Linea d'ombra - anno XIV - n. 117 - lug./ago. 1996

STORIAEMEMORIA 5 ' L'ETABARBARA AUSCHWITZELEVIOLENZE DEL"SECOLOBREVE" Enzo Traverso Nel suo bilancio del "secolo breve" ormai concluso, Eric J. Hobsbawm cita un dato statistico più che sufficiente a far apparire quella che egli definisce "l'età degli estremi" come una vera e propria epoca di barbarie: tra la prima guerra mondiale e la fine degli anni Ottanta, le vittime di guerre, genocidi e violenze politiche di varia natura ammontano a circa 187 milioni. Questa cifra si ferma al 1990, non prende quindi in considerazione le vittime della guerra del Golfo Persico, né quelle della guerra civile nell'ex Jugoslavia e neppure il mezzo milione di morti del genocidio nel Ruanda. Secondo una stima di Hobsbawm, ciò corrisponde all'incirca al 9 percento della popolazione mondiale alla vigilia della Grande guerra. 1 Per avere un'immagine più concreta dicosa significhi un dato del genere, si potrebbe pensare alla soppressione dalla carta dell'Europa di tre paesi come l'Italia, la Francia e la Germania. Sostituiamoli con un immenso deserto, o piuttosto con un immenso cimitero, e la nozione di barbarie moderna si preciserà nelle nostre menti. Nel testo di una conferenza pronunciata due anni fa, ben più lucida a questo proposito del suo libro sul "secolo breve", Hobsbawm indica in effetti la barbarie come il tratto decisivo di questi ultimi ottant'anni. Rileva l'indiscutibile regresso storico rappresentato dal Ventesimo secolo rispetto agli standard di "civiltà" raggiunti all'indomani della Rivoluzione francese e aggiunge che se l'umanità non è ancora definitivamente e irreversibilmente sprofondata in una barbarie senza ritorno, lo si deve essenzialmente alla persistenza dei valori ereditati dalla cultura dei Lumi. 2 Ricorda per esempio, citando il teorico della guerra von Clausewitz, che, dopo la caduta di Napoleone, il principio secondo cui la nazione vittoriosa non dovesse massacrare i prigionieri di guerra né trasformare le popolazioni civili in bersagli militari, sembrava definitivamente acquisito in Europa. Per avere un'idea di come le cose siano cambiate un secolo e mezzo più tardi, basti ricordare che il numero delle vittime civili della seconda guerra mondiale supera i 20 milioni. 3 Rispetto agli ideali cavallereschi e, verrebbe di dire, "umanisti" di von Clausewitz, il rovesciamento di valori implicito nel progetto della bomba al neutrone, una bomba capace di sterminare la vita senza intaccare le infrastrutture materiali, è pressoché completo. Sotto molti aspetti, non si può che aderire alla diagnosi di Hobsbawn: i valori in nome dei quali cerchiamo di combattere la barbarie di questo secolo sono in larga misura ereditati dai Lumi, da Beccaria a Kant, e si riassumono in ultima istanza in una idea universale dell'uomo che il nazismo tentò di distruggere. Non si tratta affatto, sulle tracce di Ernst Cassirer, di idealizzare la cultura del Settecento, ma soltanto di riconoscere un nucleo indistruttibile di valori - tolleranza, libertà, diritto, emancipazione delle minoranze e rispetto delle differenze culturali - che costituiscono ancora un argine al dilagare indiscriminato della violenza e della cultura che l'alimenta. Si tratta di una diagnosi ormai classica, che aveva già indotto Lukacs a presentare il nazismo come il prodotto di un lungo processo di "distruzione della ragione" e, più recentemente, Norbert Elias, sulla base di una diversa argomentazione, a definire Auschwitz come il simbolo di una forma moderna di "decivilizzazione". Questo approccio presenta tuttavia dei limiti evidenti, in quanto ignora quel che Horkheimer e Adorno hanno definito la "dialettica dell'Illuminismo", ossia il fatto incontrovertibile che le violenze estreme del Ventesimo secolo non sono il prodotto di una "ricaduta nella barbarie", secondo una formula ormai desueta, ma l'emergere di una barbarie affatto moderna, prodotto della civiltà, nutrita delle sue ideologie e messa in atto grazie alla potenza delle sue realizzazioni tecniche, una barbarie semplicemente inconcepibile al di fuori delle strutture portanti della civiltà moderna: l'industria, la tecnica, la divisione del lavoro, l'amministrazione burocratico-razionale, !'"etica della responsabilità" (nel senso di Max Weber e non di Hans Jonas), utilitaristica e funzionale, al posto del I '"etica dei valori". Questa constatazione si è imposta a tutti gli studiosi che hanno cercato di interpretare le guerre moderne, Auschwitz, Buchenwald, la "dekulakizzazione" delle campagne sovietiche, la Kolyma e Hiroshima, ma risulta in ultima istanza imprescindibile anche per analizzare dei genocidi in apparenza più "primitivi" come quelli della Cambogia o del Ruanda, presentati a volte come l'eruzione di odi ancestrali, nei quali hanno in realtà svolto un ruolo fondamentale sia il retaggio delle guerre coloniali, sia l'influsso dei modelli totalitari moderni, sia infine l'incitazione alla violenza attraverso i mass media. Ecco quindi una prima acquisizione indispensabile tanto allo studio che all'insegnamento delle violenze del Ventesimo secolo: esse sono un prodotto genuino della civiltà moderna, la testimonianza delle sue pulsioni distruttive e un richiamo costante, dopo un uso così generalizzato e terrificante delle armi al posto della ragione, alla necessità di ritornare alle armi della critica. Il richiamo al numero complessivo delle vittime è importante, perché le violenze e i genocidi del nostro tempo vanno inseriti e si spiegano soltanto nel contesto di un secolo di barbarie. Ma lo storico non si può fe1mare a questa constatazione, il suo compito consiste a ricostruire - anche positivisticamente, fattualmente, wie eigentlich gewesen - gli eventi e a cercare di interpretarli. Non può esimersi dal distinguere, comparare, classificare, col rischio a volte di trasformarsi nel contabile freddo e imperturbabile di crimini orrendi analizzati con uno sguardo assiologicamente neutrale. Cerchiamo di elencare brevemente gli orrori del Novecento: due guerre mondiali e varie guerre regionali, una delle quali, quella del Vietnam, forse anche più terribile, nei suoi limiti, delle precedenti: una catena di genocidi, a cominciare da quello degli armeni, durante la prima guerra mondiale, per finire con quello del Ruanda, passando attraverso lo sterminio per fame di 6 milioni di contadini ucraini durante la collettivizzazione forzata delle campagne sovietiche, e Auschwitz, vale a dire il genocidio degli ebrei e degli zingari. Il Ventesimo secolo ha sperimentato, con i campi di concentramento staliniani e nazisti, una nuova forma di dominio, di oppressione e di annientamento su scala di massa, concernente interi gruppi sociali o etnici, che va ben al di là dei massacri coloniali dell'Ottocento. Soprattutto, il Ventesimo secolo ha conosciuto delle forme storicamente inedite di sterminio, inimmaginabili ancora per chi, come i miei nonni, era nato alla fine del secolo scorso. Vorrei qui indicarne tre, a mio avviso le principali: Auschwitz, il gulag e Hiroshima, detto altrimenti il genocidio razziale, l'universo concentrazionario e la bomba atomica. Cercherò ora di descriverle sinteticamente. 4 Auschwitz è uno sterminio concepito su basi ideologiche, pianificato, gestito burocraticamente e messo in atto con metodi

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