Linea d'ombra - anno XIV - n. 117 - lug./ago. 1996

temperamento. Ma non è la sola. C'è in quegli anni una bionda fascinosa, Marlene, con cui condividere i riflettori. Allora lei, Leni, non esita a salire in alto, sempre più in alto. Ardimentosa interprete di film di montagna, è l'unica capace di scalare crepacci e farsi investire dalle valanghe, senza controfigure, davanti alla macchina da presa. Nel 1933 ha trentun anni. Indiavolata e bella da morire. Marlene sceglie di andarsene, lei di restare. C'è chi ha anche coscienza, c'è chi ha solo ambizione. Così Leni resta sola sulla scena. Nessuna bionda le farà più ombra in Germania. Allora qualcuno la fa smettere di ballare e di recitare: uno che interpreta il ruolo del Fiihrer le affida la parte della regista. Un destino collettivo è da costruire e Leni Riefenstahl ne sarà uno degli artefici principali. Al nazismo darà tutto (il suo talento), dal nazismo avrà tutto (quel che conta per lei: celebrità e agiatezza). Con due pellicole diventa la più celebre cineasta del secolo. Realizzando propaganda, si realizza nella società di massa e nell'universo totalitario. Diviene il più compiuto esemplare di donna nazionalsocialista. E la sua macchina da presa che scolpisce i nuovi eroi dell'impero millenario. Nessuno meglio di lei ha contribuito, col potere delle immagini, a edificare il mito della purezza metafisica e della drastica durezza del III Reich. Sui geometrici guerrieri di Norimberga del 1934 e sui leggendari atleti berlinesi del 1936 stende la patina immortale dell'iIN BREVE 91 deale assoluto. Non c'è dubbio che quegli uomini facciano parte di una razza suprema, nata per dominare. Leni mette le sue straordinarie risorse tecniche al servizio della propaganda. Un colpo d'occhio infallibile si sposa in lei con un perfetto senso dell'organizzazione e un' inesauribile capacità realizzativa. D'un tratto, un'intera carriera va a schiantarsi nel tenebroso tunnel della storia. Di questo incidente che le spezza la vita sarà inconsolabile. In tutto il resto non vedrà nulla di esecrabile. Né sono certo tre anni di galera che possono stroncare l'esistenza di una donna della sua tempra. Pentita? E di che? Lei mica "sapeva". E oggi che "sa"? Neanche adesso condanna. Nessun rimorso, niente da rimproverarsi. Per lei domani è un altro giorno: e via col vento della storia, fino all'ultimo respiro. Vitalissima ed egotista, irresponsabile e caparbia, se non sarà più una trionfante walkiria, resterà almeno una professionista indiscutibile ancorché ferita a morte dalla repentina metamorfosi del successo in ignominia. Nel tardo dopoguerra Leni Riefenstahl, l'occhio del regime, si getta nei flutti dei mari tropicali e s'immerge nella vita tribale dell'Africa primitiva (sgargianti riprese subacquee, colorati documentari etnologici) sospinta da un'energia implacabile, da un mestiere sempre più avventuroso. Una volontà inflessibile le rende lieve il peso dell'età. Se non è potuta andare in alto, sempre più in alto, ora va in profondità, sempre più giù, in una sfida costante a ogni limite umano. Dall'esaltazione dei bianchi in bianco e nero alla deificazione dei neri col colore. Dal nazismo a Greenpeace: questo il paradossale itinerario di Leni. Ma c'è chi, come Susan Sontag, ha riconosciuto nel suo ultimo sguardo la scintilla di un fascismo perenne, affascinato dal gioco dei muscolosi corpi d'ebano atteggiati, come belve scattanti, in pose di ferinità sopraffattrice. Ray Miiller ha scavato con maestria, per oltre tre ore, nel cono d'ombra che circonda la provocatoria sopravvivenza di Leni. La donna ultranovantenne che vediamo toccare i fondali dell'oceano è la stessa che tocca il fondo nel 1945, allorché un'agghiacciante valanga di cadaveri scheletrici invade lo schermo e seppellisce per sempre i levigati corpi "ariani" da lei con tanta passione filmati. Roberto Salvadori Clio Pizzingrilli Popolo della Terra Feltrinelli, pp. 206, Lire 28.000 "Postmoderno", come sostantivo o aggettivo, nome o sua specificazione, è un termine che in questi ultimi tempi è mancato di rado dalle analisi sulla letteratura contemporanea (anche se oggi è più à la mode "pulp"), in particolare nella versione, proposta da Luperini, di postmoderno critico, capace di uscire da un'ottica del collage fine a se stesso e di svelare le contraddizioni del reale. Il linguaggio e i modi di composizione - il quadro analitico, appunto - l'hanno fatta da padroni nelle pagine dedicate alla nuova generazione di scrittori, quella che oggi si legge al microscopio, dalla Ballestra alla Campo, da Caliceti a Scarpa, da Maggiani a Voltolini; osservato da lontano è stato, invece, un testo, Popolo della Terra, di Clio Pizzingrilli che possiede un quadro d'analisi anomalo e peculiare. Il testo è una mina che vaga senza trama, tanto che ogni tentativo di trascrizione o di descrizione viene frustrato. Sostituisce la trama un catalogo completo di reietti e di esclusi, di personaggi che paiono anime morte, componenti della masnada infernale del progenitore di Arlecchino, Hellequin, le cui forme sono modellate da un linguaggio ricco e misto, privo di ogni griglia selettiva, come del resto dimostra l'onomastica: Alcuina Ciapella, Felix Staffilo, Ditti el Sabio, loco Battegazzone, Zona di Csln, Antonietta Beilerbei, Zuchelmaghli, Baulle Gaulle, Migliore Migliori, Taillemer; è il materiale verbale che sa trasformare queste anime morte in cartoni animati, pronti a muoversi secondo le regole di musical o dell'avanspettacolo o di cartoonia. Questa banda (o quest'Armata Brancaleone) si imbarca su

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