Linea d'ombra - anno XIV - n. 117 - lug./ago. 1996

a Singapore, non portare a richieste di democrazia politica, a differenza di quello che è avvenuto in Occidente. Ma, a beneficio di chi parla di imitare in Italia quel modello, e per tranquillizzare chi invece ha paura di una simile eventualità, Bonazzi rimarca l'irripetibilità del caso di Singapore. Marco Tarchini Cento romanzi italiani (1901-1995) Presentazione di Giovanni Raboni Fazi Editore, pp. 147, Lire 25.000 La critica in miniatura ha in Italia una tradizione prestigiosa, dai cappelli di Contini, alle schede di Debenedetti, dai risvolti di Vittorini alle Letture di Cecchi o Montale, ai pareri editoriali (Fortini) sepolti negli archivi delle case editrici. Legittimo quindi quanto rischioso condensare in poche righe un giudizio o un'interpretazione. Ciò che non persuade in Cento romanzi italiani (1901-1995) non è la scelta dei titoli, ma l'idea di letteratura che sottende l'operazione. Dal libro emerge, più che "la biblioteca ideale del Novecento", il profilo di una generazioni di critici, nati perlopiù negli anni Cinquanta e Sessanta, d'origine centro-meridionale, che hanno della letteratura una concezione chiusa, quasi angusta. Questo "neorondismo" ha come caratteristiche (non tutte negative) l'uso di un italiano ricercato, un confronto serrato col testo, un ego che in alcuni tende a dilatarsi pericolosamente IN BREVE 89 (il maestro è Garbali), la tentazione di trasformare la letteratura in una gara di biglie. Il rilievo non vale per tutti: prendiamolo come gioco, ma attenzione a non prenderci troppo gusto. Spero non risulti troppo moralistico richiamare il giovane Bianchi Bandinelli: "il nostro lavoro intellettuale deve poter servire a coloro che non hanno modo di svolgerlo direttamente. Altrimenti diventa un giuoco di società o una masturbazione reciproca fra pochi iniziati di un club riservato". Alberto Saibene Voci dal silenzio. Scrittori ai margini d'America a cura di Mario Maffi Feltrinelli 1996, pp. 240, Lire 28.000 Quando, un mese ali' anno, insegno quel che posso a un gruppo di ragazzi di South Centrai, L.A., non ho di fronte né beach boys né boys in the hood. Non riesco a immaginarmi città di quarzo o minacce alla società. Sarà forse, in parte, una questione di appartenenza etnica: di fatto, i ragazzi di origine asiatica sembrano predominare numericamente. Il ruolo e la presenza degli asiaticoamericani sono sotto gli occhi di chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la vita reale degli Stati Uniti: e va quindi accolto con particolare interesse questo volume, che davvero colma un vuoto proponendo un'ampia scelta di voci appartenenti a quel mondo, già variegato al suo interno a seconda della provenienza nazionale, degli strati sociali, delle differenze di genere e dei singoli temperamenti. Si ricordi che solo di una scelta si tratta, limitata per venire incontro a un pubblico totalmente ignaro. Non dev'essere stato facile costruire un corpus di sedici autori esordienti per il lettore italiano: eppure il volume, tanto "grave" nei contenuti e negli argomenti, avvince sin da subito per la scioltezza del linguaggio. Alta comunicatività che fa il paio con il prevalente tono descrittivo che, da uno scrittore ali' altro, riesce a documentare i molteplici drammi dell'emigrazione. Ogni grande antologia della letteratura americana, da Vittorini in poi, è anche servita a cambiare, arricchendola, la nostra visione degli Stati Uniti, e così succede anche stavolta. Siamo di fronte a scrittori che vanno dritti al cuore delle cose, che sanno dar forma ai fantasmi che li assediano. Se dominano visibilmente, in prosa e in poesia, l'autobiografia e il recupero memoriale, vari appaiono però negli esiti espressivi. Una primissima suddivisione potrebbe seguire linee generazionali: così, mentre per gli autori più anziani prevalgono, con tragica grandezza, i traumi del lavoro sfibrante e bestiale (la giobba degli italoamericani), della discriminazione razziale, del rapporto difficilissimo con gli stessi connazionali, per i loro figli o nipoti, l'accento si sposta sul dramma già più "borghese" dell'identità, sul nodo di affetti contraddittori che li lega alle prime generazioni. Nei primi c'è più America, nei secondi più famiglia: ma si tratta di approssimazioni. Ogni lettore si sceglierà i suoi beniamini. Io sono stato contagiato dal ritmo febbrile di Carlos Buiosan, che percorre come un cane braccato luoghi che avremmo associato a John Huston, a Kerouac, Marcuse, Sam Shepard, Pynchon e che, invece, si presentano allo sradicato duri come non mai, al di là di qualsiasi risarcimento estetizzante. Quante esistenze decidiamo di non vedere pur di poter tirare avanti? E quali forme può assumere un dramma coniugale a Chinatown (è il tema magistralmente svolto da Louis Chu)? Nel racconto di Toshio Mori il testimone viene passato da una generazione all'altra con parole e immagini struggenti. In Fay Chiang l'emigrazione acquista un respiro epico; Susan L. Yung tocca quasi gli stessi temi, ma in maniera più concisa e risentita. Per entrambe, la semplicità del linguaggio

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