alla cultura della tv, al denaro, al successo, alla corruzione ... si identificano con quello che vedono, sono loro stessi parte del problema che forse in alcuni momenti vorrebbero affrontare. Peggy Boyers Inoltre non dimenticatevi che Lasch era una persona molto privilegiata, di estrazione agiata e se ne pentiva ... Molta della sua riflessione nasce da questo senso di colpa. A proposito di questo carattere diciamo "proiettivo" del pensiero di Lasch, mi viene in mente l'aspetto inguaribilmente "positivo" di un lato almeno della cultura americana: un filone che parte da Emerson e dalla sua incrollabile fiducia nell' individuo e a cui fa da contraltare il lato oscuro (dei Me/ville, Poe, Hawthorne) ... Lo stesso Marshall Berman, al termine di una sinistra, apocalittica descrizione dello sventramento del Bronx, conclude con una immagine quasi alla Frank Capra, di una comunità interetnica che si riorganizza. Questo "positivo", secondo voi, si appoggia sull'esperienza e sul valore della comunità? Robert Boyers Guarda, è vero che nel nostro paese molte comunità distrutte da calamità naturali o perfino dal crimine e dalla droga si sono coalizzate, ricomposte e, in un certo senso, sono come rinate. Ma si tratta di casi sempre più rari, episodici. La maggior parte degli americani, quelli che non vivono nelle piccole città o nelle comunità rurali, non sanno neppure cosa siano le virtù civiche, la responsabilità individuale, il rispetto per gli altri, il valore del!' autorganizzazione al di fuori dello stato. Le persone che abitano qui a New York, in grandi e anonimi palazzi, hanno riunioni mensili di condominio per risolvere un problema specifico, per far riparare qualcosa, per raccogliere soldi dagli affittuari ecc., ma tutto ciò non ha niente a che fare con le virtù civiche e l'interesse per la vita del prossimo. Le stesse persone che partecipano a queste riunioni non si conoscono bene e i loro rapporti non vanno al di là del saluto mattutino. La situazione che descrive Berman è assai commovente, oltre che accurata, e il tuo riferimento a Frank Capra mi sembra assai pertinente, però non penso che tutto questo costituisca la regola oggi nella nostra società. Tutta l'enfasi che ritrovo nella vostra cultura sulle radici e sulla identità etnica mi sembra in gran parte ideologica (le radici risultano spesso così immaginarie e lontane). Sei d'accordo? Robert Boyers Sì, assolutamente. Si tratta perlopiù di identità immaginarie, alimentate da forme di risentimento verso la cultura dominante, ma, e questo è il punto, anche verso tutte le altre culture subalterne. Se diamo una scorsa alle dichiarazioni che provengono dalla comunità nera negli Usa, percepiamo una rabbia spropositata nei confronti per esempio degli uomini d'affari asiatici (altro che comunità!). A volte ho un dubbio a proposito del!' "inattualità" del lavoro che stiamo facendo (le nostre stesse riviste ecc.). Non sarà che questo mondo nuovo, che si sta profilando sotto i nostri occhi, è rappresentato, raccontato meglio dai videoclip e dal linguaggio visivo piuttosto che dalla parola scritta? Robert Boyers Il punto è capire quali facoltà vengono stimolate dai linguaggi visivi rispetto alle facoltà stimolate dalla parola scritta: anche se amo il cinema non vorrei mai che le immagini sostituissero in tutto la parola (sarebbe un disastro!). Le immagini televisive e cinematografiche tendono a creare una sorta di passività in chi guarda, di qualunque età egli sia e a qualunque ceto appartenga. Le facoltà stimolate dalla parola scritta hanno a che fare con l'attenzione (facoltà che per me dovrebbe essere primaria): mentre la parola scritta, soprattutto quando è narrativa, richiede uno sforzo direi di traduzione, un investimenINCONTRI/SALMAGUNDI 83 to immaginativo, un coinvolgimento mentale. Molti film ti danno l'impressione, volontaria e non, che tutto ciò che vedi basta all'immaginazione, in un certo senso che è già la pienezza; come se bastasse rilassarsi e lasciare che tutte quelle immagini assor- · bano i tuoi sensi ... È impossibile che questo stato mentale sia profondamente creativo come invece l'atto della lettura. Chi legge molto è più consapevole del mondo, del linguaggio stesso che usa. Ma chi non legge è condannato alla stupidità? Robert Boyers Una delle cose per sui siamo profondamente grati ai grandi scrittori è che ci insegnano a essere autocoscienti del modo in cui usiamo il linguaggio e del modo in cui i nostri pensieri sono controllati "segretamente" dalle formule che sono consolidate nella cultura corrente. Cosicché, leggendoli, non solo diventiamo coscienti ma anche "critici" della lingua che usiamo e delle immagini che ci passano per la testa e dei discorsi intorno a noi; e insomma tutto questo ci permette di impegnarci per un altro tipo di autenticità e direi anche di "freschezza". Ora, dico queste cose naturalmente perché ne sono convinto. Eppure ciò che è implicito in una posizione del genere è un'idea che non mi piace tanto: cioè che le persone che non sono autocoscienti in quel modo non possono mai raggiungere l'autenticità, ma saranno sempre eterodirette, controllate da discorsi di vario genere e che penseranno e parleranno secondo gli abusati cliché della cultura dominante; insomma che non potranno mai sperare di essere indipendenti intellettualmente. Per questa ragione molti di noi hanno cominciato a prendersela seriamente con alcune analisi della Scuola di Francoforte, che pure è stata fondamentale. Peggy Boyers L'idea che una madre operaia illetterata sta vivendo una vita irreale, inautentica, perché non è preoccupata della letteratura del suo tempo è ovviamente inaccettabile. Credo anzi che anche se si guardano le telenovelas per sei ore al giorno, si può avere esperienza della vitalità dell'esistenza quotidiana, delle sue passioni e delusioni. Si dice sempre più spesso che la nostra è un'epoca "alessandrina" (o appunto postmoderna), in cui artisti e intellettuali hanno a che fare soprattutto con contaminazioni, mescolanze, rifacimenti, citazioni ecc. Cosa ne pensate? Peggy Boyers Beh, il termine che usi, "contaminazione", mi fa rabbrividire perché mi evoca contagi, malattie infettive ecc., tutte cose che mi fanno venire paura degli altri. Comunque, l'ossessione del mescolare credo sia dovuta a una certa penuria di esperienza, a un allontanamento della realtà, a un esaurirsi della comunicazione e dello scambio tra le persone. Il discorso non riguarda solo la letteratura, ma l'intera società. Ricordi L'io minimo di Lasch? Quei bambini la cui principale attività è guardare la tv quando tornano soli da scuola o magari andare a comprare un cd, e che non fanno altro, non parlano tra di loro, non parlano più con i genitori ecc. Come impareranno semplicemente a "pensare"? Come impareranno a distinguere ciò che per noi è più importante? Robert Boyers Sì, quei bambini che in Usa chiamiamo latch-key (con le chiavi di casa, N.d.R.) ... Ma tornando alla "contaminazione" culturale credo che nasconda in realtà una preoccupante, crescente omogeneità. Una delle esperienze più deprimenti per un professore di inglese è di leggere elaborati di studenti del primo anno, cui è stato appunto chiesto di mostrare il livello di scrittura raggiunto. Beh, tutti hanno le stesse due o tre idee da portare avanti sullo stesso argomento e perfino, credimi, gli stessi esempi tratti da uno stesso repertorio limitatissimo.
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==