Linea d'ombra - anno XIV - n. 117 - lug./ago. 1996

76 STORIE/NATA Sebastiano Nata BIRREROSSE Noi alle dieci di sera eravamo ancora là, io e Marco, in quel locale dietro piazza Quadrata, un locale stile americano scarsamente illuminato da luci di vari colori, soprattutto verdi però se mi ricordo bene perché sono passati tre mesi e ormai la mia memoria che non è mai stata niente di straordinario comincia a perdere colpi, la memoria insieme ad altro purtroppo, e dunque non sono più sicuro di nulla, figuriamoci se posso essere certo del colore delle luci di un posto dove sono andato una sola volta nella vita e dove credo non rimetterò più piede. Eravamo là seduti a un tavolo per due con le nostre birre rosse davanti, e io mi domandavo come avesse potuto venirgli in testa a Marco che fosse una buona idea infilarci dentro un covo per ventenni, a noi che di anni ne abbiamo più del doppio e per quanto ci pensassi una risposta convincente non la trovavo e neanche volevo chiederglielo poiché risultava chiaro che a lui il locale piaceva molto ed era convinto che piacesse molto a me pure. Non desideravo deluderlo su tutto, ecco, visto che una delusione dovevo in ogni caso dargliela poiché gli altri soldi che sognava di avere da me, e di cui mi aveva accennato il pomeriggio al telefono senza ottenere risposta perché io, ci mancherebbe, mica mi ero sbilanciato, non li avrebbe avuti. Niente avrebbe avuto, il mio secondo prestito sarebbe rimasto un sogno per lui, io già lo sapevo al telefono però avevo accettato di incontrarlo lo stesso dato che insomma era un amico, un amico da quasi quarant'anni, e i vecchi amici vanno trattati con riguardo. Posso anzi dire che Marco per tanto tempo è stato il mio amico più caro, forse lo è ancora, per questo non voglio vederlo nelle condizioni in cui si trova adesso. Abbiamo fatto le scuole insieme noi, dalla prima elementare al quinto liceo, poi io sono andato all'università e lui si è dovuto mettere a lavorare perché il padre era morto e la madre da sola non ce la faceva a mantenerlo agli studi. Aveva trovato un posto come commesso alla Cassa di risparmio, se mi ricordo bene tramite una conoscenza del fratello della madre, dato che all'epoca era diverso da oggi, in qualche posto presto o tardi si riusciva a entrare, specie con le spinte adatte, e poi Marco in quello era stato fortunato, alla Cassa di risparmio l'avevano assunto subito, dopo neanche un paio di mesi dalla morte del padre. Certo iniziare da commesso non è facile, lo so, soprattutto se uno ha appena preso la maturità scientifica, ma si trattava appunto di un inizio, col tempo Marco sarebbe salito, impiegato quadro funzionario, Marco è intelligente, era pieno di energie. Invece lui non ha avuto pazienza, passati nemmeno tre anni ha lasciato la banca e si è messo a fare il rappresentante di una ditta di prodotti alimentari. Vendeva caffè e altre cose, non mi ricordo bene quali ma sono certo che guadagnasse parecchio, di sicuro più di me che sebbene con la laurea ero da poco entrato in azienda e non potevo mica permettermi le Mercedes che si comprava lui. Aveva anche acquistato una casa di quattro stanze a viale Libia dove stava con Maria e il bambino che avevano avuto appena sposati. Una vita magnifica dico io, non era meglio se si fermava lì Marco invece d'andar dietro alla sua maledetta smania di emergere e cambiare? Anche a questo pensavo mentre, in quella tana piena di giovani voci rimanevamo ogni tanto muti con gli occhi posati sulle nostre birre, io per la verità aspettando di finirle in modo da andarcene in un altro locale a cenare. No, Marco non riusciva a fermarsi, era più forte di lui. Così sono cominciati i guai che l'hanno ridotto com'è. Ha smesso di vendere in giro per Roma e ha rilevato una fabbrica di porte blindate sul1' orlo del fallimento che se non sbaglio sta sulla Tiburtina, lontano, quasi vicino Tivoli. Io non lo so di preciso perché non ci sono mai andato nonostante Marco avesse insistito più volte affinché visitassi ciò che lui considerava, dopo la ristrutturazione che aveva effettuato, un modello di produttività. Eppure un salto avrei potuto farcelo dato che io a quella ristrutturazione avevo contribuito prestando a Marco cinquanta milioni. Lui mi aveva detto che era a tal punto già esposto con le banche da non poter ottenere altri fidi e io avevo ceduto alle sue richieste dandogli una piccola parte dei soldi messi nel frattempo da parte. Perché, dopo dieci anni che lavoravo peggio d'una bestia, la mia carriera in azienda l'avevo fatta e mi pagavano bene. Le Mercedes non le guidavo ma si trattava di una scelta. Proprio il contrario di Marco che sebbene indebitato fino al collo la Mercedes continuava ad averla in leasing perché secondo lui un imprenditore deve mostrarsi sempre ricco. Io alle apparenze preferivo la sostanza, cioè un conto in banca che lievita. E pure la mia decisione di prestargli cinquanta milioni era una decisione di sostanza, non legata al dover fare bella figura in nome di un 'amicizia comunque solida e che ce1to non diminuiva perché ci vedevamo meno di quando eravamo giovani, due o tre volte all'anno, ma come si fa a incontrarsi più spesso con gli impegni di lavoro che si hanno, e di famiglia, visto che anch'io naturalmente ho moglie e figli, tre figli adesso, più di Marco perché il primo figlio gli è morto a quattro anni e pure se ne ha fatti altri due con Maria adesso ne ha sempre meno di me. Una decisione di sostanza dato che i cinquanta milioni di prestito sono stati un buon investimento. Io con Marco ho messo le cose in chiaro subito. La nostra amicizia non c'entra, gli ho detto, qui dobbiamo guadagnarci tutti e due. Gli ho parlato sinceramente, come è giusto tra amici. Ho detto siccome i soldi le banche non te li danno, se vai da una finanziaria, per non tirare in ballo gli strozzini ma insomma facciamo finta che quelli non esistano, la finanziaria considerando che sei un cliente ad alto rischio ti chiederà almeno il trenta per cento all'anno. A me i Bot rendono il dieci, mi dai il venti così c'è un vantaggio del dieci per cento per tutte e due. Ha accettato, logico, si è reso conto che avevo ragione e i soldi poi me li ha ridati fino ali 'ultimo centesimo. Non alle scadenze pattuite è vero, perché le ultime rate me le ha saldate con quasi otto mesi di ritardo, ma insomma non ho avuto cuore a farmi pagare le penali e Marco è stato così corretto da risarcirmi acconsentendo di montarmi gratis una delle sue porte blindate nell'appartamento che avevo comprato ali' epoca a Monte Verde. Un appartamento che sta vicino al mio ufficio e in un bel posto, via Pignatelli, però piccolo tanto che dopo alcuni anni l'ho allargato acquistando quello accanto e adesso vivo ancora là. Marco invece la sua casa di viale Libia l'ha perduta perché una banca ci aveva messo sopra un 'ipoteca per garantire uno dei vari prestiti che lui non è riuscito a rimborsare. Un mucchio di soldi gettati via, anche questo avrà contribuito a fargli venire il male che ha. E le disgrazie non sono mica finite lì, no, povero Marco. La sua fabbrica di porte blindate è fallita, si è diviso da Maria che quando ha scoperto che lui aveva una relazione con un'altra donna, una polacca di ventuno anni, non solo l'ha buttato fuori dall'appartamento dove vivevano in affitto ma ha anche cominciato a cercare in tutti i modi d'impedirgli di vedere i figli. Creature innocenti su cui si è scatenata una guerra con avvocati, giudici e persino carabinieri. È triste, lo ammetto, però Marco non doveva utilizzare questi discorsi per impietosirmi in modo da ottenere i soldi. Io un prestito glielo avevo già concesso in passato, avrebbe dovuto avere il tatto di ac-

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==