Linea d'ombra - anno XIV - n. 118 - settembre 1996

14 VENEZIA/MAZZACURATI ritmo esistenziale che Antonio non sa contenere, è lui stesso che finisce per distruggere questa storia compiendo gesti che portano alla distruzione del rapporto. Addirittura compie involontariamente un gesto da tragedia, quello che porta lei verso l'arresto e la morte. La corsa finale di Vesna è una trasfigurazione, è un sogno, è il ritorno in un paesaggio lontano, in una cosa che non finisce più, fuori del tempo e della realtà, segno comunque di speranza che nella giovinezza esista un'energia antagonista alla morte iscritta invece in tutti i segni della storia "italiana", anche nel piccolo mondo buono che attornia Antonio, che vedo come una piccola nave che va alla deriva. Come mai, per raccontare un personaggio femminile così delicato, cinque sceneggiatori tutti maschi? Ho semplicemente aggiunto Claudio Piersanti a un gruppo di persone con il quale mi ero trovato bene facendo Il toro. Le chiacchiere su questa storia erano cominciate con Claudio, e così non ho fatto altro che integrarlo al gruppo preesistente. Il fatto che si fosse tutti maschi, a me sembra casuale, ma forse nasconde qualcosa di diverso. Il punto di vista che cerco fortemente di tenere in questa storia è quello di uno sguardo su Vesna, per cui la sua vita segreta, il suo pensiero intimo resti comunque qualcosa di inviolabile. Non è il tipo di film in cui si dice "lei ha alle spalle questo o quello", e diventa questa la molla che fa scattare il meccanismo narrativo. Io non so cosa spinge Vesna, quanto dolore o quale episodio specifico. Mantengo una distanza per giungere a una sorta di forza, nel non detto del personaggio. Vesna ha una dignità superiore - come essere umano e come atteggiamento nei confronti della volgarità che attraversa - a quello del protagonista maschile e di tutti gli altri personaggi. Il mio punto di vista rimane vedere e narrare il personaggio senza entrarci dentro, ed è chiaramente un punto di vista maschile. Nel cinema italiano di oggi solo tu e Amelio prestate una così forte attenzione al paesaggio integrandolo radicalmente nella narrazione, e la capacità (penso al Ladro di bambini non a Lamerica, che volutamente vi rinuncia) di un'immediatezza della narrazione, di una fluidità di cui si direbbe che i registi italiani siano ormai incapaci. Se per Lamerica Amelio non vi avesse rinunciato, molto coscientemente, avrebbe fatto un Lawrence d'Arabia, un grande film americano! Quanto al paesaggio, l'idea era di raccontare l'Italia "atmosfericamente", in cui il dato di vitalità mediterranea delle notti e giorni di periferie urbane "dense", come per esempio a Rimini, risultasse oggettivamente simile a un mucchio di altri luoghi occidentali. Il film non è mai contraddistinto dal fatto di sapere che in un certo momento ti trovi a Trieste perché c'è un cartello che te lo dice, e poi giù per la pianura padana, e quando Vesna finisce a Rimini, ecco un altro cartello ad avvisarti ... Mi interessava un paesaggio visto dagli occhi di uno che non sa niente dell'Italia, che entra in un 'Italia non identificata. Un'immagine leggermente distonica, per mostrare come può apparire questo paese agli occhi di uno straniero, non costruendo il paesaggio dal fatto di conoscerlo, dandone in qualche modo anche il senso di inabitabilità. Come se tu vedessi quello che possono vedere solo gli occhi di chi non vi abita, di chi non ha una casa da cui partire o in cui entrare, e come se Vesna non riuscisse mai a trovare la porta dell'equilibrio e del benessere. In fondo capita sempre dentro frammenti di paesaggio che è quello che a noi appare dalla macchina, a noi che abbiamo luoghi garantiti da cui venire e in cui tornare. Entra nei negozi, negli alberghi, percorre quel tipo di strade, di locali. Per lei è un mondo nuovo da scoprire, da vivere, possedere, un mondo di cui noi già vediamo l'invivibilità. Vesna si racconta una vita che non sta facendo, perché vuole arrivare a quella, quella vuole conquistare. Sei diventato come regista così "sciolto" che forse ti può diventare di ostacolo, tanto hai ormai superato le incertezze di un tempo. Riesci a controllare benissimo elementi tecnici che negli altri film italiani sono sempre impe1fetti: il suono, il montaggio ... La mia capacità è stata di aver trovato dei collaboratori con i quali ho una profonda intesa, e questo dipende da un "quadro" artistico-tecnico che oggi è fondamentale proteggere e con il quale crescere, da un "quadro" tecnico recente. Il direttore della fotografia (Alessandro Pesci) ha otto anni meno di me e lavora con me da sempre, il fonico (Bruno Pupparo) ha sette anni meno di me. Sono tutti più giovani di me! C'è con loro una comunicazione e un'intesa grande, si è imposta una generazione che sta alzando il livello qualitativo del nostro cinema. A ogni film introduci qualche nuovo attore, trovi facce nuove, inventi nuovi attori o li ricicli prendendoli da altrove. Citran, per esempio, in cinema non esisteva prima di te, come ora Albanese. Pe,fino ad Amendola, in Un'altra vita, hai dato una nuova immagine. C'era già stato Mery per sempre, però. Ora Amendola non mi vuole più bene, perché si aspettava che avessi altri ruoli per lui. E mi piacerebbe davvero trovare un film dove potessimo lavorare ancora insieme. Albanese appare in Vesna come l'ultima faccia proletaria del nostro cinema, ricorda facce dimenticate ed' altri tempi ... È proprio questo che mi ha colpito. Ho visto in lui un'ambivalenza assolutamente naturale, la dolcezza che convive con la rabbia sullo stesso piano e, questa cosa così rara da trovare in un essere umano, io ho voluto coltivarla, fare con lui un lavoro di "slittamento" nella messa a punto ... Albanese viene a questo lavoro da un impatto di natura diversa, ma con una disponibilità e un talento naturale enormi. È uno zanni, un puro zanni. Vedendolo fare il muratore sullo schermo, ci si chiede quale altro attore italiano sarebbe credibile in questo ruolo,forse nessuno,forse solo qualche caratterista napoletano ... Sì, anche se forse hai ragione quando dici che il personaggio risulta troppo buono. La fatica di mettere a punto quel carattere ci ha fatto dimenticare di mettere a fuoco altri aspetti possibili del personaggio, sul terreno delle contraddizioni. Quando si fa un film si è sempre molto contenti e insieme scontenti, e le due cose convivono anche nell'esperienza di Vesna. Quello che mi piace del film è quella che chiami "fluidità", la scioltezza narrativa che dipende dalla crescita di tutto un gruppo di persone che lavorano insieme. Qualcuno mi ha detto che Vesna dovrebbe chiudere una trilogia, che ora dovrei passare ad altro. Dei tre film, questo è il più riuscito, ma Un' altra vita è forse più fresco, contiene l'energia primaria di quando qualcuno si scontra con qualcosa. Ho sentito il bisogno di insistere, di non mollare, come quando si trova una piccola vena che ti dà delle cose e che ti è necessario approfondire. Di Vesna non mi interessava la tematica, l'aspetto sociologico, ma

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