Linea d'ombra - anno XIV - n. 117 - lug./ago. 1996

72 IMMAGINI DI CITTÀ/MILANO chine tessili. Glieli commissionava un'azienda di Como, dal tonante nome tedesco. I "fusi" coincisero con il primo vero respiro finanziario della mia famiglia. Appena usciti dalla fresatrice, finivano in un ricipiente di latta e solo quand'erano un bel mazzo si potevano raccogliere e passare nella segatura. Mi capitava di doverli contare, legare e impacchettare. Con quei fardelli pesantissimi si andava in moto dallo spedizioniere. La Bovisa era una vera e propria città di spedizionieri. Solo là, di fronte a forme imballate di dimensioni colossali, a gru che sollevavano e scaricavano merce misteriosa chiusa in armature di legno, capivo quant'era piccolo il nostro involto, com'era piccola l'officina di mio padre. Al contempo, però, avve1tivo il timido orgoglio innervato nella consapevolezza che lui e il suo lavoro avessero pari diritti dentro tutta quella merce in movimento. L'estate milanese aveva dunque l'odore dell'acciaio caldo e dell'olio per il raffreddamento. Un odore che si confondeva con quello forte, acido della pasta lavamani. Con mio padre lavorava il figlio di un suo ex collega, il Renato, un ragazzo timidissimo afflitto da rossori e silenzi. Ma ci furono anni in cui, in officina, lavorarono anche mio zio Salvatore e mio cugino Emilio. Il ritrovarsi tutti la sera intorno al lavandino, attingendo dal barattolo tondo la ruvida pasta lavamani, era un bel rito. Un rito industriale, così suonava alla mia immaginazione. Le mani nere di grasso ferruginoso erano simbolo di una giornata ben spesa, ma la pulizia era anche premessa della prossima libertà. Ecco, sono un operaio, mi dicevo. E c'era della serietà in quella orgogliosa ammissione. Mi riconoscevo figlio di mio padre. Risentivo la sua voce irritata di quando, una volta, sfrecciando davanti alla Ceretti e Tanfani, una fabbrica della Bovisa, mi ero permesso di ridere (il nome era buffo, non c'è che dire) e lui - operando una curiosa sovrapposizione fra nomi dei titolari e forza lavoro - mi aveva solennemente rammentato che lì dentro si guadagnavano il pane centinaia di operai, e non c'era proprio niente da ridere. Mio padre aveva fatto le elementari in una scuola Montessori, la "Rinnovata", che, nel 1917, non era certo la scuola della borghesia intellettuale milanese. Ne aveva conservata una memoria mitica. Lodava la bontà del sistema e ricordava con venerazione la maestra che aveva visto in lui un ottimo disegnatore. E in effetti, al di là del disegno industriale (che aveva continuato a coltivare frequentando le serali della Scuola d'arti e mestieri di via Santa Marta), era davvero bravissimo con matite e colori. Una volta mi fece un ritratto che poi appese in officina. Il tempo e il luogo l'hanno coperto di macchie scure, l'hanno intriso di grasso nero, come se l'inclinazione naturale avesse avuto bisogno di una firma più severa. Fra la Milano operaia e artigiana della mia famiglia e l'altra, genericamente borghese e intellettuale, che avrei conosciuto più tardi, non c'erano rappo1ti. Nessuno era andato al di là di elementari e commerciali e, come ho già detto, la condizione di impiegato era già considerata un tradimento, se non di classe, almeno di "categoria". Lo studio, tuttavia, veniva guardato con rispetto. Mio padre doveva aver avuto qualche rudimento sulla nozione togl iattiana, se non proprio gramsciana, del I' intellettuale, ed era convinto che dalle famiglie operaie doveva uscire qualche studioso più consapevole, più vicino alla sua classe. "Studioso" era proprio il termine che usava. Dei miei cugini che, via via, abbandonavano la scuola, si rammaricava. Paradossalmente, mia madre era più incline a un veloce ingresso nel mondo del lavoro. Forse perché avrebbe voluto tanto tornarci lei. "Lavoro" nel lessico famigliare non ha mai coinciso con "produrre" o "vendere": significava semplicemente "fare", "creare" e "sentire la fatica". Concetti che la mia generazione si è impegnata, giunta la stagione degli eroici furori, a spezzare come aculei ideologici conficcati nel corpo della classe operaia. Col risultato di non comprenderne la specificità e di lasciarli dentro a marcire. E, marcito il concetto, sono marcite anche le parole. Delle quali, con quanta cautela, se ci capita, ascoltiamo l'eco. Mio padre chiamava la sua officina "officina meccanica". Non gradiva sinonimi ripuliti come "laboratorio", detestava vezzeggiativi sociali come "fabbrichetta", bofonchiava di fronte a improprietà come "capannone" (l'officina era di fatto un seminterrato), e smaniava quando chi non lo conosceva lo confondeva con un elettrauto o un carrozziere. Col tempo si era abituato a usare l'aggettivo più proprio "metalmeccanica", col che si era trascinato dietro altri fraintendimenti relativi alla serialità esecutiva del lavoro. Lui era un artigiano, iscritto, va da sé, all'Unione artigiani, ma con quella parola, "officina" era come se riuscisse a garantirsi un'identità più ampia che lo ricongiungeva alla legione operaia, al mito della grande fabbrica felice, per la quale era infelicemente passato. "Officina" e "fabbrica" nel linguaggio protoindustriale e protocomunista tendono a coincidere. Un'educazione milanese non poteva prescindere dalle "officine". È stata certamente una garanzia contro la volgarità. Che cosa fosse "non volgare" in altri strati sociali non saprei dire: di certo per quanti allora costituivano col loro destino umano I 'ambito a cui appartenevo (e più ci penso più mi rendo conto che la memoria restituisce dei confini sociali senza varchi, senza fessure; una solida, non rassegnata, identità di classe), per costoro la volgarità era il miraggio piccolo borghese: i tre locali più servizi, il bel tinello (o magari la sala), la rimozione - dove c'era stato - di un passato operaio o contadino (più raro quest'ultimo) e la cancellazione definitiva, rabbiosa della povertà (che c'era stata per molti, se non per tutti), della guerra, di ogni sintomo di conflittualità. Con eccessiva testardaggine mio padre professò sempre un'insofferenza pugnace contro il lento ma inesorabile tradimento che sentiva consumarsi intorno a sé, in conoscenti, parenti, amici. Non perdonava le bugie con cui moglie e figli del suo ex commilitone, il Manfrinato, nascondevano al piccolo mondo del quartiere il monotono menù di "risi e bisi", i due localucci dove vivevano in cinque, o deprecavano l'approssimazione con cui si vestiva il capofamiglia. Ascoltava con irritata tolleranza le professioni di novella abbondanza di signore con "buon" matrimonio alle spalle che facevano visita a mia madre (i mariti, salvo poche eccezioni, erano tutti "rappresentanti di commercio"). E soprattutto si ingegnava, con qualche sadismo, di trovare sempre una buona scusa per stornare le non vergognose richieste di "miglioramento" da parte di mia madre, un "miglioramento" sostanzialmente confinato alla prospettiva di un appartamento più grande. Per mio padre la "stanza in più", rivendicata da mia madre, è sempre stata una sorta di odiosa nemica, il simbolo di un falso riscatto sociale, di un detestabile allineamento e, forse - ma questo sarebbe tutt'altro discorso - di un conflitto coniugale di cui allora percepivo solo le manifestazioni estreme. Guardava con orgoglio Milano crescere, disordinata e brutta e io con lui. La volgarità, così evidente nelle persone, era ancora più evidente in quel tripudio di cemento e maioliche, ma a questo non faceva caso: pensava che tutti avrebbero avuto una casa, e ciò gli bastava. In realtà sapeva benissimo che fra le "caserme" di viale Ungheria dove abitava sua sorella e le case a corte in cui era nato c'era una bella differenza, che l'edilizia popolare era regredita. Il guaio è che del "bello" parlava raramente (a meno che non avesse a che fare con la natura): talora si lasciava sfuggire - come in un soprassalto di lascivia - un giudizio repentino, incisivo, ma era subito seguito da un impercettibile moto di vergogna. Il

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