78 STORIE/PIVETTA Oreste PiveHa STORIED'ATTESA Si presentò subito: "Marco. Sono Marco", si era presentato a tutti e avrebbe raccontato tutto della sua storia, due parole a uno qualsiasi che lo stesse a ascoltare, tre a un altro, perché gli sembrava proprio bella, come l'aveva sempre sognata, così gli pareva bello tutto quello che vedeva attorno alzando gli occhi alle pareti grigie e alle facce inerti, un incontro per caso, non gli era mai capitato, non era il tipo, non aveva fortuna, troppo brutto anche se a questo non aveva mai pensato, troppo grasso, gli occhi chiari che chiedevano sempre qualcosa, ma neppure lui sapeva bene che cosa, i capelli troppo crespi e fitti, troppo bassi sulla fronte e opachi, veniva dalla provincia, adesso perdeva anche il treno per tornare a casa, ma sì, che impotta perdere il treno, in provincia ci si conosce tutti e l'avventura che cosa poteva essere l'avventura, ne aveva sentite raccontare di avventure e non erano le avventure della televisione quelle che raccontavano Gigi, Fernando, Andrea e gli altri, donne e discoteche e cinema e poliziotti e incontri nella notte, gente lontana mille chilometri da Novara, quando Gigi in una discoteca si vide abbordare da un ragazzo, così raccontava Gigi, che era elegante come si usa adesso, vestito di nero, era il buio della sala, forse era immaginazione, gli offriva centomila lire, l'aveva preso per un altro, per portare un pacco da qui a là e lui capì che c'era sotto qualche cosa, ma era stordito dalle duecentomila lire, erano raddoppiati i soldi quando Gigi raccontò per la seconda volta la sua favola, e allora andò di corsa sul retro, nascose il pacchetto, incassò e tornò il giorno dopo per fare il servizio, entrando con la scusa di cercare un portafoglio, era stato furbo, chi credeva di incantare, la storia non stava in piedi, la vita però lontano da casa e bella e varia e si potevano combinare affari, quali affari, era solo immaginazione, lui in fondo ci credeva ma non s'azzardava, solo ascoltare, solo ascoltare, poteva solo ascoltare, invece perdeva il treno pensava asciugandosi il sudore, le gocce le sentiva scivolare sotto le ascelle lungo le braccia, l'ambiente era caldo e un po' l'emozione, avrebbe raccontato qualsiasi cosa, se qualcuno gli avesse dato retta, ma poi non ne trovò il tempo perché i suoi pensieri erano per lei, che gli camminava davanti e, senza neppure darsi un'occhiata attorno, andò diritta alla porta, che non era una porta vera ma due pesanti teli di plastica verde, che ondeggiavano e si aprivano alla prima spinta e poi continuavano a ondeggiare, plastica verde, così Marco fu preso di sorpresa e avrebbe voluto trattenerla, la sua idea era di aiutarla, aveva fatto fin troppo però ad accompagnarla, ma avrebbe voluto fare di più fare sentire la sua voce, voleva che lo capisse, l'aveva accompagnata lui, senza di lui come avrebbe potuto in quelle condizioni, poteva fare a meno di quella visita, pensava sognando, era un sogno sentirla accanto, pensava che con lui avrebbe potuto farne a meno, vicino lui le sarebbe passato tutto, oh che amore, contemplandola alle spalle, fragili nel giaccone di pelliccia, mentre si chinava sulla porta e faceva per spostarla con timidezza, ma senza esitazione, c'era stata altre volte, sapeva come andavano le cose, non l'avrebbero cacciata, qualche cosa avrebbero fatto per lei come le altre volte. Quel posto dava sicurezza a Teresa, mentre risaliva il corridoio con il linoleum mezzo sollevato e i segni neri dei mozziconi di sigaretta, le piastrelline di un pallido verde pisello e la luce bianca del neon, non che le piacesse, non piaceva neppure ai suoi amici, erano stati loro a farglielo conoscere, non le piaceva, ma le metteva sicurezza, sulle panche d'alluminio lucido s'era seduta altre notti e aveva sentito il caldo del termosifone, il caldo fuori e i brividi dentro che le to1mentavano il corpicino, non sapeva più come fosse il suo corpicino, la faceva soffrire, le procurava tanti dolori, debolezze, penitenze, senza sapere dove posarsi un attimo, prima s'era appoggiata a Marco, così s'era appoggiata altre notti al termosifone, le mani strette alle canne, era alto e largo il termosifone, verniciato di colore latte, che la ruggine aveva ormai macchiato, passando s'era appena accorta di un tale che lo abbracciava il te1mosifone, da un lato, il busto piegato in avanti per sentire tutto il caldo, lo conosceva quello, l'aveva incontrato al chiosco delle bibite dava bibite alla stazione Centrale, seduto sul marciapiede, le gambe incrociate, le mani strette sullo stomaco, gli occhi che fissavano senza guardare una crepa dell'asfalto. Ci cresceva l'erba in quella crepa ma non gliene importava nulla, il nome chissà, forse anche il nome sapeva, ma la memoria poteva durare un giorno, non di più, poi svaniva, non aveva importanza ricordare, sarebbe successo così anche per Marco. Sergio, così l'aveva chiamato un infermiere appena uscito dalla porta di plastica, sembrava dormire per metà disteso sul termosifone, abbandonando carne e ossa, un peso, ma appena gli occhi e i nervi si rilassavano, si sentiva scivolare indietro e allora stringeva le mani alle canne, si sarebbe legato per non cadere, i piedi annaspavano avanti e indietro per ritrovare l'equilibrio, non ne aveva la forza, alzava di colpo la testa, si era svegliato, cercando nel cielo vuoto e verde della stanza un aiuto che lo rimettesse in piedi, ma non o era proprio nulla che potesse aiutarlo e strisciava contro il muro alla sua destra, se aveva fortuna, lentamente abbandonandosi a terra, accoccolato sulle gambe contorte, e il caldo svaniva, riprendeva a tremare, ondeggiava per rialzarsi fino a cadere dal lato opposto battendo le spalle con il rumore sordo di un corpo senza vita, s'udiva come un rumore dalla bocca aperta in un gemito, la testa sul pavimento di linoleum verde cupo, e s'agitava, ansimando, finché la mano di un infermiere gli dava l'appoggio e la spinta per rimettersi dritto e poi in piedi, la stessa mano lo riaccostava al te1mosifone, che risentiva con il suo tepore e lo abbracciava come prima, ma con l'amore e la disperazione di un sogno ritrovato che poteva svanire in un momento di abbandono, Sergio però non sognava da tempo, non aveva più sogni. Marco sognava di rivedere Teresa. Teresa era svanita dietro la porta o che s'era aperta per lei, Marco aveva cercato di seguirla, ma non aveva potuto, così si girò e guardò alle sue spalle, vide la panca e un tale seduto ali' estremità, indifferente, aspettava anche lui annoiato più che ansioso, così gli si avvicinò, "Mi chiamo Marco", ripeté, la prima volta aveva pronunciato il suo nome in un sospiro, e l'altro fece un cenno col capo, "Mi chiamo Marco" e si sedette e l'altro lo guardò infastidito, temendo di dovergli attenzione, ma non lo diede a intendere, lo osservò e Marco accennò un discorso: "Sei qui per qualcuno?" e l'altro capì che la domanda era un po' stupida, si limitò a rispondere "sì" e intanto ascoltava le urla al telefono di un tipo che chiamava un parente, forse, che però non capiva, così quel tipo urlava ancora, ma il parente non capiva, così il signore distinto e silenzioso seduto all'estremità della panca d'alluminio opaco - era proprio infastidito e aveva solo fretta d'andarsene - pensò che se avesse gridato meno, forse lo avrebbero capito, c'era altra gente, la luce la specchiava nel gri-
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