Linea d'ombra - anno XIV - n. 117 - lug./ago. 1996

82 INCONTRI Robert Boyers, Peggy Boye-:s SALMAGUNDI, LAPRIORITA DELL'ATTENZIONE Incontro con Filippo La Porta Scendo i gradini del "Borgo antico", ristorante italiano a due passi da Washington square, per l'appuntamento che mi ha dato Robert Boyers, direttore della prestigiosa rivista "Salmagundi", da cui "Linea d'ombra" ha spesso tradotto saggi e discussioni. Cerco istintivamente intorno a me un signore di una certa età e dall'aria nobilmente accademica, che insegna ali' università di Saratoga Springs. Mi viene invece incontro uno "splendido cinquantenne" dai capelli lunghi e dall'aspetto quasi fricchettone, insieme a una affascinante e aristocratica signora, la moglie Peggy, con cui conduce la rivista. Dopo uno scambio di opinioni su autori e libri (con una totale, quasi imbarazzante omogeneità di vedute), dopo aver ricordato il pensiero e la figura del compianto Christoper Lasch, a loro molto caro, e dopo avergli chiesto.f11wlmente la corretta pronuncia del nome "Salmagundi" (che, attenzione!, è proprio come si legge), decidiamo di spostarci per l'intervista nel più asettico ufficio di Robert, al vicino lnstitutfor Socia/ Research. Parliamo subito della vostra bella rivista e del suo ruolo. Pensate che la critica letteraria debba essere, al di là di ogni "specifico", sempre anche critica della cultura e critica della società? Robert Boyers Direi proprio di sì. Il ruolo di "Salmagundi" dovrebbe essere quello di sostenere, di ravvivare la critica della cultura, anche se molti non la ritengono più possibile e pensano che questo genere non abbia più molto da dire. Il progetto della nostra rivista prende spunto da un critico del ventesimo secolo, Lionel Trilling, che sosteneva che una rivista dovrebbe fare la critica al liberalismo dentro il liberalismo. E questa era tra l'altro l'ambizione di Christopher Lasch rispetto alla sinistra culturale: una critica alla sinistra, ma sempre attraverso una visione del mondo ben radicata a sinistra. Secondo alcune diagnosi pessimistiche ma non prive di realismo (vedi Enzensberger) oggi l'intero pianeta sembra minacciosamente occupato da un'unica classe: la middle class culturale, che tutto avvolge e fagocita e riduce a sé. Ma le cose stano proprio così? E in che misura questo influenza la vostra attività? Robert Boyers Forse modificherei l'impostazione della domanda. Direi che la nuova middle class è nata dentro quella che una volta si chiamava cultura di massa. Così quella che era un tempo la lotta tra alta cultura e cultura di massa è diventata lotta tra cultura della classe alta e cultura della middle class, la quale ha però assorbito tutto, la cultura di massa e perfino il kitsch e perfino la cultura alta. Credo che buona parte della funzione di una rivista intellettuale in Usa sia di impegnarsi attivamente in quella lotta, di battersi in tutti i modi contro il formidabile appiattimento dell'intera cultura che la middle class sta operando. Una lotta riguardo a cui naturalmente Dwight MacDonald aveva da dire cose più interessanti e intelligenti di chiunque altro. Non è che questa battaglia sia stata già vinta da qualcuno dei contendenti, ma cambiano continuamente i termini e le modalità della lotta stessa. Non so in Italia, ma oggi non si ritiene più generalmente che la distinzione tra cultura alta e cultura di massa sia una reale, utile distinzione, mentre "Salmagundi", andando in questo controcorrente, cerca invece di operare questa distinzione in tutti i modi e attraverso tutti i suoi articoli e saggi. Per esempio, attraverso una critica sistematica alla incredibile sopravvalutazione (condotta magari con argomenti sofisticati) dei libri e dei prodotti della cultura di massa, i quali hanno tutti un certo senso di rotonda compiutezza e, direi una scivolosa superficialità, che invece non trovi nelle opere ad alta intensità visionaria. Prendi Pulp fiction, un film interessante, ma decisamente sopravvalutato: per la nostra rivista è decisivo fare una distinzione tra il livello di "visione" che c'è nel film di Tarantino e il livello di "visione" (e di scopo) che trovi in una grande opera di letteratura. Peggy Boyers Nelle arti plastiche e visive la cultura di massa ha cercato di assorbire e di legittimare (depotenziandole) le idee dell'alta cultura, ma anche lì credo che dovremmo sempre sforzarci di tracciare delle distinzioni e delle gerarchie. Lo scrittore austriaco Thomas Bernhard ha detto che la cosa più importante e anche più difficile è I' autodescrizione. Sei d'accordo? Robert Boyers Sì, certo. Attualmente in Usa, dentro ogni genere letterario, ci sono scrittori che però lo fanno assai bene, e direi anche nel cinema, benché a un livello decisamente inferiore; e dico questo nonostante il peso enorme che ha il cinema americano nella nostra cultura. Ci sono scrittori che a ogni generazione fanno delle ottime autodescrizioni. E naturalmente includerei tra questi uno scrittore non "puro", come Christopher Lasch. Nella fiction invece mi limiterei a De Lillo, Richard Ford e il compianto Carver. Per Stephen King farei un discorso a parte: tira alcuni fili fondamentali dell'immaginario americano, ma in definitiva è soprattutto molto abile a manipolare emozioni. Mi spiace, ma non direi che ci presenta un quadro davvero accurato né persuasivo della società americana. La piccola borghesia di cui ha parlato così diffusamente e appassionatamente Lasch è sensibilmente diversa dalla middle class culturale di cui prima parlavamo, e anzi per certi versi le si contrappone. Lo studioso americano, sempre più insofferente verso i "liberal da limousine" e le élite spocchiose, mostrava di avere immensa fiducia in quella classe, che quasi tende a coincidere con la "gente comune". Ma secondo te questa classe media, con i suoi valori della lealtà, dell'etica del lavoro, della dignità, del senso del limite e del tragico, esiste davvero negli Usa, ha un riscontro empirico, o è soltanto una pia illusione, una generosa utopia? Robert Boyers Credo che la middle class, e in particolare la parte di essa più vicina alla classe operaia (che è poi il ceto da cui provengo) non è più come la descrive il libro di Lasch The only true heaven: (che pure contiene alcune smaglianti panoramiche sulla nostra società). Mi sembra che purtroppo sia molto attirata dal denaro e dal successo, e non sia molto coinvolta da quei valori e modelli etici cui accennavi. In realtà penso che Lasch fosse così profondamente, definitivamente disgustato dal ceto intellettuale (soprattutto da quello accademico) che cercasse alternative dovunque in altre classi. La sua piccola borghesia, i suoi "americani comuni" però mi sembrano del tutto subalterni

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