62 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE spettatore (e più di un occidentale è stato turbato dalla descrizione delle violenze della polizia): ma non ha incontrato il successo di massa che si meritava. Negli ultimi anni, come già accennavo, qualcosa si è incrinato. Il pubblico ha cominciato ad apprezzare i film americani (pur sempre minoritari) o a disertare le sale. Generi come il wuxiapian (cappa e spada) o il film di gangster si sono logorati, producendo in certi casi film crepuscolari e barocchi (Peace Hotel di Wai Ka-fai) paragonabili a certi western degli anni Settanta ma, il più delle volte, film-fotocopia, stanchi e stravisti. E per un regista innovativo emerso anche in occidente (Wong Kar-wai), ce ne sono altri non abbastanza noti o fortunati. Wong Kar-wai è arrivato alla regia dopo la generazione eroica di John Woo, Tsui Hark e dei maestri dimenticati come Patrick Tam. Il suo atteggiamento, a un tempo dentro e fuori i generi, si potrebbe definire postmoderno, e il suo uso degli attori godardiano. Il miracolo di questo regista di seconda generazione è che non è caduto nelle trappola del cinema citazionista e autoriflessivo (che si tratti della versione Carax, von Trier o Tarantino), ma si è servito della disinvoltura linguistica per dare espressione, a un tempo, a un repertorio di temi vagamente nostalgico e datato (la memoria, gli amori che finiscono, la solitudine nella metropoli), e a una visione della città e del tempo modernissima, articolata per analogie e punti di fuga imprevedibili. Un cinema autosufficiente (vedi l'ostentata autorialità di film come Days of Being Wild e Ashes of Time, ermetici labirinti narrativi del tutto incuranti di qualsiasi appello al pubblico, che infatti li ha rifiutati) e pur sempre dipendente da un contesto preciso: che Wong non cita (come farebbe un europeo), ma rende presente a livello di spettatore medio, e non di critico cinefilo, nel fatto di utilizzare un attore in un dato cliché, nel ricostruire coppie d'attori di film preesistenti (Michelle Reis e Leon Lai-ming in Angeli perduti) ... Lo spettatore occidentale, ignaro del sottotesto, rimane tuttavia avvinto dall'aria di libertà formale, di improvvisazione da nouvelle vague. Anche se, per comprendere il cinema di Hong Kong, Wong Kar-wai incluso, conviene lasciare da parte entusiasmi modaioli e freddezze analitiche, e avvicinarsi invece all'atteggiamento del fanzinaro "ingenuo", spesso escluso dalla visibilità e dal prestigio delle riviste di critica emerse. Dove conta un senso di risarcimento nei confronti di un cinema che in Occidente è stato bellamente boicottato dai distributori, convinti che gli occhi a mandorla allontanino il pubblico, e insieme un senso di familiarità che il cinema americano rende ormai impossibile. È più facile essere fan di Jackie Chan o di Chow Yun-fat, oggi, che di Tom Cruise o di Schwarzenegger, perché per molti versi il cinema di Hong Kong ha ancora (o ha avuto) un aspetto paleoindustriale, artigianale, in cui si può vedere il mito nascere in diretta più che assisterne la consacrazione programmata dal marketing. L'estrema libertà formale di questo cinema - che volta a volta può assumere i caratteri dell'arbitrio, del caos, dell'ingenuità, e può arrivare all'autoparodia e allo sberleffo -fa tutt'uno con la sua aura. È (o è stato) un cinema antico e nuovo, popolare e d'élite. E tutto ciò prima che arrivasse l'Occidente (che ha chiamato molti registi) e la Cina (che ne ha già fatti fuggire tanti altri). Le cose non saranno più le stesse, anche se la prospettiva di vedere riunite le tre Cine, almeno cinematograficamente, non potrebbe essere più allettante. LO SGUARDODELNARRATORE Dario Voltolini Approfitto dello spazio che mi viene concesso per buttare giù qualche annotazione sui mestieri che hanno a che fare con la narrazione. Mi prendo questa libertà perché confido che tra i molti scrittori e le molte scrittrici convenuti insieme a me su questo numero di "Linea d'ombra" qualcuno vorrà aiutarmi a trovare la risposta a certe domande, o il modo di dissipare certi dubbi, o i punti in cui mi sbaglio, o l'astuzia per non pensarci più. Procedo un po' alla rinfusa, scrivendo un intervento che non è più un maiale, ma non è ancora un salame. Nei mesi scorsi ho letto un libro dell'antropologo Clifford Geertz. So poco o nulla di quella disciplina, ma sono sicuro che quel libro dovrebbe risultare, a chiunque abbia a che fare con la narrazione, molto interessante. Non solo a certi scrittori, quindi, anche se a loro sicuramente. Il libro si intitola Oltre i fatti (After the Facts), l'ha pubblicato Il Mulino nel 1995. L'interesse di quel libro secondo me consiste in uno dei quesiti che Geertz solleva circa la sua professione di antropologo. In generale Geertz ne solleva molti, ma in particolare mette a fuoco alcune domande che riguardano il problema di come raccontare una storia. Di come raccontare. Ecco perché mi sembra che i narratori dovrebbero essere incuriositi da questo antropologo che si impegna a riflettere in questo modo, da questa angolazione, sul proprio lavoro. Nel primo capitolo, Città, Geertz racconta la propria esperienza di studio sul campo in due città: Pare (Indonesia) e Sefrou (Marocco). In entrambe Geertz soggiornò più volte, a distanza di anni. La prima volta in cui si stabilì a Pare fu nel 1952, poco dopo un tentativo di colpo di stato. La Repubblica di Indonesia era indipendente da meno di due anni. La situazione politica era tesa, la lotta per il potere tra i quattro partiti maggiori era dura. Quando Geertz ritornò a Pare nel 1971 la tensione si era già scaricata nella violenza e il regime nazionale da civile era diventato militare. La stagione dei massacri, culminata nella resa dei conti del 1965, era terminata. "Se nel 1971" scrive Geertz a proposito di quella esplosione di violenza, "non era che un brutto ricordo, nel 1986, ventun anni dopo, tutto questo quasi non sembrava neppure un ricordo ma un frammento di storia occasionalmente rievocato come esempio di ciò a cui la politica conduce". Dato questo resoconto, che pure è così scarno, sembra che abbiamo già quantomeno in embrione una storia di Pare, un'organizzazione narrativa che potrebbe essere descritta così: una situazione conflittuale, una tensione che cresce e si accumula, un punto di svolta catastrofico e un ritorno all'ordine.
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