70 IMMAGINI DI CITTÀ/MILANO Il tram è anche legato indissolubilmente allo zio Attilio tramviere, un Ernst Borgnine con gli occhiali, innamorato della moglie capricciosa e oculato risparmiatore. Quantunque pensassi che "da grande" avrei guidato dei treni, non mi dispiaceva che in famiglia ci fosse un tramviere: mi sembrava una buona premessa. Mi affascinava la logica dei "turni": il fatto che talora rientrasse tardissimo la sera e talora dovesse uscire la mattina quand'era ancora buio. Passava per buono, un po' perché sottostava con pazienza alle bizze della moglie, un po' perché lo era davvero. Era abbonato all'"Unità". li suo comunismo era - come dire? - "automatico" e, oltre al giornale, non aveva altri canali di espressione. La sua spiccata fisionomia di piccolo risparmiatore lo confinava in un ambito che, malgrado l'identità politica e la professione che esercitava, aveva poco a che vedere con i destini generali della classe operaia che disegnava l'immaginazione di mio padre. Era anche molto milanese, di quella milanesità che mio padre guardava con sospetto in quanto troppo attenta al "particulare", ai "ghei", ai piccoli interessi quotidiani. Insomma era più "meneghino" che "milanese", era più tramviere che comunista. L'Attilio aveva anche un'asma che se lo portava via e di quando in quando doveva ricorrere alla "pompetta" che teneva sempre a portata di mano. La malattia e lo stoicismo con cui la tollerava gli conferivano qualche rispetto. E in realtà la sua intelligenza - un'intelligenza pratica ma acutissima - era come mascherata dietro asma, remissività e meneghinità. "Dove vado stasera? Al ballo delle detenute" disse, poco prima di morire, in una clinica che guardava sul carcere di San Vittore, e tutta la sua meneghinità fu redenta dall'occasione in cui si era concesso la battuta. In aprile apriva la Fiera Campionaria. L'obiettivo era quello di visitare i padiglioni delle macchine utensili, ma in realtà la spedizione si trasformava in una vera e propria scampagnata, con tanto di colazione al sacco. Ogni stand distribuiva depliant e omaggi di varia natura, e che fossero forme di plastica appena uscite dallo stampo o bandierine colorate, capellucci di carta o severe tabelle con dati e percentuali non faceva differenza; tutto finiva in ampie borse di plastica che alla fine della giornata pesavano come fossero piene di piombo. Al di là di questa concessione alla "rapina" infantile, mio padre non perdeva occasione, anche allora, per esercitare il suo magistero, e nella folla babilonica che rendeva difficile gli spostamenti indicava, a me e a mia sorella, il necessario "movimento" che precede e stimola il lavoro. Ma come? Non vedevamo che dietro alle bandiere del Palazzo delle Nazioni e alla presenza di tanti stand stranieri c'era un mondo che cambiava, che andava verso il futuro, che insomma migliorava? Lavoro per tutti. "Lavoro per tutti" fu la parola chiave con cui probabilmente mio padre lesse l'approssimarsi del boom italiano e le contraddizioni che ne seguirono. La Fiera Campionaria, che pure era una immagine di "ricchezza" (a ripensarci ora un po' odiosa), veniva corretta in una più generica ma incisiva rappresentazione delle potenzialità produttive dell"'uomo che fa". Per l'occasione non c'erano padroni, né sfruttamento. Una "vacanza" felice in cui la città parlava col mondo. E noi con la città. La visita alla Fiera coincide però nella mia memoria, forse solo per contiguità di luogo, con un'altra passeggiata didattica: quella alla Montagnetta di San Siro, costruita con le macerie della Milano bombardata. Dall'alto di quel tumulo, non ancora calcato dalle morbide scarpette dei salutisti domenicali, mio padre puntava il dito sulla città, rammentandoci quanto era costato uscire dal fascismo, dalla guerra, dalla distruzione. Aveva un talento per il gesto emblematico. A me pareva di poggiare i piedi sulla Storia e mi domandavo che rapporto ci fosse fra quelle parole così gravi, alte, minacciose, e tutto quel venir su di case, quell'andare di automobili, quel scendere di piccole figure da autobus e tram che da lassù si vedeva. Mi chiedevo se non esagerasse, mio padre. Nessuno, giù, aveva in mente la guerra. Pochi parlavano ancora del fascismo. E soprattutto, dopo la scomparsa della nonna materna, mi pareva che non morisse più nessuno, che non dovesse morire più nessuno. Fra le mete più "domestiche" della domenica mattina c'erano i ponti sulle ferrovie. "Guardare i treni" era quasi una parola d'ordine. Mio padre faceva fatica a strapparmi dalla grata con stampato sopra il teschio. Ma il fatto che avessi una predilezione per il bel mostro d'acciaio - si capiva - gli faceva piacere. La ferrovia è il fondale di tutta la mia infanzia. Poco oltre la casa di via Mac Mahon, alle spalle dell'oratorio di San Gaetano, s'intrecciavano i binari delle ferrovie Nord, delle Varesine e dello scalo merci di via Farini. Un mare sterminato di binari sul quale, insieme agli amichetti di allora, volentieri mi avventuravo. Erano - va da sé - territori proibiti. Ma era come se lì, soltanto lì, valesse la pena di vivere in una grande città. La parte migliore dei pomeriggi estivi coincideva con le periodiche esplorazioni feIToviarie, fra binari morti, file di vagoni merci, pile di traversine: su un binario morto indussi due sgomenti ma solerti giovani amici ad aderire per giuramento a non so più qual patto di eterna amicizia e seppellii sotto una traversina un ninnolo a forma di ancora che era il simbolo della nostra "trinità". Come in un romanzo americano. L'America. Allora, l'America era quella di cui sentivo parlare in casa dell'amico Sergio (suo padre lavorava come impiegato al "Corriere della Sera"). Loro dicevano che gli Stati Uniti erano stati la nostra salvezza, che avrebbero conquistato lo spazio, che continuavano a garantire la nostra libertà, la democrazia. Facevano un gran parlare di "democrazia" in quella casa. E soprattutto di Democrazia cristiana. Ciò non toglie che, invidioso di tutta quella loro "democrazia", di quella loro "libertà", mi ostinavo, per contrasto, a sostenere - ripetendo la lezione di mio padre - che anche in Russia c'era la libertà, che lì anzi era meglio, perché "lavoravano tutti". Mi capitò spesso di sostenere lo stesso concetto, sinché, una volta, un ragazzino in calzoni corti, ostentando un'aria adulta, mi chiese stentoreo: "Ma tu lo sai cosa succede in Russia?" Non seppi rispondere. Poi scoprii che mio padre veniva messo con le spalle al muro dalla stessa domanda. D'Unione Sovietica e comunismo molto si sparlava all'oratorio, naturalmente. Diventato "aspirante", vale a dire un giovane dell'Azione cattolica, fui incaricato di una missione. La missione che più avrebbe dovuto starmi a cuore, disse il coadiutore - Don Mansueto, un sacerdote paffutello nativo di Pescarenico. Avrei dovuto - così fu enunciato il programma - "portare mio padre in chiesa". Presi il coraggio a due mani e una sera, a cena, chiesi a mio padre se la domenica successiva sarebbe venuto a messa. Perché no? rispose. Certo. Ed effettivamente venne. "La tua missione è quella di portarlo ai sacramenti" mi rammentò don Mansueto, quando lui lo vide e io sperai di farla franca. La seconda volta, mio padre, che naturalmente aveva capito la manovra, cercò di farmi intendere la sua personale nozione della differenza fra tolleranza e fedeltà ai propri principi. Col mio amico Leopoldo, soprannominato Rigiu, non parlavo né d'America né di religione né tanto meno di politica. Insieme a lui ho scavalcato il muro dell'infanzia e una quantità innumerevole di muri di cinta molto reali, attività quest'ultima che, non so più perché, riscuoteva il massimo consenso. Il Rigiu abitava in via Raimondi, un centinaio di metri più in là della prima officina
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