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~---,~·:·:- /;,~-' .. ~. ·---. i?IWP.rf,I SCENLDEORMDEICHCIlHAPRECEDUTO SIVAAVA ~'i(. -,~J .._z ;' [O NARRATIVA-----,,.-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_- .., ~ •••••••••••• ---- @J SAGGISTICA FriedrichSchiller Il delinquenteper infamia Ciò che fa di lui un delinquente non è la sua rivolta ma l'umiliazione del carcere e l'ostracismo sociale che gli decretano coloro che dovrebberoriabilitarlo. L'INTENDENTE SANSHO MoriOgai L'intendenteSansho Riscrivere le storie perché il passato non muoia. La più bella e nota versione della leggenda di Anuu e Zushio, sorella e fratello venduticomeschiavi. I.A CADUTA DELLACASA LI ~1ONES RamonPérezde Aya\a Lacadutadella casa Limones Un dramma che nasce dal pesodelleconvenzionid, alle divisioni sociali e sessuali, dagliobblighie dalleipocrisie, dall'immensafaticachecosta po11aisea\eddosso. r------------- lIJCINEMA ------------ I FIGLIDELLA VIOLENZA LuisBuiiuel I figlidellaviolenza Città del Messico 1950. Un gruppo di ragazzi cresce non amato e privo di diritti tra baracche e casupole di un'immensa periferia nel buio di una condizione intollerabile. A llOCC-ll'ERTA CarmeloBene A Boccaperta Una partitura per il cinema. Un raccontovisionario e grandioso, il mondodella storia, il pozzo del nostro passato, della nostra religiosi1àe della nostracultura. I vantaggi dell'abbonamento Per sole i.100.000 (contro un valore di lire 165.000) chi si abbona avrà diritto a ricevere: undici numeri all'anno di Linea d'Ombra. Un numero in più gratis. Tra le combinazioni della collana Aperture: tre libri a scelta. GoffredoFofi I limitidella scena Cinema, teatro, radio e televisione. Azzardi e compromessi dal neorealismo al boom, dalla contestazione all'omologazione. La società dello spettacolo e il culto dell'apparenza. Andrea Rauch LA FRECCIA NELL'ARCO RafaelSanchezFerlosio La freccianell'arco La denuncia dell'ardore encomiastico di una cultura propagandistica al servizio dell'idolatria della Trionfale Epopea Umanadel Progresso. U L T l ~I O R O l" N n E .\ I l'IU :-:nu ITI P O L ! T J t· I CUU. ~ "'-'G(;.,o , ... 0,,::fSf. K -•UD<f' ...l'Ulll..lAll ,0,,! ... 1AAA{)Ol(.1A!.nJNU.._• 5lllllo.nONIIC(')/oll'lflPlil'flltl Uln/JIUIAIINO·~•U. t.-i:UA Plll'U?ISIA, I I >'01111' Dùt'......,GIN.Ono>,f:•"«-,0,PI _.~,o,~COHI.HI, NOIAPl,.Nl.S!O'f»-CO Ju\ioCortàzar Ultimoround Una passionedi giustizia profondamente sincera, un desiderio di libertà per i popoli e l'indignazione e la rivolta per il doloredegli oppressi. CO\lE ,1 Il I I I. \ t .I f I R O I' I·. I"! •~,~Al,J CeesNooteboom Comesi diventaeuropei Bisognerebbestudiarci. Come uno di quegli esseri ibridi, incompresi ovunque, che stanno di casa contemporaneamente in tre posti e al tempo stesso in nessuno. FINCSHISEC' ORGE INNAN A GIUNTI Andrea Pedrazzini Daniele Scandola
NOI □ Si, mi abbono a LINEA D'OMBRA per un anno approfittando di questa offerta esclusiva che mi dà diritto a tre libri a scelta. Riceverò gli 11 numeri (più un numero in omaggio) e i tre libri a sole lire 100.000 anziché 165.000. A pagamento awenuto riceverò subito i libri prescelti. [I] rn QJ LINEDA'OMBRA APERTURE Scelgo qui il gruppo di tre volumi prescelti: FriedricShchiller, Il delinquenteper infamia MorOi gai, L'intendente Sansho RamoPnéredzeAyala, Lacadutadella casa Limones RafaeSlancheFzerlosio, La freccianell'arco JulioCortàzar, Ultimoround CeesNooteboom, Come si diventaeuropei LuisBunue/l, figlidellaviolenza CarmelBoene, A Boccaperta GoffredFoofi, I limitidella scena NOME ...............................................• ,.............. . I COGNOME ........................................................ : I INDIRIZZO .......................................................... : I I ···········································································• I CITTA' ................................................................ : CAP........................ .TEL.................................... . Vi indico qui di seguito le modalità di pagamento (senza aggiunta di spese postali) O Vi autorizzoad addebitarmi la cifra di I::. 100.000 su Carta Si I I I I I I I I I I I I I I I I I N. INTESTATA A ................... FIRMA ....................... UilJ SCAD. O Assegno (bancarioo postale n............................... . Banca....................................................... (inbustachiusa) O Awenutoversamentosule/epostalen.54140207 intestato a Linead'Ombra. Alla prima occhiata, vidi ch'era una nave di prim'ordine, una creatura armoniosa nelle linee del suo corpo ben fatto, nell'altezza proporzionata della sua alberatura. Qualunque fosse la sua età e la sua storia, aveva conservato l'impronta della sua origine. Era una di quelle navi che, grazie alla loro linea e all'accurata rifinitura, non sembreranno mai vecchie. J.Conrad Linea d'ombra è costantemente in viaggio nell'universo letterario e artistico, alla ricerca del nuovo e di chi non si piega ai dettami dell'industria culturale. Il viaggio è trasformazione, e gli avvenimenti di questi tempi richiedono un cambiamento. Linea d'ombra risponde rinnovandosi. Sarà più letteraria, più cinematografica, più musicale. Sarà un po' più italiana, senza smettere di cercare altrove. Continuerà a pensare in modo libero. LINEAD'OMBRAVI,AGAFFURI4O,20124MILANO. POTETMEANDARAENCHUENFAXAL02-66981251
SHRHE EDIZIDnl unDERGRDUnD Per ordini diretti tel 02/58317306 Due importanti novità per l'autunno 1996: la vera storia dell'informatica oltre e contro Bill Gates e i temi del corpo, dell'identità e del controllo in un Le nuove proposte di una casa editrice che si è distinta per fantasia e rigore di realizzazione testo raffinato e radicale. StevenLevy HACKERS GLIEROIDELLARIVOLUZIONE INFORMATICA collana Cyberpunkline pp. 464 con immagini Lit. 33.000 Questo libro traccia la storia degli hacker, i pirati del computer, dal 1958 al 1983. L'autore racconta la storia alternativa e avventurosa della nascita del personal computer e fornisce un'altra versione della storia di Bill Gates, il magnate del1' informatica. La storia inizia con le utilizzazioni abusive dei computer militari e la nascita dei primi programmi per giocare da usare su queste macchine. Lo sfondo è la Berkeley degli anni Sessanta, dove Stevern IL.teVlll HRCHER GLIEROIDELLARIUOLUZIOOE lnFORITTATICA una serie di tecno-anarchici si divertiva creando radio pirata e interferenze televisive. Il "New York Times" ha scritto: "Una collezione notevole di protagonisti, gli eroi di Levy stanno esplorando coraggiosamente il mindspace, un mondo interno dove nessuno era mai stato prima." Hacker ha venduto 50.000 copie negli Stati Uniti. Recentemente è uscito in Italia un film omonimo. STEVENLEVYsi è costruito una reputazione come giornalistaallamoda grazie a questo libro. Ha scritto per il "RollingStone", "Harper's", "Esquire" e scrive mensilmente sulla rivista "Macworld". Ha scritto anche The Unicorn'sSecret e Artz/icial Li/e. Hanno detto di lui: Daily News: Levy è un fantastico narratore; Joe McGinnis: Quello che Tom Wolfeha fatto per i primi astronauti, Levyl'ha fatto per gli hacker. Terence Sellers LASADICAPERFETTA collana Corpiradicali romanzo, pp. 240, Lit. 28.000 Questo è un libro che parla di sesso, {Ilanon è pornografico. È un libro che eccita, ma senza alcuna compiacenza. E un libro che parla analiticamente di sadomasochismo, ed è scritto da una donna. Un libro che si inserisce a pieno titolo nella tradizione della letteratura di genere (de Sade, Masoch, Pauline Reage), che è diventato in questi anni, in particolare negli Usa e in Inghilterra, un vero e proprio classico. Attraverso i pensieri della Padrona Angel Stern, l'autrice descrive l'attitudine, gli atti e le riflessioni filosofiche sul corpo, la sessualità e l'identità che una Dominatrice ha sperimentato in prima persona durante la sua attività. Si tratta di w1asorta di diario, rivolto a mo' di "educazione sentimentale" ad aspiranti giovani Padrone, in cui si dispiega un vero e proprio viaggio psichico interiore, attraverso tutti quei tabù sommersi nel profondo e collocati alle radici della nostra identità culturale e sociale. La sadicaperfetta è al contempo "rivelazione" dei misteri dell'anima e celebrazione del femminile. Completano il testo una decina di tavole di Genesis P-Orridge, artista multimediale riconosciuto a livello internazionale e fondatore degli Psychic TV, e un'introduzione di Hèlena Velena che ha recentemente pubblicato un libro sull'argomento. TERENCE SELLERSproviene dalla scena alternativaamericanadegli anni Settanta, ha scritto altri romanzi sul tema.
Direzione: Marcello Flores, Goffredo Fofi ( Direttore responsabile), Alberto Rollo. Gruppo redazionale: Mario Barenghi, Alfonso Berardinelli, Paolo Bertinetti, Gianfranco Bettin, Francesco Binni, Marisa Bulgheroni, Marisa Caramella, Luca Clerici, Riccardo Duranti, Bruno Falcetto, Pinuccia Ferrari, Fabio Gambaro, Piergiorgio Giacchè, Filippo La Porta, Marcello Lorrai, Danilo Manera, Roberta Mazzanti, Paolo Mereghetti, Santina Mobiglia, Luca Mosso, Maria Nadotti, Marco Nifantani, Oreste Pivetta, Giuseppe Pontremoli, Fabio Rodriguez Amaya, Lia Sacerdote, Alberto Sai bene, Tiziano Scarpa, Marino Sinibaldi, Paola Splendore. Collaboratori: Damiano D. Abeni, Adelina Aletti, Chiara Allegra, Enrico Alleva, Livia Apa, Guido Armellini, Giancarlo Ascari, Fabrizio Bagatti, Laura Balbo, Alessandro Baricco, Matteo Bellinelli, Stefano Benni, Andrea Berrini, Giorgio Bert, Lanfranco Binni, Luigi Bobbio, Norberto Bobbio, Marilla Boffito, Giacomo Borella, Franco Brioschi, Giovanna Calabrò, Silvia Calamandrei, Isabella Camera d'Afflitto, Gianni Canova, Rocco Carbone, Caterina Carpinato, Bruno Cartosio, Cesare Cases, Francesco M. Cataluccio, Albe1to Cavaglion, Franca Cavagnoli, Roberto Cazzola, Francesco Ciafaloni, Giulia Colace, Pino Corrias, Vincenzo Consolo, Vincenzo Cottinelli, Alberto Cristofori, Peppo Delconte, Roberto Delera, Paola Della Valle, Stefano De Matteis, Carla de Petris, Piera Detassis, Vittorio Dini, Carlo Donolo, Edoardo Esposito, Saverio Esposito, Doriano Fasoli, Giorgio Ferrari, Maria Ferretti, Antonella Fiori, Ernesto Franco, Guido Franzinetti, Giancarlo Gaeta, Alberto Gallas, Roberto Gatti, Filippo Gentiloni, Gabriella Giannachi, Giovanni Giovannetti, Paolo Giovannetti, Giovanni Giudici, Bianca Guidetti Serra, Giovanni Jervis, Roberto Koch, Gad Lerner, Stefano Levi della Torre, Emilia Lodigiani, Mimmo Lombezzi, Maria Maderna, Luigi Manconi, Maria Teresa Mandalari, Bruno Mari, Emanuela Martini, Edoarda Masi, Roberto Menin, Mario Modenesi, Renata Molinari, Diego Mormorio, Antonello Negri, Grazia Neri, Luisa Orelli, Alessandra Orsi, Maria Teresa Orsi, Armando Pajalich, Pia Pera, Silvio Perrella, Cesare Pianciola, Guido Pigni, Giovanni Pillonca, Pietro Polito, Giuliano Pontara, Sandro Portelli, Dario Puccini, Fabrizia Ramondino, Michele Ranchetti, Emanuela Re, Luigi Reitani, Marco Revelli, Alessandra Riccio, Paolo Rosa, Roberto Rossi, Gian Enrico Rusconi, Nanni Salio, Domenico Scarpa, Maria Schiavo, Franco Serra, Francesco Sisci, Piero Spi la, Antonella Tarpino, Fabio Terragni, Alessandro Triulzi, Gianni Turchetta, Luigi Vaccari, Federico Varese, Bruno Ventavoli, Emanuele Vinassa de Regny, Itala Vivan, Gianni Volpi. Segreteria di redazione: Serena Daniele Progetto grafico: Andrea Rauch Fotocomposizione: ShaKe-Tel. e Fax 02/58317306. Amministrazione e abbonamenti: Daniela Pignatiello - Tel. 02/66990276 - Fax 02/6698125 l. Hanno contribuito alla preparazione di questo numero: Leonardo Dehò, Michele Neri, Maria Profili, Marco Antonio Sannella, Marco Tarchini, Barbara Verduci, le agenzie fotografiche FarabolaFoto, Contrasto, Effigie e Grazia Neri. Editore: Linea d'ombra Edizioni srl - Via Gaffurio 4 20124 Milano Tel. 02/6690931 Fax: 6691299 Distrib. edicole Messaggerie Periodici SpA aderente A.D.N. - Via Famagosta 75 - Milano Tel. 02/8467545-8464950 Distrib. librerie POE - Via Tevere 54 - 50019 Sesto Fiorentino - Te!.055/301371 Stampa Grafiche Biessezeta Sri - Via A. Grandi 46 - 20017 Mazzo di Rho (MI) - Tel. 02/93903882 Fax 02/93901297. LINEA D'OMBRA Iscritta al tribunale di Milano in data 18.5.87 al n. 393. Dir. responsabile: Goffredo Fofi LINEDA'OMBRA anno XIV settembre 1996 numero 118 IL CONTESTO 5 6 Marcello Flores Jeliko Raznjatovic 8 Paolo Mereghetti 9 Antonio Capuano 13 Carlo Mazzacurati INCONTRI 27 Zoe Valdés 32 Luis Sepulveda 35 Fe/ix De Azua 38 GeojfDyer 54 Raffaele La Capria CONFRONTI 42 Marco Tarchini 42 Domenico Scmpa 45 Maria Nadotti 46 Alberto Rollo 48 Gianni Canova 49 Goffredo Foji 50 Marcello Benfante 52 Antonella Anedda 60 Carla Benedetti 63 Giuseppe Pontremoli 69 Mariuccia Salvati 72 Paola Di Cori 17 22 SPEffACOLO Paolo Poli YuJ ian, Mou Sen Luigi Berlinguer e la riforrna scolastica La Lega e altri crimini di guerra a cura di Mimmo Lombezzi Venezia e dintorni Dimenticare Venezia Vita e malavita a cura di Goffredo Fofi Vesna ci guarda, e corre a cura di Goffredo Fofi La letteratura sovversiva a cura di Barbara Bertoni Dal realismo magico alla magia della realtà a cura di Ilide Carmignani Un universo concentrazionario a cura di Annelisa Addolorato Il romanzo non basta a cura di Riccardo Duranti La vita ci attraversa a cura di Marco Cassini Su alcune foto di Andres Serrano La leva calcistica di Giovanni Giudici Dell'invidia. Su Martin Amis Su Un divorzio tardivo di Abraham Yehoshua Stephen King e il cinema Un anarchico tra Italia e Argentina Il puma redentore Leggere davvero è "tornare a casa" L'ultimo Pasolini Elogio delle azioni spregevoli Per Nicola Gallerano Il secolo degli uomini? Da vaso di coccio a vaso di ferro a cura di Luigi Vaccari Dossier Zero. Poesia e teatro a cura di Maria Rita Masci La copertina di questo numero è di Marina Sagona Abbonamento annuale: ITALIA L. 100.000, ESTERO L. 120.000 a mezzo assegno bancario o c/c postale n. 54140207 intestato a Linea d'ombra o tramite carta di credito SI (si veda il tagliando a pagina 2). I manoscritti non vengono restituiti. Si pubblicano poesie solo su richiesta. Dei testi di cui non siamo in grado di rintracciare gli aventi diritto, ci dichiariamo pronti a ottemperare agli obblighi relativi.
4 t .. I Soweto.FotoGideonMendel/Network/G. Neri.
ITALIA1996 - . 5 NOTIZIE DALL'ULIVO LUIGIBERLINGUERlA RIFORMASCOlASTICA MarcelloFlores Gli entusiasmi, assai contenuti, successivi alla vittoria elettorale e alla formazione del governo Prodi, è difficile che siano cresciuti durante questi mesi estivi, dominati da reiterati richiami all'unità d'Italia in funzione antileghista e da cautele antieuropeiste sollecitate da quel gigante del pensiero che tutti considerano ormai, in virtù del ruolo, probabilmente, l'amministratore delegato della Fiat. Se una prima impressione è possibile dopo questi iniziali cento giorni - e che vorremmo modificare al più presto - essa riguarda la scarsa caratterizzazione del governo dell'Ulivo come governo di "novità" nella storia dell'Italia repubblicana. È difficile scorgere fondamentali differenze con il precedente governo Dini, e se proprio una ce n'è con il governo Berlusconi essa coinvolge più lo stile - non diciamo la cultura - dei suoi componenti che non la sostanza delle misure intraprese. _ Le due uniche vere novità, a ben vedere (se si esclude la questione delle nomine alla Rai, dove l'Ulivo è riuscito a creare un consiglio d'amministrazione ancora più opaco e incompetente di quelli precedenti), riguardano per il momento l'attività di due tra i principali ministri di Prodi, Antonio Di Pietro e Luigi Berlinguer. Non è del primo, tuttavia, che intendiamo parlare, per quanto la sua rozzezza e inopportunità abbiano avuto la possibilità di dimostrare ancora una volta il basso livello e i conservatori obiettivi della "cultura" verde italiana (così arretrata perché arroccata su questioni di principio legate all'immagine, che è il terreno della lotta tra i piccoli gruppi di potere eredi del movimento ecologista). L'istruzione, considerata nel suo complesso scolastico-universitario come un pilastro basilare del programma dell'Ulivo, ha trovato nel 1:1~nistroBerlinguer forse il più efficiente e preparato uomo poht1co che poteva essere a disposizione. Diversamente dai suoi colleghi di governo, impegnati a promettere grandi riforme, ma incapaci di modificare le tante piccole cose che p_otrebbero migliorare la vita dei cittadini, Berlinguer ha compiuto scelte su questioni ancora "minori", cercando poi di spiegar~ il loro senso indicando la filosofia della riforma più ampia che intende attuare in futuro. La semplicità e la concretezza delle proposte e dei metodi, insieme a una forte tensione ideale nell'indicare gli obiettivi più generali, inducono a ipotizzare che la positiva strada intrapresa potrà essere rapidamente ed efficacemente percorsa. L'intervista rilasciata dal ministro a "L'Espresso" contiene elementi più che sufficienti per trasformare il sistema dell'istruzione e dell'educazione in modo radicale e moderno: il richiamo alla manualità e ai limiti del liceo classico, che tante polemiche ha suscitato anche all'interno del Pds e dell'Ulivo, ha dimostrato che le proposte di Berlinguer sono figlie di un'avanzata riflessione culturale, forse troppo innovativa per l'ambiente politico e per gran parte dello stesso mondo della scuola. La parte più difficile della scommessa del nuovo ministro dell'istruzione sarà infatti quella di ignorare, e possibilmente sconfiggere, le numerose forze che si oppongono alle sue idee di riforma e che sono numerose anche all'interno del suo schieramento pur se talvolta si dichiarano del tutto d'accordo con lui: si pensi ai tanti "baroni rossi" dell'Ulivo che discettano di universi~à~u(~randi quo~idiani o alla lobby (ideologica) dei pedagogisti d1sinistra o a1sindacati confederali e no della scuola. Una vera riforma, per poter diventare realtà, deve naturalmente trovare consenso, tanto nella fase di progettazione che in quella di attuazione: non potranno mancare, quindi, né compromessi né scelte che divideranno, in un equilibrio che si spera fruttuoso. Più di altre riforme, questa della scuola e dell'università dovrà in gran parte il suo successo o meno alla capacità di coinvol- ?ere il pe~sona_ledipendente dall'ente pubblico, vale a dire gli insegnant1. Chmnque ha conoscenza del mondo dell'insegnamento, di ogni ordine e grado, sa che questo sarà il vero tallone d'Achille che anche il miglior ministro dovrà necessariamente accettare. Se l'autonomia, su cui tanto insiste giustamente Berlinguer, ha un senso, essa dovrà significare ridare spazio e voce a quel terzo di insegnanti capaci e volenterosi che ancora vi sono; stimolare e utilizzare al meglio l'altro terzo che vivacchia stretto tra il buon senso delle proprie delusioni e l'egoismo dei 'propri particolarismi, eliminare al più presto quel terzo che riesce a dare alla scuola intera la propria immagine di categoria incolta e frustrata, nostalgica di un passato gerarchico e di un sapere nozionistico da cui veniva legittimata nel mentre gratificava le famiglie. Il reclutamento dei nuovi docenti, la riqualificazione di chi è in servizio e soprattutto la selezione dei nuovi presidi, sarà un momento cruciale per valutare il successo della riforma; che richiederà_,tuttavi~, un non brevissimo periodo di transizione per poter esplicare a pieno le sue potenzialità. Due cose vorremmo che, nel prossimo futuro, il ministro tenesse a mente mentre continua a elaborare un progetto su cui la nostra fiducia iniziale è notevole, ben maggiore di quella suscitata da qualsiasi altro ministro passato: la prima riguarda la scelta dei suoi interlocutori; la seconda i valori culturali che devono fare,da sfondo e da base per la riforma. E giusto, e lo è stato soprattutto nella prima fase, rivolgersi all'opinione pubblica generale, alle forze politiche e sindacali agli esperti. Ora, tuttavia, è il momento di coinvolgere piena~ mente i docenti e, soprattutto, gli studenti, che sono il vero atout eh~ Berling_uerpotrebbe avere con sé per superare ostacoli e pas~oted'ogm genere. Non esiste, al di fuori di quella repressiva o d1 quella I?aternalistica, una tradizione di coinvolgimento studentesco. E un terreno non facile, ma decisivo, in cui grande importanza avranno le modalità (culturali e linguistiche oltre che di contenuti e provvedimenti) con cui si affronterà il dialogo, il confronto, l'eventuale conflitto, la necessaria mediazione. Ed è qui che s'innesta il tema dei valori culturali che la riforma porta con sé e deve riuscire a far trionfare. Il coro di voci amiche e nemiche che hanno discettato sui mezzi d'informazione in questi ultimi mesi, ha avuto come comune denominatore il richiamo al "rigore" degli studi, alla "severità", alla "serietà". L'uso di questi vocaboli, al di là dell 'ovvietà o dell'insensatezza che è connaturata all'ultimo termine è stato spesso un modo per richiedere maggiore selezione e insieme rivendicare la sacralità dell'istituzione, secondo una tradizione che ha sempre visto la scuola come luogo di sofferenza per gli alunni e di sacrificio per gli insegnanti. ~ c~sto di deludere molti suoi compagni e colleghi, e portando fino in fondo lo strappo con la cultura storicista in cui si è formato (cui la maggior parte degli uomini di cultura di ogni generazione è totalmente ancorata: e il ministro pensa e parla infatti
6 EXJUGOSLAVIA/LOMBEZZI ben più modernamente di chi "fa opinione"), Berlinguer dovrebbe impegnarsi a riformulare i parametri sulla cui base valutare i risultati e i successi e i valori ai quali informarla. Non pare ancora giunto il momento, alle soglie del Duemila, di poter riconoscere - e augurarsi - che a scuola ci si possa andare volentieri, che si possa apprendere con piacere e magari anche con divertimento, che gli edifici possano non essere tetri e scomodi, che la cura del corpo merita attenzione specie in giovane età? È ancora così difficile capire che la difesa della cultura del passato e la conoscenza del presente fanno tutt'uno e che potrà aiutare la stessa comprensione del classicismo più l'uso del computer, delle lingue straniere, del mondo delle immagini che non il vocio noioso e presuntuoso di insegnanti unidimensionali? Non occorre difendere una scuola già vecchia e in crisi trent'anni fa per far capire di provare nostalgia della propria giovinezza. E i giovani di tutto hanno bisogno tranne che della nostalgia degli adulti. Jeliko Razniatovic LA LEGAEALTRICRIMINI DI GUERRA Incontro con Mimmo Lombezzi Ricercato dall 'lnterpol come killer dei servizi segreti Jugoslavi e indicato come responsabile delle stragi di Vukovar, di Bjelina e di Mrkonic Grad e come stratega della pulizia etnica in Croazia e in Bosnia, Jeliko Raznjatovic detto Arkan comandante delle "Tigri" cetniche ha offerto un milione di marchi alla "Lega sud", fondata a Campobasso da Giovanni Di Stefano (finanziere italoamericano amico di Milosevic) che in Serbia ha investito migliaia di miliardi di provenienza "italoamericana". Ed è Di Stefano che pochi mesi fa ha pagato le spese dello spettacolare matrimonio di Arkan con Ceca, la più famosa star del turbo-folk, il ritmo che ha scandito la febbre nazionalista di Belgrado. Le bandiere del "Partito dell'unità serba", gonfie di pioggia, oscillano pesanti sulle colonne di marmo bianco che incorniciano la roccaforte di Jeliko Raznjatovic, nel cuore di Belgrado. Lo stile neoclassico fa pensare al ritornello dei suoi uomini quando assediavano Vukovar: "La ricostruiremo più antica e più bella, in puro stile serbo-bizantino". Fresco di barba, in doppiopetto, il più spietato eroe della guerriglia serba si presenta puntuale ali' appuntamento, scendendo da una delle Pajero nere della scorta, apparsa dal nulla davanti al portone. Ci accoglie un ingresso luccicante di mogano, specchi, telecamere e segretarie in minigonna che sorridono, ma parlano solo in serbo: "Kafa ili sok?" "Caffè o succo di jì-utta?" Dalle pareti, gli sguardi arcigni di re e generali serbi della Grande guerra scendono come fruste sulle nuche larghe e rapate dei gorilla che presidiano il portone, gingillandosi con i walkie-talkie o spiegazzando giornali sportivi. Vietato filmare l'ingresso, vietato filmare anche il palazzo. Un videobeam proietta quello che sembra un documentario turistico; un quadro naif, che ricorda i dipinti sbigottiti di Rousseau sulla guerra, mostra una città infiamme. In mezzo alle rovine, disseminate di cadaveri mutilati, dei bambini razzolano protetti da un branco di Tigri, i guerrieri del comandante Arkan. Ancora oggi il nome degli "Arkanovci" fa tremare tutte le contrade della Bosnia, e molti riservisti serbi hanno raccontato che erano proprio loro a spingerli, spesso a costringerli, a commettere gli stupri e le violenze più infami. Il comandante appare un po' stanco, ma rilassato. La notte scorsa, ha smobilitato gli ultimi ottocento miliziani e i brindisi che hanno accompagnato la cerimonia, a base di slivovica e di inni cetnici probabilmente sono durati sino a tardi. "Patti chiari" dice subito, sedendosi a un tavolo coperto di cellulari e circondato dagli schermi del circuito chiuso che controlla l' ingresso "parlerò solo della Lega e della secessione in Italia. Non parlerò della guerra, perché queste interviste, come quelle che ha fatto la Bbc, potrebbero essere usate contro di me e contro i serbi al tribunale dell' Aja. E poi in autunno ci sono le elezioni e io sono candidato". Arkan parla un italiano discreto, che, dicono, abbia imparato in un posto dove c'è sicuramente molto tempo per dedicarsi alle lingue: San Vittore. Oggi è un uomo ricco, con un giro cl' affari che va dalle speculazioni edilizie alle pompe di benzina (a Vukovar), e come tutti i tycoon tiene molto alla sua immagine. Una troupe svedese, che ha osato fargli una domanda troppo indiscreta sul suo passato, è stata messa alla porta senza complimenti e soprattutto senza videocassetta. Comandante, i giornali scrivono che adesso contro le "camicie verdi" di Bossi ci saranno anche le Tigri di Arkan. Lei è pronto ad appoggiare la Lega sud, solo con i soldi o anche, se ci fossero problemi, con le armi? Speriamo di non doverli aiutare con le armi: meglio aiutarli con i soldi. L'importante è che l'Italia resti unita. Lei prevede una secessione? Penso che sia possibile. Per questo ho dato un milione di marchi a Giovanni Di Stefano per aiutare la Lega sud, un partito che combatte contro ogni separazione in Italia, per un'Italia unita. Un'Italia divisa sarebbe un problema per la Serbia? Non solamente per la Serbia, ma per tutta Europa. Non dobbiamo certo pensare che la guerra o l'anarchia siano positive per l'Italia. La 'miglior cosa è che l'Italia resti unita. Se l'Italia si divide, si espanderà probabilmente l'area di influenza tedesca. Hitler sarebbe contento dei tedeschi, oggi. Grazie all'economia hanno avuto una parte della Jugoslavia, la Croazia, hanno influenza su tutta l'Europa, anche sulla Russia e praticamente hanno vinto la terza guerra mondiale. Che messaggio manda alle "camicie verdi" di Bossi? Un messaggio chiaro: se continuano a voler dividere il nord d'Italia dal resto del paese diventeranno rosse. Rosse di sangue? Sì, di sangue. L'intervista finisce. Il cameramen riprende alcuni dettagli e intanto continuiamo a chiacchierare.
Comandante, si ricorda di Serdjan llic, ilfotografo della Associated Press che stette sei mesi al fronte con lei? Una volta mi disse: "Arkan ti porta dove vuoi, in prima linea, in combattimento, ma se osi criticarlo perde la testa. Una volta gli ho detto: 'Arkan, che hai fatto? Hai mandato i tuoi uomini a morire! Questa azione era una follia!' Be', lui mi ha puntato in faccia la mitraglietta. lo gli ho detto: 'Okay, uccidimi pure! Questo non cambierà quello che penso! Allora l'ha messa giù e si è calmato ...'" Serdjan? Non lo ricordo (mente, N.d.R.). E poi io non perdo mai la testa. Certo, a volte mi arrabbio e devo essere duro con i miei soldati, specie quando c'è un attacco. In cinque anni di guerra avrò dato cinque milioni di schiaffi, ma sono duro solo con i miei, non certo con i nemici o con i giornalisti. Era il fotografo che scattò quel!' immagine famosa, di quel- !'albanese che avete catturato a Bjelina e che avete gettato due volte da unafinestra. Sono fotomontaggi. Esiste una sequenza filmata che mostra come andarono le cose. Quello Sciftaro (espressione spregiativa che i serbi usano per gli albanesi, N.d.R.) per fuggire si gettò da una finestra e i miei uomini, per soccorrerlo, gli versarono del1'acqua minerale sulla testa. E quel!' altra foto di Ron Haviv, in cui uno dei suoi prende a calci il cadavere di una donna fucilata? La verità è che quella donna e anche un uomo erano stati abbattuti da un cecchino, il quale aveva cominciato a tirare anche sui miei uomini. Uno dei miei si mise a correre per mettersi al riparo, prima di essere ucciso anche lui ... L'intervista finisce. Arkan ci congeda regalandoci una videocassetta sul suo matrimonio con Ceca, la star del turbo-folk, che presto gli darà unfiglio. Arkan vi appare vestito da ufficiale serbo della prima guerra mondiale e nel costume tradizionale serbo-montenegrino. Il pope gli si rivolge chiamandolo Vojvoda, condottiero, e il comandante spara in aria con una "Skorpjon", con una pistola e con un fucile da caccia. Al sesto colpo, centra una mela sospesa a un filo e può accostarsi alla casa della sposa. Tornando in albergo, rivedo la foto di cui abbiamo parlato, lafoto cliBjelina. È la più famosa istantanea della guerra, scattata da Ron Haviv, un reporter americano che oggi non può più lavorare in Bosnia. Si vede un miliziano con il piede sollevato accanto a due civili uccisi, un uomo e una donna. La sua postura, perfettamente bilanciata, smentisce clamorosamente la versione cliArkan, cioè che l'uomo stesse fuggendo. Sigaretta in mano, mitra nel!'altra, bazooka a tracolla e rayban sui capelli, il soldato non sta affatto correndo, ha piuttosto l'aria clichi si rilassa dopo un'operazione militare conclusa e sferra l'ultimo calcio ai nemici uccisi. Sembra vero invece che sia morto poco dopo; si dice, ucciso proprio da Arkan per essersi fatto fotografare in quel!' atteggiamento. "Nei miliziani che commettevano quei massacri" mi dice un giornalista cli "Vreme" "c'era come un senso cli liberazione. la sensazione clipoter fare qualsiasi cosa, clipoter infrangere.finalmente, qualsiasi legge, dopo mezzo secolo clioppressione comunista". Ripenso anche alt' ultima domanda che ho fatto al Vojvoda Jeliko Ranjatovic: "Comandante, si presenterebbe al tribunale del!' Aja?" "Il tribunale del!' Aja è solo uno strumento politico per distruggere la Jugoslavia" dice lafaccia da bambino del capo delle Tigri, "non esiste nessuna prova documentata contro cli m.e"... NOVITÀ Gunther Anders ESSERE O NON ESSERE DIARIO DI HIROSHIMA E NAGASAKI A cinquant'anni dalla bomba atomica una riflessione di drammatica attualità. TI6 agosto 1945 è cominciata una nuova era: in qualunque momento, ora, l'uomo può trasformare l'intero pianeta in un'altra Hiroshima. I doveri morali nell'era atomica. pp. 256, Lire 15.000 Paolo Bertinetti DALL'INDIA Un panorama pressoché completo di una produzione letteraria di straordinario interesse, il romanzo indo-inglese e della diaspora indiana. Un profilo della letteratura indiana in inglese attraverso i romanzi e gli autori apparsi in traduzione italiana. pp. 168, Lire 15.000 Norberto Bobbio ELOGIO DELLA MITEZZA E ALTRI SCRITTI MORALI Per la prima volta una raccolta di scritti di Norberto Bobbio che si collocano nell'ambito della filosofia morale. Verità e libertà. Etica e politica. Ragion di stato e democrazia. La natura del pregiudizio. Razzismo oggi. Eguali e diversi. Pro e contro un'etica laica. Morale e religione. Sul problema del male. pp. 224, Lire 15.000 AA.VV. PER CARMELO BENE Il teatro di Carmelo Bene, ma anche il cinema, gli scritti letterari, la drammaturgia, il rapporto con lo spettatore, la musica, la "voce". Testimonianze e omaggi di artisti, attori e critici. In appendice un testo di Gilles Deleuze, ormai introvabile, che rappresenta un saggio fondamentale sull'opera di Carmelo Bene. pp. 217, Lire 15.000 LINEDA'OMBRA
8 . . , ~'"" , Ah , VENEZIAEDINTORNI DIMENTICARE VENEZIA MOSTREPLETORICHE ESPETTATORINNIVORI Paolo Mereghetti Costruita come un pantheon della settima arte (per intimorire i visitatori? per incitare al rispetto?), la cinquantatreesima "mostra internazionale d'arte cinematografica" ha finito per trasformarsi invece in una specie di cimitero, seppellita dai fantasmi tutti virtuali di un cinema molto parlato e poco capito. Sforzandosi di far quadrare il cerchio della risonanza mediatica e dell'ammirazione critica (ma poi di quale "critica", bisognerebbe aggiungere), la gestione Rondi-Pontecorvo ha concesso tutto il possibile -e anche di più - alle esigenze paparazzistiche di chi vede nei festival solo occasioni di eventi, cercando di mascherare le troppe concessioni dietro la pietosa metafora del cacciatore di funghi (i direttori sono come i fungaioli: ci sono raccolte buone e raccolte cattive. Non dipende dal selezionatore, la qualità del bottino, ma dalla generosità della natura. Salvo dimenticare che bisognerebbe anche sapere dove si possono cercare quei benedetti porcini: forse le riserve Cecchi Gori e Mediaset e Mikado e Fox e Warner non sono gli indirizzi migliori ... Ma come si fa a dispiacere agli amici, o agli amici degli amici ...). Per non dire di chi, più subdolamente, riesce a digerire tutto quel mercato di immagini e immaginette con la scusa che il villaggio è globale, e più è grande la confusione sotto gli schermi del Lido meglio è. Perché il vero scandalo di questo festival non è tanto nelle astruse scelte (ed esclusioni) di Pontecorvo, ma piuttosto nell'ossequioso silenzio che ha accompagnato giorno dopo giorno un programma confuso e contraddittorio. Come si fa a prendere sul serio un direttore che, solo pochi giorni prima dell'inizio della Mostra, rivendica sul magazine del principale quotidiano nazionale, la giustezza della presenza di Bambola di Bigas Luna e Valeria Marini nel programma ufficiale e poi, alla vigilia della proiezione, afferma altrettanto ufficialmente che si è trattato di uno sbaglio? Come si fa a non riflettere sulla dichiarazione di Pontecorvo pronto a giurare sul fatto che nessuno dei suoi cinque esperti avesse mai proposto per la selezione italiana altro che Mazzacurati e Capuano, quando almeno due dei suddetti selezionatori si sono battuti a spada tratta per Citti (e non ne hanno fatto certo mistero)? È inutile polemizzare con una giuria che, presieduta da un regista o da uno sceneggiatore o da chissachi, sembra comunque incapace a Venezia di scegliere il film più bello (quest'anno solo i ciechi potevano non accorgersi che se un capolavoro era stato presentato in gara quello era Fratelli di Abel Ferrara), ma cosa dire allora di quei critici-opinionisti-giornalisti-diaristi che dimenticano di interrogarsi sull'effettiva utilità della mostra quando mette in concorso opere su cui loro stessi scrivono che "il tacer è bello" oppure liquidano in poche righe un film straordinariamente interessante come quello di Godard, solo perché non lo capiscono né fanno alcuno sforzo per cercare di aprire un po' di più gli occhi? Perché ormai se qualcuno ha vinto davvero a Venezia quello è un cinema omogeneizzato e predigerito, tradizionale nell'impianto narrativo (gli applausi per Michael Collins di Neil Jordan, tra le opere più scontate di un regista spesso diseguale: come si fa a dimenticare che tra Mona Lisa e La moglie del soldato ha firmato anche bufale come High Spirits - Fantasmi da legare e Non siamo angeli) e insieme succube di fronte alle regole della megaproduzione (l'insignificante macedonia dell'Orco di Schlondorff), applauditi con lo stesso ebete entusiasmo da un pubblico che fa la stessa coda per lndipendence Day e Carla's Song, vale a dire il più tradizionale degli americani e il più ideologico (almeno nelle intenzioni) degli europei. A leggere i resoconti da Venezia o a sentire le reazioni all'uscita delle proiezioni ci si chiede smarriti quale può essere mai la lingua con cui cercare di comunicare (che poi in fondo dovrebbe essere la funzione e lo scopo di chi fa critica), quali i punti di contatto tra spettatori tanto esaltati quanto onnivori. Difficile trovare un comune terreno di discussione con chi prende per buoni i rimasugli pseudoapocalittici di un Ferreri ai suoi minimi storici, stanco e svogliato anche quando vorrebbe essere provocatorio e anticinematografico, oppure vede chissà quali esempi di avanguardia nella superficialità falsa e prevedibile di Basquiat, ritratto senza capo né coda di un gruppo di artisti fintamente maledetti e pervicacemente modaioli. Quella che ormai sembra irrimediabilmente persa è proprio un'idea di cinema, un progetto, una forza, una bussola con cui misurarsi e confrontarsi. Tutto e il contrario di tutto, la notte e il giorno, il bello e il brutto (ché anche in fatto di gusto - e di mancanza di gusti - ci sarebbe molto da dire), l'autore e il genere, la poesia e la prosa: nessuno sembra più capace di riconoscere niente, di fare dei distinguo e quindi conseguentemente di operare delle scelte. Solo esclamativi e mai dei perché: ecco lo stato del cinema in Italia, che le confusioni di una Mostra inutilmente pletorica (ché poi sui trecento e più film presentati in troppe sezioni qualcosa di bello e utile c'è. Sarebbe anche strano il contrario, ma non se ne accorge quasi nessuno. Certamente non i nostri giornali e televisioni. E i loro "critichi") contribuiscono a ingigantire e soprattutto a far digerire come inevitabile. Con buona pace dei ministri cinefili che restano in sala fino alla fine della proiezione: nel loro farisaico presenzialismo i notabili democristiani d'antan, uscendo dalla sala appena si spegnevano le luci, si risparmiavano almeno certe inutili bufale.
Antonio Capuano VITA EMALAVITA DENTROLASANITÀ Incontro con Goffredo Fofi Tu sei un cineasta tardivo, in genere si esordisce molto prima di quanto non sia capitato a te... Come cineasta sono tardivo, come interesse per l'immagine no. Quand'ero guaglioncello andavo a vedere i film due, tre volte, ma non è che il mio amore per il cinema riuscissi a razionalizzarlo. Mi piaceva il cinema come identificazione, come fantasia d'avventura, ma la macchina cinema non mi interessava per niente. Ci sono entrato per altre strade: il mio mestiere è quello dello scenografo, nella macchina sono entrato per la strada della televisione. E con i registi ti trovavi bene? Per amor di Dio! Ho fatto a cazzotti con i reg1st1 per una quindicina d'anni. Mi vedevano come un rompiscatole, perché ... ero un po' più avanti di loro. Io inventavo, progettavo cose che a loro non andavano, perché abituati al lavoro più banale, alle quattro regole canoniche. Io facevo progetti di scenografia ... ... che erano già progetti di regia? Forse sì. I registi erano estremamente ligi alla sceneggiatura, non dovevano inventare niente, e guai se gli facevi una porta a destra perché così la scena sarebbe venuta meglio, se la sceneggiatura diceva sinistra. Non ci capivano più niente! Prima di Vito e gli altri avevi fatto qualcosa per il cinema? Niente, niente del tutto. Leggevo sceneggiature da più di vent'anni, per il mio mestiere - di telefilm, di sceneggiati, anche di film - e siccome non mi piacevano mai, e non potevo ovviamente parlarne con i registi, che non volevano che le leggessi, ne parlavo con i miei amici. E così ho deciso di scriverne una, per scommessa: se non funziona, me ne resto zitto e basta. Invece ha vinto il premio Solinas. Nessuno voleva tradurla in film, anche se Pontecorvo se la tenne per un anno, poi Germano Feletti, che allora dirigeva il credito della Banca nazionale ed era membro del Solinas, mi fece assegnare un minimo di duecento milioni come articolo 28. "Forse ti bastano, forse ce la fai, provaci!" E tanto il film è costato. Tu battesti Baricco, quel!' anno che concorreva con una sceneggiatura su Farinelli e arrivò secondo ... Il suo film era impossibile da fare per il costo, credo che non l'abbiano premiato per questo. Poi invece l'hanno fatto riprendendo senza dirlo la sua idea, con i miliardi e facendo un gran brutto film, mentre la sceneggiatura di Baricco e di una sua amica era molto buona, tutta un'altra musica! Davvero poi cifu l'idea che lofacesse Pontecorvo? VENEZIA/CAPUANO 9 Sì, ma siccome io non ci credevo molto, mi preparavo dicendomi: "Vuoi vedere che mo' faccio anche la regia?" Quello della regia era un sogno che non mi volevo confessare, per cui quando mi hanno detto: "L'unica cosa è che te la fai da te", ero preparato. Vito e gli altri raccontava Napoli attraverso i ragazzini di malavita, certo non nello schema delle canzoni "di giacca" e neanche in quello del cinema "romano" su Napoli. Raccontava come si entra nel meccanismo della camorra predisposti da un destino che appare, per certuni, come per Vito, ineluttabile. I tuoi modelli sembravano Godard, Brecht pe,fino, o Straub: un certo tipo di distanziazione, di sperimentazione austera, assolutamente antinaturalistica. Nel film ci sono scene che sembrano di riempitivo ma chefunzionano pe,fettamente in questo progetto: i "neri" con le voci fuori campo dei bambini che dicono cos'è per loro il cinema, le immagini di videogame ... Determinate dalla scarsità dei mezzi? La regia mi è venuta d'istinto, è stata una cosa quasi fisiologica. Non avrei potuto fare diversamente da quel che ho fatto, dirigere altrimenti che in quel modo. Quando ho provato a montare certe scene in maniera più tradizionale, facevano schifo! Non pensavo a riferimenti teorici, facevo semplicemente quello che mi veniva, quello che mi piaceva. Anche nel montaggio, non avevo presente nessun modello, nessuno. Poi sono venute le cose che tu dici. Per me la difficoltà è uno stimolo, e poiché il film era necessariamente breve, ho dovuto inventarmi per difficoltà appunto economiche dei modi di "allungare" senza tradire lo spirito. Ma erano cose che mi piacevano, che mi convincevano, che stavano bene con il resto. Non era una scelta teorica, di straniamento o altro ... C'è un modo molto originale di riflettere sul cinema, in Vito e gli altri, con le dichiarazioni dei ragazzi su scena nera, che dicono di amare un cinema tutto diverso da quello che tu invece pratichi e mostri. Era un modo di criticare il mio stesso cinema, mi piaceva che i bambini criticassero me in quanto legato a un cinema intellettuale. Il cinema è bello quando finisce bene, quando si danno i baci, quando è bella la musica, quando uno dice: '"azzo, già so' passate doie ore?" ... Quello è cinema, e io sono d'accordo, anche se poi faccio un cinema d'altro tipo! Il cinema non è bello, si dice in Vito, "quando è tal'e quale 'a vita: 'na latrina!" Io mi identifico cu' sto guagliuncello, alla sua età io ragionavo così! Mi piaceva e mi piace il western, Maciste, le avventure spaziali! Vito e gli altri è andato male al botteghino perché era unfilm come quelli che ti piacevano da bambino! Vito è andato malissimo, è stato un disastro, non è arrivato neanche a cento milioni di incasso! Pe,fino a Napoli, Vito non l'ha visto nessuno, io l'ho visto poi in cassetta. Ha avuto un successo "postumo" ... A Napoli la Mikado ha creduto di doverlo mettere in un locale dove fanno le sceneggiate, l'Adriano, e oltre ai parenti dei protagonisti non c'è andato proprio nessuno. Hanno tentato di metterlo al Vomero e lì c'era una maschera (è un fatto vero, l'ho proprio constatato di persona) che non faceva entrare la gente. Quando venivano i borghesi del Vomero la maschera li sconsigliava: "Nun date retta, chisto è 'nu film proprio brutto!" Nel successo postumo, ha usufruito del mito del "rinascimento napoletano", del!' era Sassolino.
1O VENEZIA/CAPUANO Antonio Capuano. FotoGiovanni Giovannetti/Effigie. Nel 1991 ci fu Vito, nel 1992 Mario Martone col Matematico, nel 1993 Pasquale Corsicato con Libera ... E nel 1994 c'era già Bassolino, quando c'è stato il secondo film di Mario. È l'arte - il cinema con voi tre, il teatro con Teatri Uniti e Moscato, la canzone con gli Almamegretta ... - che ha trainato e annunciato il risveglio della città? Mostravamo una Napoli tutta diversa da quella raccontata fino allora, una Napoli mai raccontata prima. Col "rinascimento" si è subito entrati in una specie di manierismo ... La gente già si aspetta delle cose da noi, e il rischio è quello di dargliele come vuole lei. L'interesse si è fatto meno vivo, e da parte nostra c'è un po' l'amministrazione di quest'interesse. È un rischio, il rischio di una cosa che diventa subito stanca, di una specie di veloce omologazione ... E poi, sotto, cosa c'è? A Napoli, come altrove, c'è una montagna di artisti un po' scalcagnati, non una scuola, non file sostanziose e diversità consistenti, attive ... Dietro le punte ci sono i filamenti, e c'è meno creatività. È giusto che sia anche così, è questo fenomeno più di massa che modifica la città, anche nell'arte. È una curiosità più vasta anche se produce poco, e solo imitazioni. Se oggi ci stanno mille ragazzi che fanno cinema, questo è un fatto positivo, ieri ce n'erano solo dieci. Qualcosa dovrà venirne fuori! Certo, I'amministrazione dei luoghi comuni non è entusiasmante, anzi è pericolosa. A me piace il caos, il disadorno, la crudeltà ... A tenere insieme tutte le vostre esperienze, quelle di punta, è una coscienza molto forte dell'originalità e radicalità di una condizione, della commistione culturale napoletana. Una volta c'erano i generi, oggi c'è mescolanza di forme e influenze. A me le mescolanze piacciono molto, come si può notare dalle cose che faccio. Amo fare i conti con tutto quello che c'è. Bisogna essere aperti, disposti a parlare con tutti, a imparare da tutto, a fare entrare in te il massimo. Forse per i miei film questo è un limite, c'è dentro troppa roba, e andrebbero visti più volte per quanto sono pieni di cose! Si tratta- aprendo, facendo entrare e facendo entrare - di organizzare una cosa che somigli di più alla complessità della vita di oggi. Non un settore della contemporaneità ma la contemporaneità! Almeno nelle intenzioni. Tu ti muovi con molto rispetto nei confronti delle cosiddette sottoculture napoletane, le culture dei vicoli, insomma. Magari con ironia ma sempre con rispetto, con l'interesse per le loro ragioni, comprese quelle estetiche. Che so, certe canzoni di Nino D'Angelo, come quella che hai messo nel film, Nun te pozzo perdere, è proprio che ti/ci piacciono. Noi le consideriamo belle canzoni! E come! Io vedo queste cose con grande amore, non solo con rispetto. E Nun te pozzo perdere è una canzone d'amore proprio bella, che nel film sta benissimo. Molti critici si interessano ai prodotti di queste sottoculture, come a "trash", le teorizzano come monnezza. Ideologicamente, paternalisticamente, pe,fino razzisticamente. Quest'atteggiamento mi addolora molto e lo respingo con decisione. Nel film per queste cose c'è amore e c'è proprio piacere: a me la musica di vicolo, per esempio, mi piace proprio, mi piace esteticamente. È il prodotto di gruppi sociali che hanno una loro cultura a parte, e si rifiutano di seppellirla a vantaggio di quella media televisiva, quella della mass-cultura nazionale. Vanno avanti per i cazzi loro, rubano da chi ci interessa, hanno una loro storia che non scende a patti con nessuno. È una musica che si autoproduce e si autoconsuma. Guarda nella Sanità, il quartiere che è il vero protagonista di Nunzio! Guarda come si pettinano i guaglioni della Sanità: è un modo unico già a Napoli, dove le trovi le mode che loro hanno, che si danno? Nonostante abbiano il televisore aperto 24 ore su 24, portano avanti i loro stimo Ii fottendosene dell'esterno, oppure pigliandosi quello che gli va, secondo modi solo loro, certo non passivi. Hanno ancora qualcosa da dire. Questa è la distinzione! Su molti ambiti, compreso quello estetico. In Nunzio la commistione tra influenze e forme riguarda un po' tutto il film. Anche gli attori, i protagonisti, un ragazzo preso dalla strada e un attore "canonico" come Fabrizio Bentivoglio, che è un attore "ufficiale" che viene "da fuori", come il personaggio del prete che interpreta. Ma spostiamo il discorso sul piano morale: nella sceneggiatura c'è un'adesione alle ragioni di queste culture e nello stesso tempo un giudizio; non è che ne prendi tutto, denunci il fatto che questa cultura sia anche camorrista, e che certi ragazzi non abbiano altra possibilità di crescere che se non dentro quei meccanismi di malavita. Condanni la camorra, ma non t'illudi su un modello di progresso che viene da fuori. Questo sul piano economico. Sul piano culturale, rifiuti il modello del cinema "ufficiale" e omologato, anche di quello detto di denuncia, e però qualcosa ne prendi. Non
ti va bene la camorra, la miseria, e neanche l'emarginazione culturale e il ghetto ... Mi capita di affezionarmi a delle forme, a dei modi di raccontare, ma già in quel momento le critico, non mi bastano. È sempre uno stare dentro e fuori, una condizione di scontentezza e però di dialogo, di ricerca. Io non mi trovo una collocazione, non so dire: "sono più vicino al Tale o al Tal altro". Vivo nella contraddizione e non sono capace di trovare uno spazio in cui credere davvero, né sociale, né formale. Nel momento in cui mi sembra di trovarlo, già lo critico, lo metto in discussione. Nunzio potrebbe rientrare nel filone della denuncia, col personaggio positivo del prete, eccetera? Ma c'è sempre una grande conflittualità. Anche il prete non è un prete solito, pensa a come rivendica e giustifica la sua storia d'amore con Nunzio. I miei personaggi non trovano la strada giusta, non sanno che fare neanche loro, si dibattono continuamente. Un po' come noi, no? Certo come me: non sai mai che cazzo devi fare, cosa davvero è giusto fare ... Nunzio è pieno di ambiguità. Va bene che è giovane, un adolescente che ha la grande età della libertà, però anche lui ... Penso a quando denuncia il prete ... Non è convinto, non sa... E per il prete è lo stesso, non sa cosa fare della sua vita, il ruolo gli sta stretto, si interroga a partire dalla sua fede. Io mi riconosco molto in entrambi. Sono due personaggi che escono dalla loro corazza, ma poi non sono neanche contenti di esserne usciti. Quando Nunzio si lascia conVENEZIA/CAPUANO 11 vincere a denunciare il prete, lo fa in una maniera struggente, che strazia. Capisce che sta subendo e accettando una violenza, che sta facendo una violenza ... Sta denunciando un amore, e quando mai è stato giusto denunciare un amore? Fondamentalmente, il film è una storia d'amore. Tutto questo dentro la Sanità, che appare come una specie di isola nel contesto napoletano, con le regole sue proprie, una storia propria ... Tu hai detto di volerla esplorare come per tracciarne una mappa, attorno alla chiesa del Monacane, su e giù e attorno alla strada principale che l'attraversa, giungendo fino al luogo tradizionalmente più estremo di Napoli, il cimitero sotterraneo delle Fontanelle già mostrato da Rossellini in Viaggio in Italia ... È il luogo dove il mondo dei vivi e quello dei morti si incontrano, nella tradizione napoletana ... Tu non sei della Sanità, hai trovato difficoltà a entrarci? Nessuna fatica. Io sono di origine proletaria, anche se vengo da Posillipo, da una zona di mare. Mi riconosco molto nella gente della Sanità, e questo mi ha reso tutto più facile. Nella Sanità, d'altra parte, c'è una giustificazione culturale e sociale impressionante: è una società completa, con una cultura. Ci sono canzoni e cantanti che hanno corso solo nella Sanità, equesta è una cosa meravigliosa, se ci pensi! È una realtà che appare esaustiva, sembrerebbe non avere bisogno di nessuno. Poi vedi come questa realtà ha assorbito gli extracomunitari, con quale rispetto e con quale capacità in integrazione. Dove altro FabrizioBentivoglioin un'immaginedel filmdi AntonioCapuano Pianese Nunzio 14 anni a maggio.
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