Linea d'ombra - anno XIV - n. 118 - settembre 1996

1O VENEZIA/CAPUANO Antonio Capuano. FotoGiovanni Giovannetti/Effigie. Nel 1991 ci fu Vito, nel 1992 Mario Martone col Matematico, nel 1993 Pasquale Corsicato con Libera ... E nel 1994 c'era già Bassolino, quando c'è stato il secondo film di Mario. È l'arte - il cinema con voi tre, il teatro con Teatri Uniti e Moscato, la canzone con gli Almamegretta ... - che ha trainato e annunciato il risveglio della città? Mostravamo una Napoli tutta diversa da quella raccontata fino allora, una Napoli mai raccontata prima. Col "rinascimento" si è subito entrati in una specie di manierismo ... La gente già si aspetta delle cose da noi, e il rischio è quello di dargliele come vuole lei. L'interesse si è fatto meno vivo, e da parte nostra c'è un po' l'amministrazione di quest'interesse. È un rischio, il rischio di una cosa che diventa subito stanca, di una specie di veloce omologazione ... E poi, sotto, cosa c'è? A Napoli, come altrove, c'è una montagna di artisti un po' scalcagnati, non una scuola, non file sostanziose e diversità consistenti, attive ... Dietro le punte ci sono i filamenti, e c'è meno creatività. È giusto che sia anche così, è questo fenomeno più di massa che modifica la città, anche nell'arte. È una curiosità più vasta anche se produce poco, e solo imitazioni. Se oggi ci stanno mille ragazzi che fanno cinema, questo è un fatto positivo, ieri ce n'erano solo dieci. Qualcosa dovrà venirne fuori! Certo, I'amministrazione dei luoghi comuni non è entusiasmante, anzi è pericolosa. A me piace il caos, il disadorno, la crudeltà ... A tenere insieme tutte le vostre esperienze, quelle di punta, è una coscienza molto forte dell'originalità e radicalità di una condizione, della commistione culturale napoletana. Una volta c'erano i generi, oggi c'è mescolanza di forme e influenze. A me le mescolanze piacciono molto, come si può notare dalle cose che faccio. Amo fare i conti con tutto quello che c'è. Bisogna essere aperti, disposti a parlare con tutti, a imparare da tutto, a fare entrare in te il massimo. Forse per i miei film questo è un limite, c'è dentro troppa roba, e andrebbero visti più volte per quanto sono pieni di cose! Si tratta- aprendo, facendo entrare e facendo entrare - di organizzare una cosa che somigli di più alla complessità della vita di oggi. Non un settore della contemporaneità ma la contemporaneità! Almeno nelle intenzioni. Tu ti muovi con molto rispetto nei confronti delle cosiddette sottoculture napoletane, le culture dei vicoli, insomma. Magari con ironia ma sempre con rispetto, con l'interesse per le loro ragioni, comprese quelle estetiche. Che so, certe canzoni di Nino D'Angelo, come quella che hai messo nel film, Nun te pozzo perdere, è proprio che ti/ci piacciono. Noi le consideriamo belle canzoni! E come! Io vedo queste cose con grande amore, non solo con rispetto. E Nun te pozzo perdere è una canzone d'amore proprio bella, che nel film sta benissimo. Molti critici si interessano ai prodotti di queste sottoculture, come a "trash", le teorizzano come monnezza. Ideologicamente, paternalisticamente, pe,fino razzisticamente. Quest'atteggiamento mi addolora molto e lo respingo con decisione. Nel film per queste cose c'è amore e c'è proprio piacere: a me la musica di vicolo, per esempio, mi piace proprio, mi piace esteticamente. È il prodotto di gruppi sociali che hanno una loro cultura a parte, e si rifiutano di seppellirla a vantaggio di quella media televisiva, quella della mass-cultura nazionale. Vanno avanti per i cazzi loro, rubano da chi ci interessa, hanno una loro storia che non scende a patti con nessuno. È una musica che si autoproduce e si autoconsuma. Guarda nella Sanità, il quartiere che è il vero protagonista di Nunzio! Guarda come si pettinano i guaglioni della Sanità: è un modo unico già a Napoli, dove le trovi le mode che loro hanno, che si danno? Nonostante abbiano il televisore aperto 24 ore su 24, portano avanti i loro stimo Ii fottendosene dell'esterno, oppure pigliandosi quello che gli va, secondo modi solo loro, certo non passivi. Hanno ancora qualcosa da dire. Questa è la distinzione! Su molti ambiti, compreso quello estetico. In Nunzio la commistione tra influenze e forme riguarda un po' tutto il film. Anche gli attori, i protagonisti, un ragazzo preso dalla strada e un attore "canonico" come Fabrizio Bentivoglio, che è un attore "ufficiale" che viene "da fuori", come il personaggio del prete che interpreta. Ma spostiamo il discorso sul piano morale: nella sceneggiatura c'è un'adesione alle ragioni di queste culture e nello stesso tempo un giudizio; non è che ne prendi tutto, denunci il fatto che questa cultura sia anche camorrista, e che certi ragazzi non abbiano altra possibilità di crescere che se non dentro quei meccanismi di malavita. Condanni la camorra, ma non t'illudi su un modello di progresso che viene da fuori. Questo sul piano economico. Sul piano culturale, rifiuti il modello del cinema "ufficiale" e omologato, anche di quello detto di denuncia, e però qualcosa ne prendi. Non

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