Linea d'ombra - anno XIV - n. 117 - lug./ago. 1996

64 VEDEREL, EGGEREA,SCOLTARE FotoMarcoPesaresi/Contrasto. Ma il narratore, di qualunque tipo sia, dovrebbe sapere una cosa importante, che va contro quella convinzione ingenua, naturale, che dicevamo. Dovrebbe sapere che le storie, in un senso rilevante della parola "esistere", esistono solo se raccontate. Il racconto è il modo in cui una storia esiste. Quale storia? Quella che il racconto racconta. Questo fatto va contro la convinzione naturale che le storie esistano per conto loro e che dunque possono essere prese e raccontate. Questa convinzione è formidabile, non ce ne libereremo mai. Da essa discendono parecchi errori, uno dei quali troviamo spesso ribadito pubblicamente ovunque si parli di narrazione (malauguratamente spesso nelle pagine dei mezzi d'informazione di massa che contribuiscono a rafforzare l'immagine come naturale semplicemente dicendola): non importa tanto il modo in cui una storia è raccontata, importa molto di più che sia una storia importante, bella, forte, eccetera. È come credere che una storia possa essere raccontata in nessun modo. Ma siccome si può usare il linguaggio in cui raccontiamo storie senza raccontare niente, una falsa simmetria sorge a confermare che è possibile raccontare una storia senza il linguaggio per farlo. Ci sembra naturale, e invece è addirittura falso. Ci sembra naturale che un racconto abbia una forma e un contenuto e che il contenuto sia più importante della forma. Con qualche argomento si può anche arrivare a capovolgere la formula e a sostenere che è la forma a essere più importante del contenuto. Oppure che lo sono ambedue allo stesso modo, o in modi diversi, o altro ancora. Ma il punto debole della discussione (i narratori lo devono sapere) è che non sta in piedi quella distinzione tra forma e contenuto. Un narratore come Geertz, che sembrerebbe avere un contenuto e andare alla ricerca di una forma, lo sa. Da tutto questo confuso pensare, ricavo una larva che non è molto di più di un sospetto: chi racconta una storia ha delle responsabilità circa il modo in cui la racconta e ha delle responsabilità nei confronti di chiunque si trovi a raccontare una storia, perché il suo modo di raccontare potrà essere un esempio per un altro. Questa è una larva di ipotesi, non ancora un pensiero (cosa significa, qui, "responsabilità"? Responsabilità oggettiva - per cui non val la pena di elucubrare tanto - o responsabilità professionale? professionale? E come si combina con la libertà che pure costituisce l'atto di narrare? E se poi i modi fossero davvero una manciata e non di più? Quando due storie sono la stessa storia? Possono racconti di storie diverse essere lo stesso racconto? Al variare di che cosa un racconto diventa un altro racconto? Che senso hanno queste domande in un ambito che non vuole essere affatto scientifico? perché quando noi ...)

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