Linea d'ombra - anno XIV - n. 118 - settembre 1996

8 . . , ~'"" , Ah , VENEZIAEDINTORNI DIMENTICARE VENEZIA MOSTREPLETORICHE ESPETTATORINNIVORI Paolo Mereghetti Costruita come un pantheon della settima arte (per intimorire i visitatori? per incitare al rispetto?), la cinquantatreesima "mostra internazionale d'arte cinematografica" ha finito per trasformarsi invece in una specie di cimitero, seppellita dai fantasmi tutti virtuali di un cinema molto parlato e poco capito. Sforzandosi di far quadrare il cerchio della risonanza mediatica e dell'ammirazione critica (ma poi di quale "critica", bisognerebbe aggiungere), la gestione Rondi-Pontecorvo ha concesso tutto il possibile -e anche di più - alle esigenze paparazzistiche di chi vede nei festival solo occasioni di eventi, cercando di mascherare le troppe concessioni dietro la pietosa metafora del cacciatore di funghi (i direttori sono come i fungaioli: ci sono raccolte buone e raccolte cattive. Non dipende dal selezionatore, la qualità del bottino, ma dalla generosità della natura. Salvo dimenticare che bisognerebbe anche sapere dove si possono cercare quei benedetti porcini: forse le riserve Cecchi Gori e Mediaset e Mikado e Fox e Warner non sono gli indirizzi migliori ... Ma come si fa a dispiacere agli amici, o agli amici degli amici ...). Per non dire di chi, più subdolamente, riesce a digerire tutto quel mercato di immagini e immaginette con la scusa che il villaggio è globale, e più è grande la confusione sotto gli schermi del Lido meglio è. Perché il vero scandalo di questo festival non è tanto nelle astruse scelte (ed esclusioni) di Pontecorvo, ma piuttosto nell'ossequioso silenzio che ha accompagnato giorno dopo giorno un programma confuso e contraddittorio. Come si fa a prendere sul serio un direttore che, solo pochi giorni prima dell'inizio della Mostra, rivendica sul magazine del principale quotidiano nazionale, la giustezza della presenza di Bambola di Bigas Luna e Valeria Marini nel programma ufficiale e poi, alla vigilia della proiezione, afferma altrettanto ufficialmente che si è trattato di uno sbaglio? Come si fa a non riflettere sulla dichiarazione di Pontecorvo pronto a giurare sul fatto che nessuno dei suoi cinque esperti avesse mai proposto per la selezione italiana altro che Mazzacurati e Capuano, quando almeno due dei suddetti selezionatori si sono battuti a spada tratta per Citti (e non ne hanno fatto certo mistero)? È inutile polemizzare con una giuria che, presieduta da un regista o da uno sceneggiatore o da chissachi, sembra comunque incapace a Venezia di scegliere il film più bello (quest'anno solo i ciechi potevano non accorgersi che se un capolavoro era stato presentato in gara quello era Fratelli di Abel Ferrara), ma cosa dire allora di quei critici-opinionisti-giornalisti-diaristi che dimenticano di interrogarsi sull'effettiva utilità della mostra quando mette in concorso opere su cui loro stessi scrivono che "il tacer è bello" oppure liquidano in poche righe un film straordinariamente interessante come quello di Godard, solo perché non lo capiscono né fanno alcuno sforzo per cercare di aprire un po' di più gli occhi? Perché ormai se qualcuno ha vinto davvero a Venezia quello è un cinema omogeneizzato e predigerito, tradizionale nell'impianto narrativo (gli applausi per Michael Collins di Neil Jordan, tra le opere più scontate di un regista spesso diseguale: come si fa a dimenticare che tra Mona Lisa e La moglie del soldato ha firmato anche bufale come High Spirits - Fantasmi da legare e Non siamo angeli) e insieme succube di fronte alle regole della megaproduzione (l'insignificante macedonia dell'Orco di Schlondorff), applauditi con lo stesso ebete entusiasmo da un pubblico che fa la stessa coda per lndipendence Day e Carla's Song, vale a dire il più tradizionale degli americani e il più ideologico (almeno nelle intenzioni) degli europei. A leggere i resoconti da Venezia o a sentire le reazioni all'uscita delle proiezioni ci si chiede smarriti quale può essere mai la lingua con cui cercare di comunicare (che poi in fondo dovrebbe essere la funzione e lo scopo di chi fa critica), quali i punti di contatto tra spettatori tanto esaltati quanto onnivori. Difficile trovare un comune terreno di discussione con chi prende per buoni i rimasugli pseudoapocalittici di un Ferreri ai suoi minimi storici, stanco e svogliato anche quando vorrebbe essere provocatorio e anticinematografico, oppure vede chissà quali esempi di avanguardia nella superficialità falsa e prevedibile di Basquiat, ritratto senza capo né coda di un gruppo di artisti fintamente maledetti e pervicacemente modaioli. Quella che ormai sembra irrimediabilmente persa è proprio un'idea di cinema, un progetto, una forza, una bussola con cui misurarsi e confrontarsi. Tutto e il contrario di tutto, la notte e il giorno, il bello e il brutto (ché anche in fatto di gusto - e di mancanza di gusti - ci sarebbe molto da dire), l'autore e il genere, la poesia e la prosa: nessuno sembra più capace di riconoscere niente, di fare dei distinguo e quindi conseguentemente di operare delle scelte. Solo esclamativi e mai dei perché: ecco lo stato del cinema in Italia, che le confusioni di una Mostra inutilmente pletorica (ché poi sui trecento e più film presentati in troppe sezioni qualcosa di bello e utile c'è. Sarebbe anche strano il contrario, ma non se ne accorge quasi nessuno. Certamente non i nostri giornali e televisioni. E i loro "critichi") contribuiscono a ingigantire e soprattutto a far digerire come inevitabile. Con buona pace dei ministri cinefili che restano in sala fino alla fine della proiezione: nel loro farisaico presenzialismo i notabili democristiani d'antan, uscendo dalla sala appena si spegnevano le luci, si risparmiavano almeno certe inutili bufale.

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