Ciao bella. Ventun percorsi di critica letteraria femminile oggi a cura di Rosaria Guacci e Bruna Miorelli Lupetti/Piero Manni, pp. 25 l, Lire 30.000 Guten Morgen, Du Schone, ovvero Ciao bella: il titolo dei "ventun percorsi di critica letteraria femminile oggi", a cura di Rosaria Guacci e Bruna Miorelli, è l'omaggio a un'opera di Maxie Wander, giornalista e scrittrice austriaca vissuta in DDR, che raccoglieva diciassette interviste di donne. Di questi "resoconti di vita", Christa Wolf disse che mancava il diciottesimo, ovvero quello dell'autrice. "La difficoltà di dire 'io"', ribadisce poi la stessa Wolf nelle sue R(flessioni su Christa T. Le donne, sembra, scrivono senza dire "io", senza definirsi, nemmeno quando scrivono di altre donne. Il dato che accomuna questo secondo Ciao Bella, è invece la capacità di dire "io". Nei ventuno saggi, le autrici ricreano e definiscono i parametri in base ai quali la donna autrice si assume la responsabilità del suo punto di vista sul mondo; stabiliscono cioè i fondamenti di una critica letteraria femminile. Ma molte, e a ragione, trovano questo "femminile" troppo stretto, una sorta di guscio vuoto di contenuti che hanno già assunto una propria forma e visibilità; la teoria della differenza, elaborata e assorbita dalle coscienze, rende l'aggettivo superfluo e fuorviante, legato all'uso semplicistico e riduttivo che ne fa il simbolico maschile. Le donne che scrivono e di cui si scrive in Ciao Bella (tranne le due eccezioni di Barbara Lanati e di Alessandra Orsi, che non trattano di autrici) appaiono così doppiamente rilevanti: perché l'indagine sulla scrittura delle seconde permette alle prime di ricreare i mezzi (e i codici) di un'arte a cui non bastano più i criteri d'interpretazione usati e abusati fino a ora, e soprattutto valuta artisticamente il contributo delle donne in qualunque ambito letterario (come quello della "scrittura minore", ovvero saggistica, diaristica, corrispondenza, e di cui Paola Redaelli parla nel bel saggio Tra Scilla e Cariddi). Il criterio della responsabilità dell'artista rispetto al mondo immesso nella sua arte rende giustizia, se vogliamo, del sottotitolo scomodo: perché comunque, Bulgheroni che scrive di Dickinson o Petrignani su Morante scrivono secondo un impianto teorico che le definisce in base al proprio rifiuto dell'uso del simbolico maschile e dell'interpretazione del mondo che da esso proviene. E allora, forse, femminile non è più sinonimo di "parziale" contro "universale", ma è misura di un maschile che deve riflettere sulla propria parzialità. Giuseppe Bonazzi Lettera da Singapore Serena Daniele Il Mulino 1996, pp. 184, Lire 20.000 Singapore non appare spesso nella stampa italiana, a parte i casi in cui se ne è scritto perché vi sono state comminate pene corporali anche a teppisti occidentali, ma ultimamente alcuni personaggi pubblici nostrani hanno additato quella città-stato come esempio di virtù economica e politica. Può essere utile allora, anche al lettore non specialista, prendere qualche informazione su una repubblica tanto ammirevole. Effettivamente, in meno di quarant'anni, Singapore si è trasformata da paese sottosviluppato, collocato in un'area del mondo più travagliata e pericolosa che oggi, a faro dell'opulenza nell'Asia sudorientale. Tra i suoi pregi, oltre al panorama verticalizzato da grattacieli magnificenti, figura una completa pace sociale, mantenuta con un minimo di repressione, ma soprattutto con l'eliminazione di ogni sacca di povertà. Casa, pensione, sanità e istruzione sono, non assicurati, ma alla portata letteralmente di chiunque. Quello che indigna i democratici è che tali conquiste sono state ottenute senza che alla libertà d'impresa si accompagnassero reali libertà politiche: lo spettacoloso sviluppo economico singaporese è stato diretto fin dal principio dal governo - vale a dire dal padre della patria Lee Kuan Yew - e né l'obiettivo, né i modi per raggiungerlo sono mai stati sottoposti a pubblico dibattito: Singapore è contemporaneamente "ipercapitalista" e "iperdirigista". Giuseppe Bonazzi, sociologo e docente aJI'università di Torino, ha trascorso un periodo di studio a Singapore, per analizzare i motivi dell'invidiata riuscita economica dello staterello e anche, confessa, per provare personalmente lo spaesamento che coglie l'antropologo immerso in un contesto alieno, in questo caso insieme attraente e repulsivo. Il libro è diviso allora in due parti. Nella prima, scritta in maniera informale, sotto forma di diario, l'autore cerca di rispondere alla domanda "Che effetto fa vivere a Singapore?". Nella seconda parte invece è contenuta la trattazione più accademica dell'argomento. Lo sdoppiamento è paiticolarmente adatto alle aspettative del lettore curioso, più che dello specialista. Due conclusioni interessanti: la prima è la refutazione di quel determinismo culturale, il quale vorrebbe che il confucianesimo giocasse a Singapore lo stesso ruolo che il calvinismo avrebbe svolto in Europa secondo L'etica protestante e lo spirito del capitalismo; la seconda è la provvisoria accettazione di un ampio relativismo culturale, per cui il raggiungimento del benessere potrebbe,
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