di mio padre, e dalle finestre di casa sua si vedevano i campi del Tennis club, istituzione prestigiosa, "di classe", dove arrivavano macchine lussuose, gente elegante, e si svolgevano tornei nazionali e internazionali. Mi pare che Leopoldo avesse fatto il raccattapalle una volta. La verità è che il posto aveva scarse attrattive per noi, e i muri erano troppo alti da scavalcare. Anche quelli della caserma di piazza Firenze, proprio di fronte al Tennis club, erano alti. E così pure quelli dell' Aem e della caserma dei pompieri, in una strada adiacente. A ripensarci, l'area del mio quartiere era una sequenza pressoché infinita di muri di cinta. La mamma del Rigiu era ciociara e d'estate portava il figlio al paese d'origine, Roccasecca dei Volsci, dove restavano tutti quasi tre mesi. Un vero viaggio, il suo. E poi faceva tappa a Roma, ma interrogato sulla città eterna, non sapeva rispondere. Io non avevo parenti in campagna. Stavano tutti a Milano. Non c'era modo di avere una vacanza come quella: lontano, lontanissimo. È così che, sdraiato sul letto dei miei genitori, tracciavo percorsi immaginari sulle cartine del Touring club. Con la penna seguivo strade e ferrovie sul territorio nazionale e quando questo e quelle non bastavano inventavo gallerie, nuove tratte, nuovi valichi, nuovi itinerari alpini per arrivare in Francia, Germania, Spagna, Svezia. Allora non sapevo che la mia era una famiglia proletaria. L'aggettivo mi sarebbe suonato ostico. Perché mio padre preferiva l'aggettivo "operaia". Sapevo che da una parte c'erano i poveri dall'altra i ricchi, e in mezzo noi. I ricchi non erano la grande borghesia lombarda. Bastavano i signori Spinola del piano di sotto, lui un ingegnere edile, lei una florida signora dalla bella voce sensuale; o il medico che abitava al settimo piano. Ma questo succedeva nella casa a piastrelline verdi di via Mac Mahon, nella seconda metà degli anni Cinquanta. Nelle case popolari di via Grigna l'universo sociale era più compatto. Godevano fama di famiglia industriosa i Giordano del secondo piano che avevano un laboratorio di manichini per sartorie e negozi in cui aleggiava il buon odore di vernice a spruzzo, con la quale davano l'impressionante tonalità rosacea della carne a grigie sagome di cartapesta. Fra la prima e la seconda elementare, in un'estate tutta passata in strada fra il rudere di una cascina che sarebbe stata cancellata di lì a poco e i cantieri delle case in costruzione, incappai in quelle che allora venivano bollate come "cattive compagnie": una piccola banda di ragazzini "guidata" da un tale poco più grande che, se non erro, chiamavamo "Lupo". Lupo ci chiedeva dei soldi che poi amministrava, diciamo così, a favore del piccolo collettivo. Con prona dedizione appresi l'arte di sottrarre moneta dal portafoglio di mia madre e una volta prelevai addirittura un biglietto da mille. Il ricavato dei furti veniva puntualmente investito dal lattaio di quartiere che non mancò di notare la sospetta frequenza delle consumazioni e, probabilmente, lo stesso passaggio di danaro da mano a mano. Fui interrogato e costretto a confessare. Mio padre si limitò a chiudersi in un cupo silenzio e lasciò a mia madre, per la prima e ultima volta, l'onere della punizione, che fu plateale: dovetti fare il nome di Lupo e dire dove abitava, indi vi fui trascinato e invitato a riconoscere in lui, davanti alla sua famiglia, il corruttore. Ne intravedo ancora la sagoma piegata sotto le sventole del padre che esce di scena per sempre, rifugiandosi dietro la porta di una stanza, mentre la madre cerca di convincere la mia a essere risarcita. Avevo rischiato di diventare un delinquente, lo sapevo? No, non lo sapevo. Ma dovetti ammettere di sì, e l'episodio fu archiviato definitivamente. È singolare come mio padre non abbia mai più fatto cenno, neppure per ischerzo, neppure a tanti anni di distanza, a quelIMMAGINI DI CITTÀ/MILANO 71 l'avventura. Forse non vi aveva letto, per l'appunto, un'avventura infantile ma la minaccia di una vera e propria degenerazione, il rischio del suo fallimento, come padre e come educatore. La famiglia di mio padre aveva, per altro, la sua pecora nera, e quella bastava: si chiamava Osvaldo. Io l'ho visto due o al massimo tre volte, ma bastarono a fame un mito. Era un lontano cugino che viveva a Lecce ma negli anni Cinquanta aveva capito che il benessere, anzi la "bella vita", stava altrove, al Nord, a Milano. I nostri legami con i pochi parenti salentini erano laschi ma sacri. Se mai qualcuno di loro fosse arrivato in città avrebbe avuto diritto a tutti gli onori. Non era mai passato nessuno. Osvaldo ci arrivò in un modo alquanto singolare. Una sera squilla il telefono: chiamano da San Vittore. Chiedono se il capofamiglia si chiama così e cosà, e se conosce davvero un tal Osvaldo che fra le lacrime ha scongiurato di fare quel numero. Due ore dopo I 'Osvaldo sedeva al nostro tavolo, ancora in lacrime. Aveva giocato, aveva perduto, s'era impegnato con qualcuno che poi l'aveva denunciato. Doveva essere andata così. Ma, dato che la scena è successa due volte nel giro di un anno, non rammento più se prima è venuta la denuncia del creditore o le molestie per ubriachezza. Osvaldo era un bel ragazzo, occhi nerissimi e carnagione scura, un sorriso bianchissimo e seduttivo. Nella sua avventura c'erano senza dubbio le donne (non meglio identificate), Viareggio, dove aveva lavorato come cameriere, i nightclub di Milano, l'alcol e il gioco. Quanto di più distante dal mondo immacolatamente operaio di mio padre e dei suoi fratelli. Eppure lo aiutarono. Fecero una colletta e pagarono il debito. Osvaldo ringraziò con lacrime di deferenza, che però la seconda volta non bastarono. A me lasciò in regalo una borsa in finta pelle che, vuota, si poteva piegare e ripiegare. L'Osvaldo, malgrado le disgrazie, aveva modi molto eleganti e un'aria "da signore" pronto, terse le lacrime, a elargire battute spiritose. Aveva conosciuto Fred Buscaglione. Un "gigolò", diceva mio padre. "Un bel fioeu, peccato", aggiungeva mia madre. Ci sapeva fare. Anche coi bambini. È evidente che aveva fatto della seduzione uno strumento buono per tutte le occasioni. Con poco successo, forse. La sua Milano finì lì, sulla nostra tavola imbandita: salvato per la seconda volta, non gli furono concesse altre chances. E non lo vedemmo più. Pare abbia sposato una vedova, una donna molto più grande di lui. Chiacchiere. La sua borsa in finta pelle l'ho conservata per almeno vent'anni; mi sembrava venisse da un mondo che non avrei mai conosciuto, dai nightclub, da giovani donne sbracciate e biondissime, da una Milano americana che chissà dove stava ma c'era, e somigliava alle canzoni di Fred Buscaglione. D'estate, mio padre gradiva la mia presenza nella sua officina. La prima, in via Raimondi, era un vero buco nero, un anfratto rumoroso e scuro, senza finestre. Lì, mi limitavo a fare infantili incursioni. La morsa, il trapano e le barre d'acciaio parevano ottimi pretesti per giocare. Un pomeriggio mi ritrovai la mano schiacciata da un cubo di ferro, unto e spigoloso: mi è rimasta una cicatrice sul dorso della mano di cui sono sempre andato molto fiero. Anche perché mio padre, da bambino, s'era chiuso la mano in una porta-finestra della scuola e da allora s'era portato appresso un'unghia scura di cui io, affascinato come da una ferita di guerra, non smettevo mai di fatmi raccontare la storia. Le ferite, pensavo, fanno grandi gli uomini. Non importa dove uno se le procura. Dal l'officina di via Raimondi si passò a quella di via Caianello, fra Dergano e la Bovisa. Un posto molto più grande e luminoso. Lì fui introdotto ai lavori più facili sul tornio, ma soprattutto alla fresatrice, un torreggiante intrico di ingranaggi e pulegge dal cui carrello mobile uscivano fusi per le mac-
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==