Linea d'ombra - anno XIV - n. 117 - lug./ago. 1996

TEMPI FACILI GoffredoFofi Nessuna esperienza sembra, in Italia, depositarsi davvero nella coscienza collettiva, divenire spirito e sostanza, acquisizione, lezione morale. Soprattutto da quando, negli anni Settanta, i meccanismi del consenso sono saltati, e la nostra modernità ha preso la strada principale delle divisioni corporative e ci ha tramortiti con la retorica dei diritti. Una morale pubblica non c'è mai stata, nonostante Risorgimento e Resistenza, e ogni volta, dopo ogni insorgenza morale di una minoranza che riusciva per qualche tempo a cogliere i disagi delle maggioranze, tutto ha finito per riaggiustarsi. La sconfitta dei movimenti sociali e culturali giovanili è venuta dal fuori di una non-misteriosa opacità, dal dentro di un'arroganza che credeva distinguersi tramite il settarismo - l'altra faccia del conformismo, della tradizione cattolica e del pensiero comunista (che è stato di molto danno e di breve durata). Se cattolicesimo e comunismo ci ripetevano con i loro modelli di comportamento pubblico e privato che tra le parole e i fatti c'è sempre l'interesse di parte e che le une servono a mascherare gli altri, a essi si reagì con le speculari prepotenze del craxismo e del terrorismo, loro versioni estreme che rompevano equilibri. Da essi è nata, a contrasto con ogni loro aspettativa, la rivolta di massa contro l'eccesso di una politica che violentava gli aggiustamenti abituali, e questo ha riproposto per una brevissima stagione lo spettro della destra (e che destra! quintessenza di cialtronaggine, della prepotenza e della volgarità, come da copione) e ha illuso la sinistra di esistere ancora con valori propri altri da quelli del buon senso dialogante e conciliatorio tra gruppi, attento soprattutto ai gruppi forti e organizzati. Non poteva durare, non è durato; ma oggi l'Ulivo rischia di proporre vecchi modelli come nuovi solo per la sua capacità di mediazione e, benvenuta, di moderazione. Ma a chi insegna qualcosa l'esperienza? Il variegato moto dell'opinione si ritrova attorno a capisaldi che sono, ora, di quieta crescita, non di messa in crisi dell'assetto raggiunto. Il nostro destino sembra essere di nuovo nella scesa a patti e nella trattativa, nel progresso senza avventure o nella difesa del progresso avvenuto; e però oggi senza quelle "sponde" che ieri tenevano e che hanno finito per traballare e cadere: la famiglia, l'identità e cultura di ceto, il senso dei limiti. Media aiutando, si sono ossessivamente comunicati i messaggi soliti del chiacchierio morale a copertura di una immoralità diffusa, dilagata, di cui l'esempio più evidente è stato ed è, per tutte le varie tribù nazionali, il rapporto con le nuove generazioni, l'educazione dei figli, l'irresponsabilità che ce li fa consegnare al futuro nudi e peggiori, e che li usa e abbandona, che li compra e li vende come possesso privato e di diritto per pagare i propri debiti di adulti ad altri adulti, per la propria ansia di avere e apparire. Non c'è estremismo comportamentale che davvero si distingua, se ogni estremismo è specchio di una comune normalità di cui non fa che accentuare i caratteri. Basterà davvero un pacato, per ora, "buon governo", peraltro così cauto e a-progettuale da far dubitare della capacità dei suoi membri di interpretare la melma soggiacente, basterà il risorgere FotoGiuliano Spagnul. delle vecchie maniere a creare altre sponde? C'è da dubitarne. Tanto più che si assiste, sinistra dopo destra, a fasti e fiere di poco diversi, a vanità e imbrogli variamente consociativi, talora con gli stessi cerimonieri televisivi e giornalistici, a una sorta di esibizione culturale cortigiana, sconcertante e disgustante. Addosso e attorno non al centro quanto al potere. Gli intellettuali non stupiscono più, maestri di aggiustamenti di coscienza e di false coscienze, tutti più "liberal" che mai e finalmente più vicini alle stanze dei bottoni, finalmente più contenti, grazie all'Ulivo, di sé: cinghie di trasmissione che si pensano e non sono necessarie, o piuttosto, secondo l'antica dizione, "cani da guardia". Però non c'è molto a cui far la guardia, l'omologazione ha conquistato culturalmente pressoché tutti, in questo OccidenteEuropa tutto sommato ancora felice e, oggi, senza pressioni esterne a mettere in crisi gli equilibri dei ricchi e dei garantiti nei maggiori bisogni. Noi lo sappiamo, non durerà, niente dura ormai a lungo anche se stagione dopo stagione tutto sembra di lunga durata e porta i nostri connazionali a dimenticare rapidamente l'appena ieri e ad adeguarsi rapidamente alla nuova situazione. Niente durerà a lungo, e più che mai ci sarà bisogno, per pochi forse ma vigili e responsabili sulla situazione di tutti, di essere preparati, di "tenere", di non svendersi, di non fidarsi della breve stagione, di essere più che mai curiosi del rapporto tra ieri e domani, tra qui e altrove e tra maggioranza e minoranze (e delle divisioni nella maggioranza, dei ritardi colpevoli delle minoranze). Occorrerà più che mai trasmettere ai nuovi arrivati non un'immagine in più ma una sostanza, una capacità morale dello sguardo e delle pratiche, una variante che non sia una variante ma una salda diversità bensì aperta, dialogante e se necessario provocatoria, della sua stessa minoritaria diversità. Noi non abbiamo bisogno di arrembaggi e cooptazioni. Ma poi, chi ci dovrebbe cooptare, se ci ostiniamo a vedere e a dire e per questo andiamo contro le menzogne istituite e ridondanti della piccola cultura rissosa e conformista delle università, dei media, dell'industria editoriale, delle beghe di clan, delle mode e delle pompose scemenze osannate nel giro viziosissimo di solidarietà di idee tra chi produce crea stampa diffonde difende recensisce stronca ... Non dovremo perdere mai né la nostra serenità né la nostra passione, la felice tensione della nostra veglia.

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