione fortemente ludica. E penso al suo "en travesti". Trova giusta questa affermazione? Il travestimento è uno degli ingredienti tradizionalissimi, dall'antichità fino a Shakespeare e fino ai bambini del nostro San Filippo Neri. Le prime opere in musica eran fatte coi castrati. Nel Seicento hanno vinto, nella diatriba coi filippini, i gesuiti, perché hanno impugnato la faccenda della castrazione, dicendo che il corpo ci vien dato da Dio in usufrutto e non in proprietà, quindi va restituito con le palle attaccate; e così ecco l'ingresso della cantante nel teatro lirico. Sicché, devo dire, certo, il gioco dei bambini è importantissimo e, insomma, il teatro "sembra" che lo perpetui, e la gente deve avere l'impressione della leggerezza, della non fatica. Ma i bambini a volte sono così concentrati, nel gioco che stanno facendo, che non si ricordano di andare al gabinetto e si pisciano addosso. Invece l'attore deve essere sempre illuminato. Un grande filosofo e scrittore francese del Settecento, Denis Diderot, nel Paradoxe sur le comédien dice che è molto meglio far piangere gli altri, come mi ripeteva la Magnani: "Io non ho mai pianto: ho sempre messo le gocciole di vasellina. Non devo piangere io, devo far piangere gli altri!" Gli attori devono possedere un lume di ragione, accanto allo slancio di giuoco che possono avere ereditato dall'infanzia. Se la tendenza al gioco continua ...? In francese si dice jouer: jouer du piano, e play, in inglese; quindi c'è anche nella parola, mi pare ovvio. Ma, dica. ... Se questa tendenza prosegue, può estraniare dai problemi collettivi, politici, sociali? L'aveva già detto Brecht di recitare in terza persona. Certo, un minimo di schizofrenia è costante. Già nel Settecento, Diderot, tanto per citare di nuovo uno che s'è occupato del paradosso sull'attore, faceva l'elogio di un grande interprete inglese, David Garrick, che, mentre recitava una tragedia e piangeva, con un piede spingeva fuori del palcoscenico la corona che era caduta alla regina, uscendo di scena, perché non la vedesse il pubblico. Quindi vuol dire che con metà del cervello si occupava di recitare la scena drammatica e con metà guardava quanti spettatori c'erano in sala, se ridessero o piangessero. Anche il prete, durante la predica, vede se le candele stanno incendiando la tovaglia dell'altare. Ma il palcoscenico può distrarre dalle inquietudini private? Sono gli imbecilli che dichiarano: "Quando sono lì, sublimo i miei fatti personali". È molto meglio far divertire gli altri, piuttosto che sublimare le proprie cose. Questo è Freud per la scuola media. È la mia professione, la faccio volentieri. Nel lavoro c'è una parte di divertimento e di gioia e una parte anche di maledizione biblica, perché magari, oggi pomeriggio, preferivo andare a un cinema invece di essere qui con lei, non si offenda ... Per carità . ... per dirle: invece c'è l'obbligo del lavoro, e sono qui. Non è perché mi girano i coglioni: "Andrò a fare il teatro e così mi guarisco". Queste sono ciance. Giorgio Albertazzi, Carmelo Bene, Ernesto Calindri, Turi Ferro, Vittorio Gassman, Glauco Mauri, Aroldo Tieri, ma anche Marcello Mastroianni: chi le piace dei "vecchi" attori ancora sulla scena? Ah, tutti. Le dirò che per fare il nostro mestiere ci vuole qualche cosa, e tutti l'hanno: chi regge, nella nostra professione, vuol dire che ha senz'altro del talento. Si può ingannare tutti per qualche tempo, ma non è possibile prenderli per il naso per sempre? Anche perché non c'è il postumo. Si scopre, dopo tanti anni, un'opera di uno scrittore: basti ricordare li gattopardo, no? "Ma pensa: avevamo questo grande libro, e non si sapeva" ... Per me, lì, ci ha messo le mani Sciascia: ha fatto delle polpette; benissimo. Chissà cosa aveva scritto Tornasi di Lampedusa. Invece Sciascia è l'autore di un editing meraviglioso ... Così per un pittore: si trovano dopo, in una collezione privata, dei quadri meravigliosi. "Ma pensa: non ce n'eravamo accorti." All'attore non accadrà mai, perché deve vivere nel momt;nto: "hic et nunc". Fra i giovani? Anche lì: ragazzi di cui non ricordo i nomi, perché, sa, mi ricordo ben poco ormai. Ma vedo che ci sono tanti talenti. Magari hanno uno charme diverso da quello solito. La gente, quando vede un film molto indietro con l'epoca, ride facilmente, perché scorge il vecchio trucco. Adesso ci sono delle pellicole in cui lei deve essere affascinante. Io la vedo sciatta, la vedo spettinata, e invece è affascinante: è il glamour odierno; a me sembra una scampata al diluvio, e invece è quella che lo fa venir duro nel momento. Lui ha la barba né lunga né corta: otto settimane e mezzo d'amore, per dire; e io lo vedo mal soigné. Noi eravamo abituati con Claudette Colbert, che non era bella, ma dava, agli americani, la malizia francese, caspisce?, e nessuno si meravigliava che tutti fossero innamorati di lei. Il problema era se Adolphe Menjou si dovesse levare i baffi, se anche Clark Gable dovesse tagliarseli per fare Gli ammutinati del Bounty, perché nel Settecento non c'era il baffetto a quel modo, ecco, e di queste questioni qui il pubblico ride. Ho visto un filmato di Sarah Bemhardt, ormai vec-
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