piacere e sono felice di sapere che ha molto successo in Italia. Non conosco molto bene Manuel Vazquez Montalban, trovo che sia un autore molto fecondo e un ottimo scrittore della Spagna contemporanea. Che vi piaccia o meno rappresentate un simbolo: si tratta di un ruolo scomodo o piacevole? Ben Jelloun: Non sono un simbolo, sono uno scrittore vivente che interviene sulla stampa e nei media perché considera che il dovere dell'intellettuale consista anche nell'affermare la propria indignazione o aiutare la gente a capire situazioni e problemi specifici. Questo può dare l'impressione che io sia un simbolo, ma non è quello che cerco. Io cerco di facilitare la comprensione della società dalla quale provengo, che è la società magrebina, questo è il senso dei miei interventi sulla stampa italiana e del mio lavoro di romanziere. Ritengo che il modo migliore di sensibilizzare una società sia raccontare delle storie. Scrivo molto, scrivo tutto il tempo e alcune delle mie opere appaiono esaustive, ma mi piacerebbe essere percepito come una totalità, come qualcuno che stia lavorando a un'opera ancora incompiuta. È l'insieme a essere importante, tutto ciò che ho fatto sino a oggi e che farò. Laabi: Ho sofferto a lungo di quest'immagine di simbolo in cui hanno tentato di rinchiudermi, di congelarmi. Ho orrore delle prigioni, anche se prestigiose; ci si batte per le idee, non per le ricompense. Per questo ho ridicolizzato in molti miei scritti quelli che fanno commercio delle loro sofferenze; io cerco, soprattutto, di essere me stesso e di rimanere fedele ai principi etici che guidano la mia vita e la mia scrittura. Ritenete che la vostra generazione rappresenti il passaggio che conduce alla integrazione reciproca, oppure pensate che la strada sia ancora lunga? Ben Jelloun: Non posso pronunciarmi sull'avvenire. Ho notato che la letteratura dei bambini degli immigrati - quelli nati nel!' immigrazione - è documentaria, testimoniale, ma non ancora di immaginazione, di fiction. Ho l'impressione che non siano ancora bene inseriti, integrati nella vita per potersi permettere di fare della fiction e di immaginare le cose. Ma bisogna aspettare, sarà il tempo a dirci se la letteratura che facciamo avrà dei figli, bisognerà aspettare almeno una generazione. Laabi: Mi trovo tra due culture e lavoro su entrambe. In questo senso sono un traghettatore di cultura, un nomade culturale. Non posso parlare dei ragazzi in generale, ma dei miei, ai quali cerco continuamente di dare la coscienza della ricchezza di questa nostra situazione, benché a volte possa essere vissuta in modo lacerante. In generale il lessico degli autori magrebini di lingua francese è tanto prezioso quanto preciso, puntuale e, sovente, ornamentale.C'è qualche rapporto con la tradizione islan.ica e con la "figurazione negata"? Ben Jelloun: Non scrivo in arabo, ma la lingua araba - come riferimento all'immaginario fiorito, poetico di un mondo - è presente nella mia scrittura francese o italiana. Così la lingua francese si trova completamente trasformata e arricchita, perché utilizziamo numerosi immaginari: quello arabo da cui proveniamo, quello europeo che viviamo e questo, forse, rende la scrittura un po' artificiale. Laabi: Quando scrivo lavoro su tutte le mie lingue: quella materna, che è l'arabo marocchino, il francese e l'arabo classico, quindi i miei testi sono necessariamente elaborati da questa INCONTRI/BEN JELLOUN, LAABI 85 polifonia linguistica. Credo che questo rapporto con diverse lingue e con espressioni culturali diverse mi permetta di lavorare sulle forme letterarie nel senso del loro rinnovamento. Per me le ispirazioni sono sempre inscritte in una dinamica di modernizzazione. Nadja, l'ultimo libro di Ben Jelloun, affronta il problema femminile nel mondo dell'immigrazione. La domanda più comune - ma le risposte non coincidono mai ... - è: i divieti posti alla donna nel mondo islamico si trovano realmente nel Corano? Ben Jelloun: Sono divieti nati dalla volontà degli uomini arabi o musulmani e sono estesi a tutta l'area mediterranea, in cui gli uomini hanno paura della donna e cercano di tenerla sotto controllo. La religione coranica è come quella cristiana e ha - dal punto di vista della donna - delle posizioni piuttosto vigili. Tutte le religioni diffidano della donna, ma gli uomini musulmani si sono appoggiati a un'interpretazione maschile della religione per giustificare i divieti. Laabi: Non è la prima volta nella storia che si assiste alla manipolazione ideologica della religione, come strategia politica per la presa del potere o per mettere al passo una società, le donne, in questo caso. Oggi l'Islam è ostaggio di una di queste manipolazioni, ma questo non deve condurre all'omologazione oppure alla demonizzazione di una religione che, come le altre, predica valori umanitari. L'Islam dovrà evolvere, rispondere alle esigenze delle società moderne, è il prezzo della sua sopravvivenza, che costerà tempo e conflitti sanguinosi. Ma una religione non può sopravvivere che attraverso un certo adattamento, la chiesa cattolica l'ha capito bene. "Dove lo Stato non c'è" dipinge un ritratto dell'Italia-Terzo mondo. Si tratta di un reportage poetico. Concretamente che cosa pensa di questa nazione? Ben Jelloun: È un paese che mi attira, perché è molto mediterraneo come me. I problemi del Mediterraneo sono i problemi che vivo, che conosco, quindi mi sento vicino all'Italia, la guardo e ne scrivo con simpatia evidente e con una certa severità. Quando l'ho girata per scrivere quel volume, sono stato impressionato dai problemi di mafia, di camorra e dall'assenza dello stato. Mi ha inquietato il funzionamento della giustizia, perché I 'Italia è un paese molto democratico, molto rispettoso del I' individuo e della sua libertà, sono contemporaneamente turbato e affascinato. Non posso giudicare, perché è un paese complesso e credo di essere soggetto a un transfert d'amore, pur essendo vigile e consapevole che non ci sono soltanto belle cose, ma anche problemi. Così mi permetto di scrivere, a volte, ciò che vedo, ma non vivo abbastanza in Italia per criticare il paese in profondità: la televisione ha gli stessi difetti di ogni altra: è superficiale, spettacolare, ha - in parte - ucciso il cinema; gli italiani sembrano leggere piuttosto i giornali che i libri e ho l'impressione, infine, che si tratti di un paese in cui l'apparenza conta molto più delle cose profonde. Se dico "Mediterraneo luogo comune", lei pensa a una cultura comune, a un bene collettivo, oppure a un cumulo di banalità? Ben Jelloun: È una madre abusiva, che amiamo malgrado tutto. È una passione amara, che ci inebria di sogni folli ma necessari. Il Mediterraneo è un modo di respirare, di ridere, di gioire e di piangere, tutto è eccessivo: le lacrime come il riso, l'amore come l'odio ... Tutta questa moltitudine di conferenze e congressi.
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