80 STORIE/PIVETTA gio, un po' di rispetto, non era in piazza, era ancora un luogo di dolore, al pronto soccorso dell'ospedale non si doveva alzare la voce, non si poteva fumare, c'erano i cartelli che lo dicevano e invece quello fumava e lasciava cadere la cenere per terra, andasse fuori a fumare, sotto il portico dove si fermavano le ambulanze, che arrivavano silenziose, senza mai far strillare la sirena, si vede che non c'erano casi urgenti, neppure il suo era un caso urgente, malgrado la corsa che gli avevano fatto fare, in macchina dietro l'ambulanza, intanto però il tempo passava, non pensò invece allo strazio e alla pena degli altri attorno a lui, fermi davanti alle porte di plastica oscillanti degli ambulatori, era indifferente, s'era distratto nella sua noia. Il tempo passava anche per Marco, che, slacciandosi il giaccone, approfittando di quel cenno con il capo e di quel "sì" senza vigore, giusto un dovere, per cortesia, aggiunse: "Devo aspettare, sono qui per lei" e quel lei gli suonò dolcissimo e lo sentì addirittura importante, si compiacque di questa responsabilità, non era solo, doveva badare a Teresa, come se si fossero conosciuti da sempre e così parlò di sé, che veniva da Novara, che rischiava di perdere il treno, che doveva prendere il treno per tornare a casa, ma che si sarebbe arrangiato, in qualche modo, avrebbe dormito in un angolo della stazione, basta un riparo, ormai era grande, non poteva lasciare Teresa da sola, che brutta sorpresa per lei, uscire e non trovarlo, però non gli dicevano nulla e non era bello essere lì all'oscuro di tutto, chissà che cosa stava accadendo oltre quella porta, la curavano ne era sicuro, ma pregava che la trattassero anche bene, con la dolcezza e il riguardo che lui avrebbe saputo usare, comprensione per una ragazza così, aspettava con ansia di vederla uscire e lei gli avrebbe riferito i discorsi dei medici e poi insieme sarebbero andati via e andati chissà dove, lui doveva tornare a Novara, rischiava di perdere il treno, lo ripeté al signore elegante seduto in fondo alla panca di alluminio opaco, ma avrebbe desiderato che il treno non dovesse mai partire, che cosa in fondo avrebbe trovato di nuovo a Novara e di meglio rispetto all'amore di qui, sognava Marco e non sapeva neppure che cosa avrebbe fatto quella notte al freddo, con Teresa, se il treno non fosse partito. Il signore distinto e silenzioso seduto in fondo alla panca di alluminio si distrasse dai suoi pensieri e dalla sua irritazione per essere in quel corridoio freddo e sporco, osservò Marco, cercò qualcosa tra gli occhi, il naso, la bocca, i capelli troppo bassi, la pelle grassa, studiò il giaccone di Marco, largo il giaccone scendeva dalle spalle cadenti, guardò seguendo macchie di unto o la riga nera dello sporco attorno al collo o ai polsini, c'erano ma non davano l'impressione di un lungo abbandono, anche la faccia lo diceva, era povero, si capiva dalla timidezza, e non aveva nulla da nascondere, così si confessava come aveva fatto in parrocchia con il prete, che aveva cercato di insegnargli qualcosa, Marco si applicava a scuola, finché c'era andato, ci teneva a dire che un po' aveva studiato, però non era sveglio, non era furbo come certi tra i suoi amici di Novara, il signore distinto pensò la stessa cosa, ma non rinunciò ad ascoltare le storie di Marco, ormai gli era capitato così, tanto valeva approfittarne, anche se non ci voleva quell'attesa, erano le due di notte e il posto era soltanto sgradevole quanto il sonno che arriva e poi quel posto sgradevole gli faceva anche paura, chissà che cosa poteva succedere con quei tipi e guardò Sergio che si rotolava per terra, era scivolato dal termosifone, lo guardò persino agitare i piedi in aria, calzando stivaletti da cowboy, avrebbe voluto fare qualche cosa ma non era neppure bello impicciarsi, non sapeva neppure come, ci pensassero gli infermieri, ne arrivò uno che sollevò Sergio e poi si limitò a un "Basta, Sergio!" pieno di abitudine e di rassegnazione sarebbe dovuto tornare a raccogliere Sergio dal pavimento di linoleum verde, quella notte poi non c'era molta agitazione, si poteva fare. Il signore distinto era rimasto seduto all'altro angolo del corridoio e adesso incrociava le gambe e si passava una mano sulle palpebre con vigore come volesse prendere confidenza con l 'ambiente e lasciar cadere la propria indifferenza, nessuno si faceva vivo, così alzò lo sguardo verso Marco e lo vide goffo e ridicolo e pensò alla sfortuna e alla fortuna, aveva intuito la felicità di Marco e lo compativa, il viso rotondo, gli occhi buoni infossati nella pelle grassa, poteva capire da dove gli nascesse la felicità e se ne meravigliò assai, non era possibile la felicità, allontanò una cicca con il piede, frugò in tasca per cercare qualche cosa, ma era solo un modo per riempire il vuoto di quel corridoio, sentì altre voci all'altra estremità, una donna anziana accompagnava il marito, sorrideva allegra e fiduciosa, perché il marito veniva ricoverato e questo le creava uno stato di serenità e di benessere, si sentiva meno sola di fronte alla malattia del marito, mentre lasciava il pronto soccorso con il fagottino dei vestiti che il marito s'era appena tolto e chiese quando sarebbe potuta tornare, ma non aveva fretta, ormai tutto si sarebbe risolto e sapeva che quella notte avrebbe dormito tranquilla, il marito all'ospedale l'avrebbero curato, mentre altre facce attorno si agitavano, perché tutti si agitavano e nessuno sapeva niente, nessuno poteva immaginarsi quel che sarebbe accaduto di lì a pochi minuti, il tempo passava in quell'intervallo tra i dubbi e una certezza che poteva essere dolorosa, attraversando a corti e distratti passi la sala, sbirciando oltre la porta di plastica, provando a scoprire una parola nell'espressione di un medico o di un infermiere. Marco non vedeva più il treno che forse s'avviava dal marciapiedi numero ventuno della stazione Centrale, si sentiva spaventato, ma non era affatto pentito, con lei avrebbe trovato il modo di tornare a casa, gli sarebbe bastato il suo sorriso, oh che bello rivederla, con lei avrebbe potuto camminare per una strada qualsiasi e farle sentire un braccio sopra la spalla, così il freddo se ne sarebbe andato, l'aria gelida che entrava da uno spiraglio tra i due battenti di vetro del portone principale perché era arrivato qualcun altro, un malato in barella, l'aveva intuito anche il signore distinto seduto in fondo alla panca di alluminio opaco, non sì era neppure voltato, aveva sentito le rotelle che giravano stridendo, senza guardare s'era immaginato i parenti, il loro affannarsi alle spalle dei portantini per poi fermarsi prima di una porta con i battenti di plastica come quella davanti a lui, rimanere un attimo esitanti, girare gli occhi attorno rivolgendo alcune domande più per sé che agli altri, tornare sui loro passi, confabulare e poi l'uomo accendersi una sigaretta, ripercorrendo avanti indietro l'androne, c'era il tempo per contare le piastrelle, le crepe nei pavimenti e nei muri, le cicche cadute per terra e pudicamente nascoste in un angolo, e pensò che era lo spettacolo di una pena sospesa, trattenuta, ancora addolcita e rarefatta dall'incertezza, poteva non essere nulla, qualcosa di passeggero, un banale incidente, ricordava invece anni prima un uomo disteso su una barella che urlava e un figlio piangente che chiedeva che fare, malato terminale, non c'era nulla da fare, come gli era capitato, ma la luce era diversa, non fredda, sembrava una luce incapace di rompere l'oscurità e il corridoio, un altro corridoio, non avrebbe saputo come arrivarci, nella penombra era misterioso e pauroso e l'uomo agitava le braccia che levava nude dalle maniche slabbrate di un maglione verde, ricordava la barba appena lunga e i capelli ancora neri e folti e lisci, risparmiati dal male che divorava dentro, ora la luce bianca illuminava facce gialle e morte, ma anche i gesti e i movimenti, sembrava giorno e il giorno attenua le ombre della paura, la paura era fuori, nella notte, nelle strade.
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