Linea d'ombra - anno XIV - n. 117 - lug./ago. 1996

58 ;: , . - VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE L'essere si indebolisce; Dio si "abbassa". Diventa p1u umano. Quando Diderot ironizzava sulla severità rancorosa del Dio dei cristiani, quando parlava di un "padre che tiene molto alle mele e molto poco ai figli", parlava ancora del Dio violento della metafisica. "La dissoluzione della metafisica è anche la fine di questa immagine di Dio". Vattimo vede perciò nella secolarizzazione un grande processo di liberazione. La morte di Dio equivale al congedo da una concezione "naturalistica, assoluta, minacciosa e bizzarra del divino". Interpretata in termini di kenosis, come processo o evento che vive nel tempo, come "storia della salvezza" che parte dall'incarnazione e "continua a realizzarsi in terrnini sempre più netti", la secolarizzazione "è l'essenza stessa del cristianesimo". L'ontologia dell'indebolimento e l'eredità cristiana ci portano esattamente nello stesso luogo: fuori "dalla metafisica oggettiva", lontano dagli assoluti del pensiero, lontano dal Dio violento e inquietante della tradizione. In questo scenario, contro questo sfondo, la "fede" diventa nella pagine di Credere di credere un importante strumento di rinconciliazione col tempo attuale, con se stessi, con Dio. Coerentemente, Yattimo sostiene un cristianesimo "amichevole". Sensata, "apologia della figura del mezzo credente" - di chi conserva una fede libera dalle superstizioni della chiesa, dall'integralismo arrogante di Woityla, dalla minuziosa, violenta, ricattatoria precettistica della "morale" (familiare, sessuale, politica eccetera) della gerarchia - Credere di credere prende decisamente le distanze anche dal cristianesimo tragico o paradossale della teologia "dialettica", dall'idea che Dio sia totalmente altro, da una visione della fede come puro "salto". E forse proprio il confronto con questa concezione "tragica" permette di capire meglio la "tonalità" della fede come la intende Yattimo. Yattimo infatti non si limita a criticare il "carattere complessivamente regressivo del cristianesimo tragico", o a vedere nella "totale alterità di Dio rispetto al mondo ... l'ultimo grande equivoco metafisico del pensiero cristiano". Non è (soltanto) una disputa teologica. Mentre difende una visione più serena, meno drammatica, più tollerabile e più tollerante della religione, mentre sostiene contro lo schema dell'alterità un'essenziale "continuità kenotica tra Dio e il mondo", Yattimo in fondo cerca di conservare un'immagine positiva della mondanità, un margine esiguo di speranza nel mondo e negli altri. Karl Barth diceva che il mondo "è solo un'orma dell'ira di Dio" (Barth). Per Vattimo, questa "radicale svalutazione della storia mondana" ha il grande difetto di rompere irrimediabilmente il vincolo di tenerezza e amore che dovrebbe unire gli uomini e Dio. Non siamo servi ma amici di Dio. Credere di credere non propugna una religione "facile", ma una fede tranquilla e "amichevole". Amicizia o alterità? Mentre sto scrivendo, i razzi katiuscia degli hetzbollah bersagli ano a intervalli regolari i villaggi di frontiera dell'Alta Galilea. Gli israeliani bombardano il Libano. All'hotel Europa del Cairo, un attentato degli integralisti uccide diciotto turisti greci. Berlusconi e Fini pensano ancora che la parola ateo sia un insulto. Salman Rushdie è ancora condannato a morte. Chi sono gli amici di Dio? Anche se il gergo della filosofia, il linguaggio della teologia, sono artificiosi, vaghi, complicati, spaventosamente distanti del "mondo ordinario dove due più due fa quattro" (Orwell) e dai problemi norrnali della convivenza, poi è sempre la realtà vischiosa del presente a suggerire le scelte più astratte del pensiero, i tempi, i modi, le categorie della riflessione teorica sul mondo. Nel saggio di Vattimo, per esempio, colpisce uno strano cortocircuito, un singolare e grottesco "doppio" movimento. Tra le parole (difficili) della filosofia e le ingombranti testimonianze della storia resta sempre uno scarto, un buco nero. Più in concreto: tra il sereno, personalissimo, "ritorno alla fede" di cui parla Credere di credere e il fenomeno planetario del "ritorno di Dio" c'è un'ostinata, vasta, zona morta, un cono d'ombra. Vattimo è stato rimproverato di non parlare del male, di trascurare il volto "giusto" (e severo) di Dio; i nostri peccati, le sue punizioni. Personalmente, trovo più allarmante un altro aspetto della sua riflessione. Provo a dirlo nel modo più semplice e banale. È opportuno, è utile, prudente, iscrivere oggi la filosofia e la teologia e il legame degli uomini con Dio, nell'orizzonte (ambiguo) dell'amicizia? È sensato parlare di una continuità tra Dio e le cose del mondo? Chi sono, gli amici di Dio? U disincanto del mondo ha tante facce. Giovanni Jervis ha osservato che, nonostante la secolarizzazione, nonostante la "dissoluzione delle grandi utopie laiche", una "parte cospicua dell'umanità" invece di rifiutare le "categorie assolute, ne chiede dosi ancor più massicce" e regredisce verso "l'assolutismo, l'intolleranza ideologica, la negazione stessa della possibilità di esprimere qualsiasi critica". Non è il caso di Vattimo, ovviamente. Ma gli "amici di Dio" - gli integralisti, i bigotti, gli avversari del pensiero critico e della tolleranza, i biechi fanatici del fondamentalismo - forse si sentono autorizzati a predicare e ad agire e a odiare proprio da un sentimento (paranoico) di prossimità, dalla percezione di un legame speciale e privilegiato con i desideri e i pensieri di Dio. Niente di nuovo. Niente di inaudito: la parola "amicizia" può assumere a volte un suono un po' sinistro. Ma non sarebbe meglio, in questo contesto, provare a "ristabilire le distanze", sciogliere questo equivoco condensato di teologia, politica, irrazionalismo, ripristinare almeno nel territorio del pensiero una differenza più netta tra gli uomini e Dio? Non sono un teologo. Non ho una soluzione. Cerco indizi. Semplicemente ipotizzo - intuisco, suppongo - che il linguaggio "dialettico" dell'alterità, il modello teologico di una trascendenza assoluta e senza resti, sia probabilmente meno pericoloso dello schema "debolista" dell'amicizia; meno ambiguo politicamente, più adatto al presente. Cerco indizi, dicevo. Sulla necessità di "ripensare la fede cristiana" proprio attraverso un "principio di alterità" è intervenuto recentemente Armido Rizzi in un (bel) saggio su la Carità (Rizzi, 1995). Rizzi parte da un orizzonte di problemi - la "crisi della modernità", la "secolarizzazione al quadrato", le ambivalenti, controverse, valenze dei "ritorni di Dio" - piuttosto affine al discorso di Vattimo. Ma la sua lettura, la sua interpretazione, sono molto diverse. Per Rizzi, l'intera storia del cristianesimo è attraversata da un errore ermeneutico, da una sorta di strano strabismo autolesionista. Il "messaggio cristiano" è stato incapsulato e congelato dentro un "principio di identità" (Rizzi). Però questa "esigenza di abbracciare dentro un pensiero sguardo il più possibile articolato la totalità del reale", questa tendenza a ricomprendere nell'orbita di un unico logos totalizzante "Dio e la creatu-

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