Linea d'ombra - anno XIV - n. 117 - lug./ago. 1996

FotoMarco Pesaresi/Contrasto. "bello" (di una donna, di un'opera d'arte, di un vestito, di una casa) aveva ben poca voce in capitolo di fronte al "buono"; per il "bello" bisognava mettere in gioco il pudore, rinunciare, come in una sorta di drammatico aut-aut, alla rotondità della morale. Milano gli offriva le condizioni per sfuggire al dilemma. O almeno per contenerlo entro confini accettabili. C'era il rischio - è vero - di un piatto laicismo meneghino, ma a questo egli sfuggiva attraverso l'epica della città. Cos'altro erano le lunghe passeggiate didattiche della domenica mattina se non la proposta entusiasta di una lettura estetica della città? Dal Guzzi puntava il dito sugli shed dell'Alfa, sugli svettanti capannoni della Falk, verso le mura di cinta della Pirelli, verso un immane nero dente di cemento alto sopra la stazione della Bovisa, nell'area allora occupata dalla Montecatini. Non si limitava a mostrare: lottando con il raschio ostinato della moto e conferendo così alla sua voce una tonalità inevitabilmente "straniata", cantava le lodi dell'industria, narrava di mondi che cambiavano, di progetti che, là dentro, diventavano macchine e di macchine che muovevano mondi e alimentavano nuovi progetti. Era come se, oltre le mura delle fabbriche, ci fosse stato un uomo solo, un uomo che progettava e che faceva. Non parlava di padroni, perché quell'uomo là dentro non ne aveva affatto bisogno e, quando non li avesse cacciati di persona (allo stesso modo in cui i popoli s'erano disfatti di re e aristocrazia, parallelo, questo, a cui teneva molto) ci avrebbe pensato il "progresso" a cancellarli. Era inevitabile. Gli itinerari domenicali non comprendevano solo la periferia nord della città: l'intento didattico andava oltre, anche perché la contemplazione ammirata e un po' sognante dell'opera dei "grandi IMMAGINI DI CITTÀ/MILANO 73 uomini" è sempre stata un aspetto singolare (talora addirittura contraddittorio) della cultura di mio padre e, quantunque molto più confuse, rammento altre destinazioni, più tradizionalmente e squisitamente monumentali. Ma era davanti alla Milano delle officine che il suo ruolo di educatore e di padre si mischiava volentieri a un'altra dimensione - più riposta, più sua; era allora che - con quello smemorato entusiasmo da cui son spesso presi gli adulti che parlano con i bambini - disegnava il profilo più autentico del suo mondo interiore, e me lo passava, fecondo e vitale. Perciò le fabbriche erano i veri monumenti della città. Con "universitaria" e ideologica arroganza, devo avergli rimproverato, più tardi, quel l'immagine "felice", trionfante, di città industriale che aveva fatto sedimentare in me, e devo avergli tenuto una lezione sull'alienazione. Ho un ricordo vago di questa "ingiuria", né vale insistere sulle intemperanze della giovinezza, comunque e sempre ottusamente romantica. Non capivo allora il senso di quella moto Guzzi che arrancava sul ponte di Greco, sul ponte della Ghisolfa, sulla strada sterrata della Montagnetta, e di quella visione di Milano dall'alto che, di fatto, non esiste; ma che proprio nel suo non esistere - o meglio nel suo esistere come orizzonte interiore dell'immaginario etico di mio padre - ha costituito uno dei nodi centrali della mia educazione. In quella "Milano delle officine" - che è stata anche di mio padre - mi sembra di poter riconoscere il germe di una diffusa "educazione milanese", tuttora viva. Viva almeno a fronte della volgarità implicita in ogni credula finzione di pace sociale, nel triste conforto di non avere più nemici, di non avere più radici, di non avere più una città, di non avere più storia.

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