VEDEREL, EGGEREA,SCOLTARE 63 Ma è a questo punto che Geertz colloca una delle sue riflessioni (quella che più ci interessa qui). Dice: "Grande è la tentazione di considerare questo stato di cose come un punto finale, il completamento di una fase, di un processo, di una evoluzione, che ormai non resterebbe che rafforzare ed estendere. Ma a essa occorre resistere. Quando dopo un grande sommovimento sopraggiunge la semplice operosità, la sensazione che le cose siano finalmente tornate sui binari giusti sorge naturalmente, specialmente in un testimone, come me, del prima e del dopo, se non proprio tra coloro che hanno passato tutte queste vicende e hanno qualche ragione per vedere le cose altrimenti." E conclude: "Le storie che voi raccontate assumono naturalmente la forma di un inizio, un centro e una fine, una forma che coincide meno con la direzione interna delle cose che con l'esperienza parentetica che ne avete avuto. Rimuovere la parentesi significa falsificare il modo in cui avete ottenuto quelle che voi ritenete conoscenze e a un tempo il motivo per cui voi le ritenete tali". La struttura narrativa in cui sembra naturalmente disporsi la storia di Pare è un modello notissimo che ha molti nomi e molte descrizioni: climax/punto di svolta/anticlimax, piramide di Freytag, vecchio ordine/conflitto/nuovo ordine, e così via. Ora, il punto che a me preme sottolineare è che alla tentazione di strutturare la storia di Pare in questo modo, secondo Geertz, occorre resistere. Perché resistere? Geertz sta dicendo che quella struttura, che a noi sembra naturale e suggerita dai fatti e dagli avvenimenti, magari naturale lo è, però a suggerirla sono gli occhi di chi guarda e la mano di chi scrive. Non solo: poiché la riflessione di Geertz conduce a una razionalizzazione dei propri metodi di lavoro, è proprio la sensazione di naturalezza quella che deve essere maggiormente sottoposta al vaglio critico. E così quella naturalezza viene molto trasformata, quando, con Geertz, compiamo questo passo ulteriore: "La decisione, ché di decisione si tratta, di presentare Pare come un'arena politica giace al di fuori del mondo che la mia descrizione descrive. Qualunque cosa sia la realtà, oltre al suo essere esistente, la nostra idea di essa deriva inevitabilmente dal modo in cui noi ne parliamo." La naturalezza, allora, sembra essere il risultato di una nostra automistificazione: noi decidiamo una struttura narrativa e poi, obliando il nostro atto di volontà, consideriamo il suo esito come un fatto naturale. Leggevo queste argomentazioni di Geertz e le riconoscevo, le trovavo familiari, di ascendenza kantiana, di sviluppo cassireriano e mi venivano in mente prima Goodman e poi anche Wittgenstein. Riconoscevo movenze filosofiche consolidate. Mi piaceva pensare che in questo quadro era la narrazione a occupare il posto di motore della conoscenza che era stato dei sensi e dell'intelletto e del soggetto eccetera. E però pensavo anche: ma che mestiere fa Geertz? L'antropologo. Dunque è un narratore perché il suo mestiere gli chiede di raccontare, una fase del suo lavoro consiste nel racconto di quello che ha conosciuto, visto, appreso. Ma il suo lavoro non si esaurisce nel raccontare, non consiste nel raccontare. Geertz è un narratore in conseguenza del lavoro che fa. Una visione ingenua, ma radicata, di che cosa sia raccontare vede nella narrazione il resoconto di avvenimenti che si sono svolti per se stessi e che successivamente sono stati raccontati. Che tali avvenimenti vengano o no raccontati, secondo questa visione, non ha niente a che vedere con la loro realtà. Si potrebbe dire: per una storia, venire raccontata è inessenziale. Se narrare è questo, allora una figura di narratore come quella rappresentata da Geertz è la figura del narratore per antonomasia: viene spedito in un luogo di cui non si sa nulla, col compito di tornare indietro e di riferire, di raccontare. Ma ovviamente quel luogo è indipendente da ciò che l'antropologo ne dirà. Che sia proprio l'antropologo in questione, invece, a criticare simili credenze sulla narrazione, mi sembra molto illuminante. Che non sia un autore di fiction a farlo, voglio dire. Ma esistono narratori che di mestiere fanno i narratori, non gli antropologi, non gli storici, non i sociologi. Narratori per i quali narrare è il fulcro della propria attività, l'alfa e l'omega. Per i quali costruire un racconto non è un modo di comunicare risultati, ma è il risultato. Spesso si tratta di scrittori, ma ovviamente non si tratta solo di scrittori. Comunque, mi chiedevo quale rapporto ci fosse tra i due tipi di narratori, quello per cui la narrazione è un mezzo e quello per cui è un prodotto. Che rapporto avranno con una struttura narrativa classica come quella che si articola in climax/punto di svolta/anticlimax? Se un natrntore del primo tipo trova mistificante imporre una simile struttura a un flusso di eventi al fine di raccontarlo, un narratore del secondo tipo che atteggiamento avrà? Io credo che dovrebbe avere l'atteggiamento di cercare quando sia possibile di inventare strutture, complicando quelle esistenti, semplificandole, contaminandole, deturpandole, raffinandole: non so fare - non si può fare un elenco completo, ma come riferimento generale valga Vedere e costruire il mondo di Nelson Goodman (Laterza 1988). A chi dovrebbe rivolgersi un narratore come Geertz per trovare altre strutture per le proprie storie? Io credo che dovrebbe rivolgersi a quell'altro tipo di narratori (cosa accadrebbe se Gee1tz realmente bussasse alla porta di un narratore del secondo tipo e gli chiedesse per favore di fargli vedere in quanti modi una storia può essere raccontata, perché lui ha raccolto dei dati che sembrano poter essere organizzati secondo lo schema climax/punto di svolta/anticlimax in modo del tutto naturale e proprio per questo non si fida a organizzarli così: vorrebbe provare in un modo diverso, ma non ne ha in mente nessuno). Cosa accadrebbe? A questo punto pensavo a un'altra serie di cose, vale a dire che il narratore del secondo tipo, in realtà, non ha una specie di campionario di modelli dal quale attinge e che dunque può mostrare a chi ne faccia richiesta. Non ce l'ha, perché un tale campionario non esiste. Non esiste separatamente dai testi effettivamente prodotti, non esiste se non nel corpus che comprende tutte le storie che sono state raccontate. E che quindi nessuno conosce interamente. Dunque il narratore del secondo tipo forse ha delle responsabilità anche nei confronti dell'altra figura di narratore, responsabilità che dovrebbero condurlo a impegnarsi molto nella costruzione di testi che possano essere mostrati come esempio di come una storia può essere raccontata (poiché e solo mostrando un testo come esempio che un narratore può spiegarsi senza troppi equivoci).
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