IMMAGINI DI CITIÀ 65 UN'EDUCAZIONE MILANESE Alberto Rollo Non ha mai finito di stupirmi - di stupirmi nel profondo, dove la ragione e la cultura hanno scarso potere - la facilità con cui gli americani cambiano città (e stato) di residenza. Il fenomeno è noto, ma "leggerlo" nella vita dei buoni amici "nomadi" che ho laggiù è motivo di ulteriore e ormai taciuto sconce110. Io ho vissuto sempre a Milano e non conosco un'altra città- né posto diverso da una città- in cui potrei vivere. Mi volgo all'incanaglirsi della mia città, come a un male che abbia a che fare col mio stesso corpo, a una ferita non curabile per strappo od oblio. Non si tratta di un vincolo meramente sentimentale. Credo abbia a che fare con una specie particolare di "educazione milanese", di cui ho potuto, col tempo, riconoscere le origini di classe e la contraddittoria persistenza, rinvenendo i tratti di una diffusa forma di "educazione sentimentale" che va oltre i luoghi comuni del dialetto, dell 'imprenditorialismo e delle patetiche celebrazioni di un fantomatico genius foci. Nella fattispecie si tratta di un'"educazione milanese operaia". Non è infatti mai esistita una Milano sola - bisogna ripeterlo?-, a tutto tondo, se non nell'ospitale ideologia delle canzonette anni Trenta. Dal secondo dopoguerra in poi le vicende e il volto della fascia sociale intermedia - vero tessuto connettivo della città- è come se fossero scritte nella storia sindacale della città, in un "libro" senza nomi, senza facce, il meno leggibile che esista. Eppure il capitolo "proletariato industriale" è fondamentale per comprendere, se esiste davvero, il senso di un'educazione milanese. Di sicuro ha a che fare con la mia. Di sicuro da essa dipende la fisionomia morale e culturale della mia famiglia. Non so se esista più un'"educazione milanese operaia" e come il neocapitalismo prima e il piccoloimborghesimento di massa poi abbiano spostato l'accento su altre tipologie di formazione metropolitana. È ovvio che sia andata così, ma, per darne conto, ci vorrebbero altri strumenti d 'indagine, altri dati, altre fonti. La mia percezione di una specifica "educazione milanese" ha poco a che fare con la sociologia. Ho semplicemente la sensazione che, traendo fuori dal disordine della memoria la mia famiglia e la mia infanzia, sortiscano anche immagini appena sbozzate d'una città che ha sempre faticato a dirsi. E che ha fatto di questa fatica prima il suo successo, poi la sua rovina. Mio nonno materno ha lavorato tutta la vita come operaio-attrezzista alla Stiegler, la fabbrica svizzera di ascensori di via Copernico, mia nonna alla Manifattura Tabacchi di via Moscova. Lui era un socialista malthusiano, melomane e compagnone, lei una donna, alta e sottile, bella e di carattere, che al tabacco non fumato dovette il cancro ai polmoni che se la portò via. Quando si sposarono, sul treno che li portava sul lago di Como, lui le confessò con qualche lacrima virile che non aveva i soldi per l'albergo. Lei contò i suoi e decisero che la luna di miele si poteva fare lo stesso. Al nonno Angelo piaceva il vino e la compagnia. Cantava volentieri ed era un ottimo ballerino. Prima del matrimonio gli era capitato di addormentarsi ubriaco su una chiatta della darsena e di svegliarsi fuori Milano. Poi aveva incontrato la Natalina e aveva messo "la testa a posto". O quasi. La sera, mia madre veniva mandata in osteria a chiamarlo, e lui, per guadagnare qualche minuto ancora, insieme agli amici le faceva riempire un bicchiere di acqua e menta. Mia madre ha fatto la "piccinina" e, prima di aprire una sartoria propria, ha cucito per "la" Bocca, una casa di moda di prestigio, che aveva tra i clienti non so quale esponente della famiglia reale. La sartoria è stata per lei il dietro-le-quinte dove arrivavano gli echi del grande spettacolo mondano. La vera capitale del mondo - su questo non ha mai avuto dubbi - era Parigi, anzi "Parìs", che rimbalzava dalle lustre e pesanti pagine delle riviste di moda ai banconi su cui faticavano le "lavoranti", dalle labbra carminio delle clienti in sala-prove alle quotidiane conversazioni con povere modelle che s'accompagnavano a commendatori in doppiopetto o viveur dal debito facile. Parigi era la Mecca dove bisognava posare la fronte almeno una volta nella vita. Ma Milano la seguiva a un dipresso e v'era più d'un motivo per andarne orgogliosi. A Milano, infatti, c'erano la Bocca, il Ventura e la Biki. Abbandonata la professione dopo il matrimonio, ha conservato e ha continuato a comunicare di quel mondo un'immagine di impettita industriosità sororale, una percezione cruda e aggressiva del prezzo non economico della qualità. Un mio paio di pantaloni Armani, li ha squadrati, palpati, rovesciati, ispezionati col palmo delle mani, per poi uscirsene con una smorfia di sufficienza. "Pret-à-porter. E si vede" ha commentato. "Ad attaccare le etichette son bravi tutti." Il nonno paterno arrivò a Milano da Lecce nel 1909 e per convincere moglie e figli a seguirlo nell'avventura dovette scrivere una lettera in cui diceva: "Dalle finestre di casa si vedono le montagne", un'attrattiva, pare, irresistibile per la giovanissima Vincenzina sposata in seconde nozze e abituata alla piatta penisola salentina. Mio padre cominciò a lavorare a dodici anni come apprendista metalmeccanico in un'officina di via Savona per poi passare come "impiegato-tecnico di Il categoria", vale a dire capo-officina, alla ditta Anceschi in viale Ce11osa.Giovanni Anceschi e il figlio Mario lo tenevano in gran considerazione, ma quando, incaricato di operare un taglio di personale, si schierò con gli operai, ci ripensarono e preferirono, prima di ridurre l'organico, allontanare lui. li giorno in cui fu chiamato in direzione per trattare le modalità di allontanamento dall'azienda era presente anche il fratello di Mario, Luciano, celebre teorico della letteratura, ai cui volumi mi sono sempre avvicinato malvolentieri, devo ammetterlo, per l'accenno, tanto severo quanto discreto, che mio padre fece un giorno e poi mai più a proposito di quell'incontro al vertice (non so come esattamente andarono le cose, so solo che la famiglia Anceschi cercò poi di risarcire mio padre aiutandolo ad avviare la sua piccolissima officina metalmeccanica svendendogli delle vecchie macchine utensili e passandogli del lavoro). L'infanzia l'ho passata fra via Grigna - in un casamento che figura fra i primi esempi di architettura popolare milanese - e viale Certosa (dove viveva la nonna materna): un viale Certosa molto tessiano, col cimitero di Musocco in fondo, meta di vere e proprie gite insieme a una prozia, una donnina piccola piccola e devota devota. Dopo le scampagnate cimiteriali la minuscola "zia" serviva un risotto giallo che era diventato un'istituzione e una bistecca di fesa al burro. Il pomeriggio proseguiva sotto casa, in quello che solo pochi anni prima era un lavatoio e ora era più semplicemente "il fosso", a "giocare con l'acqua": la corrente tirava verso una bassa galleria di mattoni che inghiottiva il "fosso" e restituiva grossi ratti neri che si spingevano circospetti sino alle pietre delle lavandaie.
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