Linea d'ombra - anno XIV - n. 117 - lug./ago. 1996

66 IMMAGINI DI CITTÀ/MILANO Nel 1955 traslocammo da via Grigna in via Mac Mahon, ali 'imbocco del ponte della Ghisolfa. Si trattava solo di poche centinaia di metri ma sembrarono chilometri, perché la casa era nuovissima, con la facciata coperte di piastrelline quadrate verdognole, balconi con la balaustra di ferro e ascensore. Dentro c'era quell'odore misto di polvere di cemento, vernice e tintura fresca che ha accompagnato tutta la mia generazione durante l'impero dell'edilizia selvaggia. Nello stesso "stabile" (tale era la dizione diffusa) la sorella più giovane di mio padre, la Maria, faceva la portinaia. Pare, controvoglia. Si diceva fosse stata un'idea di suo marito, l'Attilio, tramviere Atm, attentissimo al bilancio famigliare. In realtà, da piccola intrigante come la vita le aveva insegnato a essere, fu un'eccellente "portiera", abile nel conservare la protezione se non l'approvazione di mio padre e, al contempo, a guadagnare il favore dei nuovi ricchi del palazzo. Fu la prima, fra quanti frequentavamo, ad avere in casa un televisore: lo ebbe, credo, come ricompensa per la sua opera di vigilanza da un commerciante di elettrodomestici con testa pelata e moglie impellicciata. In via Grigna era rimasto uno zio, anche lui operaio metalmeccanico, il Salvatore, che aveva sposato la Paola, una donna secca secca che si faceva Milano-Caslino d'Erba e ritorno in bicicletta, aveva un carattere zolfino e alla quale - come dicevano allora - "piacevano troppo gli uomini". Si permetteva anche di fumare. Paola e Salvatore giravano l'Italia con un Galletto Guzzi: lo facevano tutte le estati e, su mia richiesta, inviavano cartoline a ogni tappa: cartoline in bianco e nero con i bordi seghettati. Anche mio padre aveva una Guzzi, un rosso volatile di cui non rammento il nome e, comunque, ben al di sotto del mitico Galletto giallo. Alla domenica, quando non lo costringevo a raggiungere almeno il confine invalicabile - così pareva - di Inverigo (la sagoma delle Prealpi sullo sfondo era del resto sufficiente per soccorrere l'immaginazione di mete più lontane), mio padre mi portava in giro per Milano e mi mostrava i muri perimetrali delle grandi fabbriche milanesi e quel che restava della guerra- i rifugi a forma di proiettile dell'Alfa Romeo, le case prefabbricate di viale Abruzzi, cert'altre bombardate e rimaste ancora in piedi. Dovevo imparare quanto la città avesse sofferto. Vedere i luoghi della distruzione e della ricostruzione. Erano gite "didattiche" che finivano solitamente in un'osteria, il "Circolino" di via Cagnola: lui veniva invitato a giocare a dama (aveva la fama di campione) e io sedevo sotto un glicine con una bottiglia di gazzosa in mano. Umberto, il fratello più anziano di mio padre lavorava in un negozio di confezioni in corso Garibaldi. Era stato comunista anche lui, come gli altri fratelli (si dice anzi che avesse passato dei guai negli anni del fascismo per una foto di Matteotti che poi finì in solaio), ma poi aveva sposato una baciapile ed era diventato democristiano. Viveva ad Affori vicino a una celebre "pianta" che dava il nome anche alla fermata del tramvai che si prendeva per andare a fargli visita. Non c'era domenica senza una visita, rigorosamente pomeridiana, a un qualche componente della famiglia. Quando, nel 1959, la zia Maria si trasferì in un nuovissimo quartiere di case popolari in viale Ungheria (altro profumo di cemento, altra visione di ponteggi e operai edili col berretto di carta di giornale in testa), l'omaggio domenicale si trasformava in un vero e proprio viaggio, in un estenuante trasbordo sui filobus della circonvallazione esterna. Una sera, tornando, il filobus rallentò sul ponte della Ghisolfa, a due passi da casa. Nei campi spogli e malati di piazza Lugano erano accesi potenti riflettori: avevano montato delle siepi finte e c'era un grande andirivieni di persone. Stanno girando un film, mi disse qualcuno. Si trattava di Rocco e i suoi ji-atelli. Perché, mi chiesi, quelle siepi finte? Più tardi ne sentii parlare come di un film scandaloso e io continuai a pensare alle siepi. Che ci fossero battaglie culturali sul cinema, che ci fossero, anzi, battaglie culturali tout-court, era un dato di cui non avevo il minimo indizio. Il cinema allora era quello dell'oratorio che frequentavo con devoto fervore e con la benedizione di mio padre comunista: si sa che l'educazione extrafamigliare i padri proletari l'hanno sempre volentieri lasciata alla chiesa, un nemico certo, ma anche una garanzia di moralità. L'unica battaglia di cui avevo sicuri indizi era quella che si svolgeva, o troppo lontano o troppo vicino, della politica. La radio che dà l'annuncio dell'invasione dell'Ungheria mi fa tornare in mente la casa di via Grigna, il bagno al sabato in una tinozza e le favole truculente raccontate da una vecchia zia nubile, figlia di prime nozze del padre di mio padre. È probabile che questa zia, cattolica e sessuofoba, avesse fatto dei commenti inequivocabili, anche se a voce bassa, mentre il giornalista radiofonico contava i morti di Budapest. Commenti che non erano passati inosservati alle orecchie di mio padre. Benché non fosse un militante di sezione (o forse proprio per questo), lui ha continuato a professare una cieca fedeltà nei confronti della Madre Russia. Che non era una Russia volgarmente staliniana, ma quella ideale, tutta fabbriche e rivoluzione, di cui gli avevano parlato negli anni Venti. È morto insieme all'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Un'altra sorella di mio padre, Rosaria, aveva sposato un sardo, comunista anche lui e gelosissimo della bella moglie fedele. Lei faceva, come la sorella più giovane, la portinaia ma in una casa bellissima di via Cenisio: c'era un giardino nell'interno che d'estate diventava una giungla giallastra e fitta. La zia Rosaria si procurava dei lavoretti a domicilio: ricordo la piegatura di scatole di caramelle e il riordino di certi campionari di stoffe in cui venivamo coinvolti tutti, alla luce bassa di un lampadario centrale, come per un rito. Mia madre non aveva fratelli e la tradizione socialista famigliare era finita con suo padre. Il resto dei parenti erano tutti "di chiesa" o qualunquisti. La Sandrina, una cugina, aveva sposato un operaio della fabbrica Ermelin (quella dei biliardi) che s'era guadagnato la nomea di crumiro e una decina d'anni più tardi fu messo alla porta: ecco, diceva mio padre, così si paga la fedeltà al padrone. Il Mario, così si chiamava il traditore della classe operaia, era un tipo balzano, probabilmente un ragazzino non cresciuto, e in cantina aveva montato, con sapiente pazienza, un plastico dove sfrecciavano, in un superbo intrico di scambi, ponti e linee aeree, possenti trenini Merklin. Quando arrivavamo in visita, la domenica pomeriggio, attendevo la discesa in cantina con fremente impazienza: il plastico occupava tutto lo spazio del cubicolo e il Mario aveva aperto dei buchi in due o tre punti chiave che si raggiungevano strisciando gattoni sotto il piano di legno, sul quale sciamavano grovigli di fili elettrici di colori diversi. La Sandrina faceva l'impiegata alla Michelin di corso Sempione: un 'altro mondo rispetto a quello operaio della famiglia di mio padre. Le grandi vetrate degli uffici in cui lavorava sapevano di "modernità", non erano severe come quelle delle officine o delle fabbriche che mi mostrava mio padre. L'impiegato aveva una "carriera" davanti se ci sapeva fare (s'intende, coi superiori), l'operaio aveva solo il suo "posto" e basta. Così nel lessico famigliare. L'operaio aveva qualcosa di eroico e di antico; l'impiegato era condannato a una sorta di mediocre condizione di servaggio. Che cosa ci metteva di suo? Un altro impiegato guardato con sospetto era il Luigi, il fi-

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