Linea d'ombra - anno XIV - n. 117 - lug./ago. 1996

VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 59 ra, Dio uomo e mondo" (Rizzi), è incompatibile con lo spirito autentico della Bibbia. "La Bibbia è abitata e comandata dal principio di alterità" (Rizzi). Che vuol dire? Rizzi in fondo contesta precisamente quella tendenza a identificare il Dio dei cristiani e l'essere della filosofia che rappresenta il retroterra latente del ragionamento "ontologico" di Vattimo. "Dio è altro dall'uomo e dal mondo al punto che nessuna categoria di pensiero vale a dirli insieme. L'inizio del pensare è per quanto riguarda la realtà biblica, plurale" (Rizzi). Sono discorsi difficili, lo so. Vorrei limitarmi a sottolineare solo una conseguenza pratica intuitiva - politica, morale, collettiva - di questa complicata schermaglia teologica. Cosa comporta l'alterità di Dio? Rizzi lo dice esplicitamente. Dio nella Bibbia si manifesta come straniero. 11Dio degli ebrei è il "Dio dello straniero". Pensiamo alle pagine dell'Esodo. Le divinità egizie erano "organiche" al popolo egiziano; alla politica del faraone, "a quel popolo, a quella terra, a quella cultura" (Rizzi). Il Dio dell'Esodo non ha una patria, un popolo, una tradizione con cui "identificarsi". Dopo "secoli di lontananza dalla terra dei padri", gli ebrei "sono un non popolo", puri individui, stranieri senza "identità". Per questo, la scelta divina si esprime come un gesto assolutamente gratuito, un atto improvviso di pura libertà. Dio "non ha nessun cordone ombelicale che lo leghi a un determinato popolo" (Rizzi). Questo mi sembra il punto decisivo, il concetto importante. Il grande pregio del modello del! 'alterità sta in questo radicale rifiuto di una qualsiasi prospettiva "teologico-politica". God on our side: Rushdie ha ragione, anche questa volta: "i soldati sono sempre stati mandati a morire con l'idea di avere Dio dalla loro parte" (Rushdie). Forse soltanto un Dio altro e straniero, senza amici, senza "cordoni ombelicali", senza "continuità" con questo mondo, può liberarci dal! 'intolleranza, dal fanatismo, dalla violenza idiota dell'integra] ismo. Credere e non credere Tra le riflessioni, i frammenti di diario, gli appunti di Nicola Chiaromonte pubblicati in Che cosa rimane, ci sono alcune scarne, bellissime note sulla.fede. Un breve brano suona come una sorta di pacata autocritica del pensiero "laico". "Noi gente razionale abbiamo probabilmente travisato del tutto la natura della credenza religiosa, facendone una specie di caricatura ... immaginandola come un blocco impenetrabile e il perno immobile di ogni altro movimento dell'animo, considerandola insomma come una situazione interiore fissa, scevra di contraddizioni e misture" (Chiaromonte, 1995). "Noi gente razionale", atei. A molte persone, la distinzione tra atei e credenti, la differenza tra chi crede e chi non crede in Dio, sembra tutto sommato irrilevante ("non credo alla contrapposizione tra laicità e religione", Giacché). Molti di noi pensano - giustamente - che nella vita comune degli uomini, nella sfera pubblica, nei comportamenti collettivi, nell 'intreccio dei rapporti con gli altri e con le cose, sia del tutto secondario credere o no. Sono d'accordo, naturalmente. Ma Chiaromonte aggiungeva anche che "si vede attraverso ciò in cui si crede". Che credere è sempre credere in qualcosa. Resta la fede, in altre parole: come differenza; come atteggiamento mentale, come stile dell'anima, come sottile, elastico strumento "per capire giudicare immaginare orientarsi" nel mondo (Chiaromonte, 1995). Tutte le fedi, poi, sono diverse. Benché molto lontana da una "caricatura", da un "blocco impenetrabile" di fanatismo ottuso e di credulità, la fede di Credere di credere descrive anche una scelta mondana, un punto di vista sulle cose, una precisa visione politica e morale. Forse, su questo terreno sfuggente e personale, in questo passaggio così delicato, la distinzione tra atei e credenti torna in un certo senso nuovamente utile, ridiventa importante. Io, almeno, immagino che sia così. "Pensando la storia dell'essere come guidata dal filo conduttore delle strutture forti, sono orientato a un'etica della nonviolenza ...". Per Vattimo, le opzioni morali, le scelte pratiche, le decisioni etiche e politiche discendono da un modello teorico e religioso, da uno schema ontologico più ampio. Le scelte giuste, beninteso; le opzioni migliori: "il cristiano dovrebbe agire come un anarchico nonviolento, come un decostruttore ironico delle pretese degli ordini storici". In fondo è curioso e sconcertante. Credere di credere, è un singolare discorso "in prima persona". Nell'universo dell '"ontologia debole", nel paradigma cristiano (e postmoderno) della kenosis, anche le decisioni etiche più personali ricalcano fedelmente i grandi processi della metafisica. "Trascrivono" in chiave soggettiva il destino dell'essere, la sua parabola (discendente) e le sue avventure. Credere è sempre credere in qualcosa. La fede (e la filosofia) portano Vattimo a proiettare e a risolvere in un grande scenario anonimo e oggettivo tutte le decisioni del "cuore" e della "mente". Il nostro modo di stare nel mondo, i nostri modelli di convivenza e comunicazione. Del resto Vattimo questo lo dice spesso: bisogna essere molto forti per diventare deboli. Il nichilismo "a tema" di Credere di credere presuppone una filosofia della storia (sacra), una strana, tenace, fede nel corso del tempo. Barth diceva che quella che chiamiamo storia sacra "è soltanto la crisi permanente di ogni storia, non una storia nella storia o accanto alla storia" (Barth). Dedotta da una storia, da una struttura, da un "filo conduttore" molto più densi, molto più consistenti, la morale ironica, anarchica, non viol.enta di Vattimo affonda ambiguamente le sue radici nell'ontologia. Per me, questo è il segno forse più evidente di una distanza, di una differenza che non saprei (e non vorrei) colmare. Non penso che la morale possa mai essere dedotta da principi oggettivi, dalla storia universale o dalla provvidenza o dal corso del tempo. Non "credo" a questo ruolo dell'ontologia (per quanto rovesciata, "debole", "negativa" ecc.). Credere di credere descrive una grande scenario senza soggetti. Se penso alla possibilità di un modello diverso e di un'altra morale, di un altro paradigma in cui pensare il rapporto tra l'io e il mondo, il gioco di specchi tra la coscienza e la storia in atto, questo schema così solenne si ribalta. Non vedo più nessun grande processo. Vedo soltanto una pluralità di soggetti "ciechi": senza scenario, senza comandamenti. Siamo "creature ferite, lenti frantumate ... esseri parziali, in tutti i sensi" (Rushdie). Ma in fondo è vero: è impossibile non credere a niente. Dobbiamo "vivere - scriveva Chiaromonte - per l'aldilà delle cose, oggi, per ciò che dura o può durare" (Chiaromonte). E forse per questo c'è bisogno davvero di un'altra morale; di regole, di scelte, di principi immaginati insieme, costruiti faticosamente nel linguaggio comune della comunicazione, nella convivenza, in quel processo imprevedibile e difficile che è il nostro rapporto col mondo e con gli altri. Qui Dio non c'entra, e non

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