Linea d'ombra - anno XIV - n. 117 - lug./ago. 1996

6 STORIAEMEMORIA/TRAVERSO industriali. Le sue vittime sono designate in base alla loro appartenenza a un gruppo qualificato come una razza inferiore, nel- !' ambito di un progetto di rimodellamento biologico dell'umanità. Questo processo di distruzione viene prima messo in atto attraverso I'"operazione T4" (I' eutanasia) che colpisce gli handicappati ("vite indegne di essere vissute") per poi essere esteso, su scala ben più vasta e con altri mezzi agli ebrei e, in misura minore, agli zingari. Il gulag sovietico è uno stenninio né teorizzato né pianificato, gestito burocraticamente con metodi paranoici, che generalizzano su vasta scala una repressione originariamente tesa a colpire dei nemici, reali o immaginari, socialmente e politicamente definiti (i "criminali", i kulaki, i trotskisti eccetera). All'apogeo dello stalinismo, ogni cittadino sovietico costituisce una vittima potenziale del! 'universo concentrazionario. Questo tipo di sterminio è qualitativamente paragonabile, benché esteso su scala assai più vasta, a quello dei campi di concentramento nazisti, come Buchenwald o Bergen-Belsen, dove sono deportati gli oppositori politici, i marginali (sociali, sessuali, religiosi eccetera) e i prigionieri di guerra appartenenti a popoli considerati inferiori. La morte domina l'orizzonte di questi campi ma, a differenza di Auschwitz e Treblinka, non ne costituisce la finalità (nei campi di sterminio, i deportati ebrei e zingari vengono eliminati, nella loro grande maggioranza, al momento del loro arrivo senza neppure avere il tempo di conoscere la realtà del! 'universo concentrazionario). Certo, il gulag svolge una funzione rilevante in seno all'economia sovietica, come del resto il lavoro forzato in quella del Terzo Reich, ma nei campi di concentramento nazisti, il lavoro schiavistico non viene imposto a fini essenzialmente produttivi, si tratta piuttosto di un mezzo coercitivo teso all 'annientamento dell'umanità dei detenuti. Al di là di questa e di altre differenze non secondarie, il gulag e i Kz costituiscono veri e propri "laboratori in cui si sperimentava il mutamento della natura umana" (Hannah Arendt). 5 Hiroshima, infine, è uno sterminio senza motivazioni ideologiche, messo in atto da uno stato non totalitario, senza deportazioni né campi di concentramento, realizzato grazie ai più sofisticati mezzi di distruzione di cui dispone la tecnica moderna, teso a colpire la popolazione civile di un paese nemico, nel corso di una guerra. La seconda guerra mondiale è in effetti il momento in cui queste tre forme di sterminio trovano un punto di incontro. Essa si staglia, alla metà del secolo, come una frattura che lo spezza in due fasi ben distinte, senza peraltro porre fine alla sua catena di violenze, come il punto più alto della curva di un sismografo che indica una scossa terribile ma non un assestamento definitivo. Queste forme di sterminio possono avere dei precedenti storici: Auschwitz non è certo il primo genocidio del mondo occidentale e il sistema concentrazionario dei totalitarismi moderni appare già, nelle sue forme embrionali, sia nelle prigioni e negli asili di lavoro (le workhouses del Diciannovesimo secolo denunciate da Marx), sia nella combinazione di amministrazione e massacro che caratterizza, come ha sottolineato Hannah Arendt le conquiste coloniali. Ma Auschwitz e la Kolyma rappresentano uno stadio qualitativo ben superiore e la bomba atomica polverizza i mezzi di distruzione dei secoli passati, instaurando una nuova soglia del terrore di fronte alla quale ben poca è la differenza tra una palla di cannone e le frecce di un arco. Questo secolo di barbarie ha conosciuto varie cesure storiche, tra cui, indubbiamente, la prima guerra mondiale, studiata da Antonio Gibelli come un vero e proprio laboratorio della modernità, in cui si è sperimentata per la prima volta la distruzione tecnologica e la morte anonima di massa,6 o ancora la bomba atomica su Hiroshima, assunta da Gunther Anders come inizio di una nuova era, una sorta di Tag Null dell'umanità, ormai dotata dei mezzi tecnici con i quali può mettere in atto il proprio autoannientamento. Anche nel caso si procedesse, come è auspicabile, alla messa al bando di tutte le armi nucleari, ricorda Anders, rimarrà sempre la possibilità di costruirne altre, forse anche più potenti, perché questa capacità di reductio ad nihil è ormai irreversibile. 7 Una cesura storica, quella di Auschwitz, si distingue fra le altre, al punto di assurgere nelle nostre coscienze, a paradigma della barbarie di questo secolo. Va subito precisato che non si tratta del massacro più esteso. Per quanto impressionante, la cifra di 5 milioni e centomila morti (800.000 nei ghetti, 1.300.000 fucilati dalle Einsatzgruppen, 3.000.000 nei campi), 8 anche aggiungendovi un milione e centomila morti degli altri lager nazisti, rimane probabilmente inferiore a quella delle vittime dello stalinismo, assai difficile a valutare sul piano quantitativo. Uno storico come Robert Conquest, oggi contestato dopo l'ape1tura degli archivi sovietici, aveva avanzato in proposito la cifra di 20 milioni (13 nel corso della collettivizzazione forzata e 7 nei campi o in parte fucilati). 9 Ricerche più recenti indicano la cifra di 6 milioni di morti per la carestia e di due milioni e mezzo di deportati durante la collettivizzazione del 1932-1933 (molti dei quali perirono nel corso dei trasferimenti) e, per il ventennio 1934-1953, la cifra più realistica di 2 milioni di vittime dei gulag, su un totale di 15 milioni di deportati. 10 Questo tipo di revisioni non è nuovo. All'indomani della guerra, le autorità polacche indicavano a 4 milioni il numero delle vittime eliminate ad Auschwitz. Oggi sappiamo che furono al massimo un milione e mezzo. Le cifre sono certo importanti, ma non mutano la natura degli eventi, né la nostra percezione di Auschwitz e della Kolyma come due terribili universi di morte. Perché allora parlare di una singolarità di Auschwitz? Cercherò di indicarne alcune caratteristiche, precisando in seguito le precauzioni con le quali, a mio avviso, questo concetto va usato. Il genocidio degli ebrei d'Europa è messo in atto, contro ogni considerazione di tipo politico, economico o militare, a esclusivi fini ideologici. È perpetrato, con un imponente dispiegamento di mezzi, all'unico scopo di eliminare una categoria di popolazione definita razzialmente inferiore. È quindi un genocidio che, al di là della razionalità impressionante delle sue forme di esecuzione, non appare ispirato da nessuna razionalità sociale e politica. L'eliminazione degli armeni colpisce una minoranza religiosamente inassimilabile, politicamente sospetta ed economicamente dinamica, suscettibile di ostacolare la preservazione dell'unità e delle strutture tradizionali del!' impero ottomano minacciato dalla guerra; l'annientamento dei kulaki, per quanto si sia rivelato a lungo termine economicamente irrazionale, tende al principio a eliminare un intralcio sociale alla collettivizzazione dell'agricoltura e alla pianificazione economica: i metodi prescelti sono aberranti, ma il progetto, per quanto concepito con una logica totalitaria, non è completamente irrazionale; il genocidio dei Tutsi, in Ruanda, nasce da una lotta di potere e risponde a una finalità politica ben precisa: la volontà dell'élite Hutu al potere di sbarazzarsi col terrore del suo rivale storico. Il genocidio degli ebrei, al contrario, benché presupponga sia l'indifferenza delle popolazioni civili (non solo tedesca) sia la metodicità di un esercito di funzionari capaci di eseguire il loro compito senza alcun.a interferenza di carattere etico, è motivato in ultima istanza dati' odio razziale e colpisce una minoranza che non costituisce in nessun modo un nemico o una minaccia sul piano economico, politico e sociale. Si tratta di un genocidio, molti hanno sottoli-

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