Paolo Poli DA VASO DI COCCIO A VASO DI FERRO Incontro conLuigi Vaccari Teatro Valle di Roma. Dice faolo Poli: "Non le dispiace se ci mettiamo in questo camerino? E molto piccolo, ma gli altri, nel sottoscala, sono molto umidi. Parlo io o mi fa le domande lei? Perché Marce! Proust... Nelle interviste, come nella scrittura, ognuno vede con i propri occhi la realtà, la deforma a seconda del suo cervello. Proust, invece di Albertina, ci racconta i suoi traumi mentali, il suo viaggio attraverso il tempo. Albertina è una figura affascinante, ma chissà com'era nella realtà: forse era il suo cameriere. E così io le racconterò brevemente di me. "Sono nato nel 1929, l'anno della Depressione, e della neve, da un carabiniere e da una maestra elementare (se è per quello, anche Mussolini era figlio di una maestra elementare ...). Ho avuto la fortuna d'avere un padre, che era una persona intelligente e garbata ... siccome son cresciuto dentro le barzellette dei carabinieri ... e mi ha voluto bene per come ero e non per come avrei dovuto essere in quegli anni in cui 'una maschia gioventù con romana volontà combatterà'. Invece mio padre mi ha sempre fatto esonerare dalle marce, dal salto con la baionetta in bocca dentro il cerchio di fuoco: insomma non ho mai fatto queste esibizioni. E dalla mia mamma sono stato avviato alle letture, anche se eravamo poveri; sì: sei fratelli con tanti problemi, perché l'Italia non era ricca, neppure in quel periodo, e veniva reclamizzata la sobrietà. Dice: 'Ah, gl'inglesi: il popolo dei cinque pasti ...', mentre l'italiano fa un pasto solo: 'Ah ah ah, che gioia!' Dice: 'Gli operai mangiano in un unico piatto!' E invece a me non dispiacevano le finezze ..." (Un fiume in piena) "Quando adesso, da vecchio, ritorno nella mia città natale, che è Firenze, ci sono delle amiche, o degli amici, che si premurano di farmi la minestra di pane. Ma io son vissuto di quelle robe. A nessuno viene in mente che preferirei i 'tournedos alla Rossini', raffinatezze che non ho mai vissuto. La gente è imbecille: crede ancora al sistema tolemaico. Lo sente? Lo vede? Tutte le mattine, quando lei accende la radio o il televisore, c'è qualcuno che ti spiega che cosa fanno le stelle: invece di farlo tu, lo fa la stella, che si è mossa solo per Gesù Bambino. A noi la stella non ci riguarda un granché. Mia madre lasciava i libri in giro, quindi io sono andato a scuola e sapevo già leggere e scrivere e far di conto, come Pinocchio; avevo preso anche fra mano Les misérables. Bah, che cosa sarà? Ma c'eran delle figurine brutte, nere, piccole come usava allorà. La mia mamma, oltre a lasciarmi in giro i libri, m'ha anche permesso, in terza elementare, d'andare da solo alla scuola: 'Posso venire alla scuola?' 'Sì. Nazionalità?' 'Italiana.' 'Razza?' 'Ariana.' 'Nome del padre o di chi ne fa le veci ...' E mi sono segnato da solo. "Quando ero in quarta, il babbo si è ammalato e mi ha portato con sé un anno per compagnia, sul lago di Como: era tubercoloso, malattia assai teatrale, anche questa, come La signora delle camelie. E così sono stato un anno con lui. Un anno di amore, devo dire, perché io chiedevo, lui mi rispondeva. Non c'è stata una menzogna fra di noi, è sempre stato tutto molto simpatico. Più tardi mio padre mi ha indirizzato agli studi letterari, perché, dopo la prima media, e dopo due-tre-quattro giorni di scuola, sono tornato a casa e ho detto: 'Ad rivum eundem lupus et agnus venerant siti compulsi'. Lui ha intuito che quella era la mia specialità e m'ha suggerito: 'Nella vita, quando ti trovi in difficoltà, parla in latino', capisce?, dandomi una chiave di lettura per tutta l'esistenza. A cinquant'anni il babbo è morto, io ne avevo quindici. Mi ricordo che avevo una passione per le cartoline illustrate che riproducevano i grandi quadri: il mio preferito era una cena del Veronese, che si chiamava Paolo come me, perché era con tanta gente, con tanti colori. All'asilo, e anche nella scuola elementare, che ho fatto brevemente, ero sempre quello che diceva la poesia, che portava il mazzo di fiori alla direttrice ..." (sommessamente) La voglia di palcoscenico è nata allora? Sì, sì. Sa, sono scelte che si fanno perché sono molto congeniali. L'artigianato dello spettacolo era abbastanza comune, allora, prima della seconda guerra mondiale, quando anche i preti, che tuonavano contro il cinema, contro la radio "che canta e che balla" ... Ho ascoltato una predica: "Mentre i nostri soldati al fronte muoiono, ecco la radio che canta e che balla", simbolo del peccato. Ho detto, dentro di me: "La radio non balla". Anche i preti ... Avevano delle compagnie teatrali? No, le compagnie no. Comunque c'era il teatrino parrocchiale. Ho visto una commedia di tutti uomini, un'altra di tutte donne, che erano divertentissime ... Quando ho finito la scuola media, tutti consigliavano a mio padre: "Eh, la famiglia è numerosa. Il maschio è meglio se gli fai fare il ragioniere". Gli ho detto: "Babbo, io son come te: negato per i numeri". E allora m'ha iscritto al ginnasio. Ho finito il liceo classico a vent'anni. Ho preso Lettere e mi sono dedicato alla letteratura francese, grazie a quei primi libri. Dopo la laurea, con una tesi sul teatro francese dell'Ottocento, teatro naturalista, ho continuato tutta la vita a pettinarmi come la cantante calva di Ionesco e a sedermi sulle sedie: insomma, facendo un teatro che tanto naturalista non è. Adesso mi faccia le domande lei. Gliele faccio come ... Come vengono, certo. Ha mai pensato di frequentare un'accademia o una scuola? No, detesto l'insegnamento. Ho tutto da imparare, ma l'attività mia è così legata alla personalità che non può essere insegnata. Raffaello era allievo di Pietro Vannucci detto il Perugino e, bambino, dodicenne, faceva quegli angiolini intorno alla Madonna del suo maestro, perché i preti pagavano un tanto a testa; quindi: più teste di angelo, c'erano, meglio guadagnava. È andato avanti fino a una certa età a seguire lo stile del maestro, dopodiché ne ha scelto uno suo. Mentre il Pinturicchio ha seguitato a fare le donnine bionde, garbate, come il maestro Yannucci, Raffaello, venendo a Roma, ha scoperto la classicità e si è espresso in modo molto personale. Bisogna fare così in tutte le arti, che son legate anche all'artigianato. Brunelleschi era geniale, ma sapeva murare. E quindi credo che, a parte i primi rudimenti, che si possono imparare da chiunque, per imitazione, poi uno deve districarsi da sé, farsi una cultura sua. Non ha neppure progettato, perciò, di aprire, lei, una bottega?
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