Linea d'ombra - anno XIV - n. 118 - settembre 1996

18 TEATRO/POLI PaolaPali. E certo: né l'ho seguita, né l'ho istituita. Ma, poi, è lecito insegnare recitazione? Che vole: io questo non lo so. Non sono né un ministro né un prete. Non c'è neanche il Ministero del teatro! Mi diceva Paola Borboni (e Poli ne rifà la voce): "Ho fatto, da giovane, tanti Pirandello: nessuno se n'è accorto. Ho fatto un matrimonio fortunoso, ho avuto una vedovanza tragica: sono diventata popolare. Vuol dire che piace più la famiglia del teatro, in Italia". Pensa, tuttavia, di avere dei figli? Questo non si sa. Io non vedo l'avvenire. Il passato invade sempre più il presente. Lei ha degli schemi familiari che non mi riguardano (sorride). Non vede nessuno che si ispiri a lei? Ma che voi che sappia, io. Faranno quel che vogliono. Perché poi: se una persona è di genio, mescola alle proprie le cose che ha preso di qua e di là. Se è un imbecille, magari è più felice. Il talento è una condizione indispensabile? Il talento è dato dalla natura. Mi diceva Roberto Capucci: "Non si possono fare i vestiti da sera con la cotonina con cui si fanno le tendine dell'acquaio". C'è anche bisogno di un esercizio continuo? C'è necessità anche della coltivazione, eh, capisce? Magari lei mette delle insalate in un giardino, in un 01to, ma occorre annaffiarle, l'aria, il sole: ci voglion tanti elementi. Le viene in mente il nome d'un attore o di un'attrice da cui ha appreso un insegnamento che ha lasciato una traccia? Certamente. Facciamo il nome di Franca Valeri, che è ancora viva. Ecco: una persona che non aveva bisogno di appoggiarsi alla grande scrittura di Shakespeare o di Pirandello o di Brecht, che in quegli anni andava per la maggiore, parlo degli anni sessanta, quando ho cominciato a lavorare in proprio. Cioè, io, nel 1960, avevo trent'anni: da allora ho preso a fare dei piccoli spettacoli, che avevano poche repliche. Ho messo su una compagnia di prosa, riconosciuta in tutti i teatri. Ma mentre oggi, a Firenze, a Genova, a Milano, a Roma, a Venezia, posso stare in cartellone non dico un mese ma quasi, allora quindici giorni erano anche troppi. I primi anni avevo dodici spettatori, adesso magari ne ho due-trecento. Le è accaduto di tradire quei primi rudimenti? Mai più: perché avrei dovuto tradirli? I figli non si allontanano, spesso, dai padri? Ma Franca Valeri non è mia madre! Io la stimo molto: per dirle di un'attrice che non si rivolge, ripeto, alla grande scrittura drammaturgica, e fa, anzi, una forma di teatro ancora più personale. Come Moliére. Come lo stesso Shakespeare. Prendevano dalle novelle di Matteo Bandello l'argomento, lo facevano proprio e ci infilavano dentro i loro temi. Quale reminiscenza ha della prima volta sulla scena? Non c'è mai una prima volta. Sono le puttane che la inventano per dire quando hanno perso la verginità. Nella vita gli atti sono ripetitivi: allora non c'è mai la prima volta che hai mangiato la pastasciutta, non te la ricordi. Ho fatto piccoli assaggi, non c'è una sera in cui ho debuttato. Sono delle modeste commedie americane quelle che lei ha presente. Il rapporto con il pubblico la gratifica? Quando c'è. Il problema è quello. Il pubblico viene dietro ... Ora, certamente ... Mi pare che i consensi non le manchino. Sbaglio? Il pubblico è la realtà, e quindi si muove. Negli anni cinquanta c'era ancora l'ispettore delle ferrovie, con signora, che andava a teatro: era la media borghesia. E c'erano gli ultimi strascichi di un repertorio della prima metà del secolo che si rifaceva alle commedie brillanti francesi, un po' vecchiotte, in cui c'era lui, lei, l'altro, il triangolo d'amore. Eran commediole brutte, sostenute dalla grande recitazione, qui alludo alle compagnie di Sergio Tofano, non so, di Ernesto Calindri con la Lia Zoppelli: eccellenti interpreti. E la gente ammirava come si dovrebbe vivere. Allo stesso modo, nel cinema, amava i film americani di Frank Capra, nei quali si poteva parcheggiare la macchina di fronte al villino, lei stava potando le rose, tutti avevano il frigorifero, mentre noi ancora si andava ad acquistare mezzo chilo di pane. Oppure il ghiaccio ... Oppure il ghiaccio, d'estate. Questo consumava la borghesia. Le commedie, nel secondo atto, dicevano: "Un goccio di champagne?" "Oh, grazie." Perché faceva chic. La seconda don-

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