Linea d'ombra - anno XIV - n. 117 - lug./ago. 1996

conoscenti con cui andammo a far ciliegie dalle parti di Magenta. Poi è venuta la Topolino del signor Manfrinato, un commilitone di mio padre, che faceva il rappresentante di articoli alimentari. Di nuovo a Magenta. Eppure superare il dazio suonava già avventuroso. I veri "viaggi" si facevano in treno con le ferrovie Nord. Como, Asso, Varese, il Campo dei Fiori. Il mare l'ho visto per la prima volta a dieci anni. I primi due anni di scuola elementare ho avuto una maestra, una signora molto umorale, molto cattolica, molto triestina e patriottica. Era anche molto infelice: aveva lasciato il marito che la tradiva e viveva sola col figlio. Si raccomandava e ci invitava a raccomandarci all'angelo custode. I tre anni successivi la classe passò al Nazzari (capelli a spazzola, pizzetto irredentista e occhiali spessi spessi), un maestro comunista che ci voleva trasformare in ometti, un po' con l'insolita dolcezza virile che gli veniva dalle pluripaternità, un po' con sonorissime punizioni corporali (gragnuole di secche sventole sulla nuca con le nocche delle dita ma anche plateali esecuzioni con la riga da disegno vibrata su cosce e sedere). Mio padre, il Nazzari lo guardava con rispetto: diceva solo che faceva troppi bambini. Lui, mio padre, si era fermato a due. Mia sorella, di sette anni più grande, studiava alle commerciali. Girava per casa con un libro cercando di mandare a memoria il Parini. C'era in lei della tenacia che andava oltre la diligenza, per cui andava famosa, ma l'episodio della vergine cuccia la mise a dura prova. "Aita, aita, parea dicesse" entrò, da allora in poi, nel lessico famigliare. Le elementari le aveva fatte dalle suore Canossiane della Cagnola. In disegno dal vero non andava forte e mio padre le dava una mano, contravvenendo alla regola che i figli non andavano in nessun modo "aiutati". Una volta esagerò disegnando un limone. La savia monaca aveva commentato per iscritto: "Bella mano. Ma di chi?" che suonò, insieme, come una lode e un rimprovero nei confronti di mio padre. Non so come, ma intorno a quel limone la memoria suona felice, sorridente, leggera; forse perché mio padre era stato preso in castagna da una monaca simpatica e acuta ed era stato messo a nudo nella sua predilezione per la figlia dalle belle trecce lunghe, o perché mia madre aveva dovuto giustificarlo davanti a un'autorità. Quel limone era stato un lapsus che, per un attimo, aveva capovolto le regole del soviet famigliare. Le monache vestivano di marrone e marrone era anche il sipario del piccolo teatro della scuola. La rappresentazione a cui una volta assistetti doveva essere di carattere religioso, ma non rammento nulla: solo l'incantamento davanti all'aprirsi e al chiudersi del sipario. Ma il mio vero teatro dell'infanzia fu il Litta, dove i fratelli Colla mettevano in scena le favole tradizionali. Come fanno?, chiedevo, quando Pinocchio si brucia i piedi nello scaldino e resta con due moncherini neri. Nell'ingresso c'era un piccolo teatro in miniatura sul quale lasciavo gli occhi. Un Natale ne ricevetti uno in regalo. Aveva un sipario rosso coi bordi dorati che s'apriva orizzontalmente. "Regalo" in realtà è termine improprio. Era un dono, "portato" da Gesù Bambino. Già. Mio padre teneva moltissimo alla sorpresa, al trucco, al mistero, e Gesù Bambino era fondamentalmente il figlio d'un falegname. Sapeva organizzare il rito del Natale con infallibile abilità. E nella favola era compresa anche la preparazione collettiva del Presepio, con tanto di carta dipinta a mano e colla di farina (suo padre, a Lecce, aveva commerciato in "pupi" di gesso). Il Natale lo trasformava in un Prospero febbrile, scatenato. Non so dove e quando acquistasse i "doni". Anni dopo la fine dell'illusione mi pare menzionasse la Rinascente di piazza del Duomo, dove si recava da solo, probabilmente vicino all'orario di chiusura. In questo "gioco" mia madre svolgeva un ruolo di fianco, ma attivo. IMMAGINI DI CITTÀ/MILANO 69 Da bambino non avevo nessuna idea di come fosse fatta la città in cui vivevo: sapevo che era grande perché me lo dicevano, e sapevo che il "centro" era più bello della periferia in cui abitavo e in cui abitavano tutti i miei parenti, perché in centro si andava di domenica. Il "centro" era un lusso festivo. Solo lo zio Umberto, quello impiegato nel negozio di confezioni, lavorava in centro. E poi c'era la signorina Renata di via Vincenzo Monti, una donna solenne ed elegante alla quale mia madre aveva continuato a cucire tailleur anche dopo la forzata chiusura della sartoria (mio padre non poteva tollerare che la moglie avesse tanta autonomia, addirittura un'impresa in proprio): la "signorina" viveva sola (ma contraddiceva l'immagine che allora avevo della zitella), fumava (con un'eleganza che le zie fumatrici non avevano) e di tanto in tanto soggiornava in Inghilterra. Dopo un ciclo televisivo dedicato a Greta Garbo, nei primi anni Sessanta, pensavo alla signorina Renata come a una Garbo-Mata Hari con un cieco Ramon Navarro che l'aspettava da qualche parte. La vidi una volta in sottoveste riflessa nello specchio a tre ante. Non so se fosse bella. Era certamente imponente. "Una signora", come diceva mia madre. A mia madre il lavoro in sartoria aveva lasciato una scia di ricordi blasonati (le notti che precedevano la prima alla Scala erano per lei l'eccitante fatica di vestire il meglio della bella società milanese) che mio padre di volta in volta prendeva in giro o più drasticamente le rimproverava. Prima di incontrare mio padre, era anche riuscita a salire sul famoso treno per Parigi, e assistere alle collezioni della stagione. C'era andata con la febbre alta, stringendo i denti: non ha mai smesso di ricordare quel viaggio come l'apice della sua avventura nel mondo. È probabile che con la sua sartoria avrebbe realizzato molti più sogni di quelli realizzati con il matrimonio. È probabile che mio padre andasse fiero di una donna che "avrebbe potuto" dar corpo alla propria industriosità, ma, aveva deciso di preferire in lei il "sacrifico", la condizione forzata di casalinga, e non seppe tornare mai più sulle sue posizioni. C'era una Milano lontanissima, forse più lontana ancora di viale Ungheria, ed era quella della signora Pina, altrimenti detta la "Pina della Barona", perché per l'appunto abitava, in quegli anni, nelle case popolari della Barona, quartiere periferico della Milano-Sud. La Pina era un'amica di gioventù di mia madre, l'amica buona e remissiva, una bella pugliese che aveva sposato, già incinta, un carabiniere a cavallo, prestante e fanfarone. Ai tempi della Barona il bel carabiniere era malato e aveva l'aria mite di chi ha paura. Dalla Pina non si andava la domenica. Ci si andava con la mamma di pomeriggio, nei giorni feriali. Il lunghissimo viaggio in tram è tuttora legato a immagini di lavori in corso dappertutto, al fumo dell'asfalto appena posato, a operai che fan segno di rallentare, a case in costruzione che incombono su altre più vecchie, e poi, nel lento ritorno serale, il fuoco delle insegne nel centro, le vetrine abbaglianti come nelle canzoni di Jannacci, le luci dei lampioni che sembrano aumentare e diradare via via che da una periferia arriviamo all'altra, alla nostra. Sul tram, quando potevo, cercavo di mettermi in ginocchio. Lo han fatto tutti, da bambini. E mi è rimasta una sensazione di freddo sul naso, l'impressione che la mia città fosse condannata a restare dietro il vetro di un tram. Enorme, spettacolosa, un immenso fondale di teatro popolato di attrezzisti. Avevo la netta sensazione che per stare al di là del vetro, nella città, bisognava "fare" qualcosa. Ma allora quel "fare" mi risultava oscuro. Mio padre "faceva" e dunque aveva il diritto di starci. Eppure non c'era. Era come se lui si sottraesse con severa discrezione dal quadro che, al contempo, mi invitava a contemplare con orgoglio, perché in qualche modo aveva partecipato a dipingerlo.

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