FotoMarcoPesaresi/Contrasto. glio scapolo della piccola zia di Musocco: era democristiano e sindacalista anticomunista. Lui era "impegnato", ma schierato dall'altra parte. Un nemico dichiarato per mio padre, e proprio perciò degno di qualche rispetto. Il sospetto forse concerneva il volontariato cattolico e la riluttanza a formarsi una famiglia. Il Luigi mi portava al cinema. Anche cinema di prima visione. Per una scelta moralmente inequivocabile consultava ("'Osservatore romano". Con lui ho visto Barabba e Lawrence d'Arabia (una scelta osé, mi pare di ricordare, ma la presenza di un adulto rappresentava una tutela sufficiente). A spettacolo finito commentava le scene meglio riuscite, la prova degli attori e il significato dell'opera. Mi sorprendeva il fatto che si potesse parlare di un film come faceva lui, vale a dire - così ho dedotto più tardi - da un punto di vista "critico". Era, fra i parenti materni, ma anche fra quelli paterni, quello che aveva studiato di più e forse con più profitto. Parlava un italiano molto "forbito" che sapeva alternare con facilità al dialetto e soprattutto scriveva con proprietà ostentando una raffinatissima calligrafria. Si presentava spesso in "principe di Galles", ragion per cui mia madre sosteneva che era molto "a posto". La famiglia di mio padre si esprimeva solo in dialetto, il milanese naturalmente, perché, malgrado le origini, i fratelli erano cresciuti tutti "in strada" ed essendo arrivati a Milano cinquant'anni prima della grande immigrazione, non avevano neppure potuto contare su dei clan di quartiere. Il leccese veniva talora "citato" come memoria infantile, come gioco, e, più tardi, come orgogliosa rivendicazione contro i milanesi che facevano la guerra ai "terroni". Nel milanese di mio padre - e in quello di IMMAGINI DI CITTÀ/MILANO 67 tutti i suoi fratelli - si avvertiva la solidità della "lingua" forte, di una lingua "materna", quella parlata dalla "città-madre". Non v'era alcuna traccia di cesura linguistica fra i miei genitori: era come avessero vissuto nello stesso quartiere, come fossero state raccontate loro le stesse storie, come avessero avuto in comune uno stesso codice. Le "stonature" cominciavano in un'area che potremmo genericamente chiamare morale sessuale. In questo mio padre aveva ereditato massicciamente il pudore, il rigore, la cultura meridionali. Fu così che insieme al mondo della moda, "troppo compromettente", mia madre dovette rinunciare nel giro di pochi anni a tutte le "vanità" della tradizione più squisitamente femminile. Pare che per una episodica concessione al rossetto, mio padre s'impuntò e, di fronte alle proteste di mia madre, lasciò la famiglia per un paio di mesi. Qual mai modello di donna si fosse confitto nello strappo interiore della sua educazione, è difficile dirlo. Mia madre provò certamente ad aderirvi. Con un inevitabile malessere, che ha continuato a manifestarsi nel corso degli anni. Quella di mia madre era una famiglia operaia lombarda, con quel tanto di ruvida leggerezza che contrastava con la grevità sensuale e sessuofoba della famiglia di mio padre. Dall'incontro risultò uno strano e faticoso connubio di intelligenza, immaginosità, accensioni nevrotiche e torvi ripiegamenti interiori, una giostra emotiva non priva di fascino. Di sesso non una parola. Necessariamente. Ma per fortuna neppure ammicchi, allusioni, strizzatine d'occhio. La famiglia operaia che aveva in mente mio padre era casta e luminosa come in certa iconografia sovietica (e - perché no? - cattolica). Il "privato", quando concerneva la dimensione sessuale, non era solo
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