VEDEREL,EGGEREA,SCOLTARE 57 CREDEREDI CREDERE IL"RITORNOD" IDIO VittorioGiacopini "Pare che Dio abbia nuovamente iniziato a occupare un ruolo centrale nella vita pubblica". L'ironia un po' macabra di Salman Rushdie illustra bene l'atmosfera livida del tempo. Il fondamentalismo che prosciuga i cervelli e le coscienze. Il culto isterico della purezza e dell'identità. Il nostro ambiguo "bisogno di consolazione"; la nostra, criminale, ricerca di "assoluti". Gli indizi, pare, sono abbastanza evidenti; i sintomi, abbastanza chiari. Gli antiabortisti sparano ai dottori. Gli integralisti sparano a tutto e a tutti. I santoni new age regalano - a pagamento - un variopinto campionario di pure idiozie. Nel "supermercato dei conforti spirituali" (Jervis), in Bosnia, nelle strade di Algeri o di Theran, nel placido, torbido, letargo del Midwest, Dio è tornato di nuovo sulla terra. La "buona novella" in versione trash. Di un "ritorno", di qualcosa che ricomincia e che rinasce, parla anche Gianni Yattimo in Credere di credere (Garzanti, pp. 105, Lire 15.000). Il pamphlet di Vattimo è un testo breve, onesto, singolarmente comprensibile su un argomento molto difficile, molto complicato. Una confessione - sincera - sulla religione e sulla fede; una riflessione in "prima persona" che oscilla sempre tra l'individuale e il collettivo e il sacro. Vattimo non analizza "il ritorno di Dio". Sobrio rendiconto di un percorso più intimo e sfumato, di un personalissimo itinerario del cuore e della mente, Credere di credere racconta piuttosto un ritorno alla fede. Descrive un'esperienza, un "misto di fatti individuali e collettivi", che in linea di principio ci riguarda tutti. E che coinvolge, anche se in modo immagino molto diverso, anche se per motivi e con tempi diversi, atei e credenti. Credere di credere si muove rigorosamente in un orizzonte senza conversione. Yattimo dice che "nessuno di noi, nella nostra cultura occidentale, e forse in ogni cultura, comincia da zero" in fatto di fede. Che credere è sempre ritornare a credere; che la fede è "sempre la ripresa di un'esperienza in qualche modo già fatta". Nessuna conversione, quindi, nessun ricatto: solo (possibili) ritorni; solo (liberissime) "riprese". Da ateo, questo lo trovo giusto. Non voglio essere catechizzato e mi dà fastidio se cercano di farlo. Ma, ragionando fuori da ogni logica confessionale, fuori da qualsiasi modello tipo "via di Damasco", Vattimo prova mi sembra ad aprire un canale o uno spiraglio di comunicazione, un'occasione di dialogo tra chi crede e chi non crede (più). "Si vede attraverso ciò in cui si crede" (Chiaromonte), e per un credente probabilmente parlare di Dio è anche un modo per raccontare, spiegare e (spero) criticare quest'unico mondo in cui viviamo tutti. Secolarizzazione e incarnazione Il tema cardine di Credere di credere è l'amicizia tra gli uomini e Dio. L'incarnazione come kenosis, "abbassamento" di Dio. Non siamo più servi ma amici di Dio: per Vattimo, il nocciolo elementare di questa scoperta liberatoria si inserisce nello schema teologico e filosofico del discorso sulla "fine della modernità". Soluzione (insperata) di "un personale puzzle filosofico-religioso", Credere di credere rappresenta in effetti il delicato punto di intersezione tra un modello teorico sofisticato (la concezione - per capirci - del "pensiero debole") e un'esperienza esistenziale, un tragitto morale e culturale, una vicenda in fondo anche molto privata. Dato che alcune tesi di Yattimo mi lasciano perplesso, penso sia corretto innanzitutto riassumerle schematicamente. "La chiave di volta di tutto questo discorso è il termine secolarizzazione". Nelle invettive di un certo tipo di preti, nelle lamentele di moralisti, bigotti, politicanti, nelle tetre, asfissianti, litanie di tutti i filistei, "secolarizzazione" è una brutta parola. Per Yattimo "il processo di deriva che slega la civiltà dalle sue origini sacrali", sprigiona e manifesta invece una valenza intrinsecamente positiva; genera opportunità e occasioni e speranze preziose. Anche per la fede. In Resistenza e resa, Dietrich Bonhoeffer aveva osservato con serenità che questa lenta, faticosa, "evoluzione verso la maggiore età del mondo" ci avrebbe forse permesso di fare "piazza pulita di una falsa immagine di Dio". Il "ritrovamento nichilista del cristianesimo" di Credere di credere si muove nella stessa direzione. Provo a semplificare. La modernità è giunta al capolinea. Dal punto di vista del pensiero debole, questo significa (tra mille altre cose) l'evanescenza, l'assottigliamento, il venir meno di quelle "strutture forti" - l'essere, la volontà di potenza, la "ragione", la morale, il logos - sui cui la metafisica oggettiva del1'Occidente aveva costruito praticamente tutte le sue fortune. Nietzsche e Heidegger hanno scritto di un "tramonto dell 'essere". Per Vattimo- meno poeticamente- l'essere si indebolisce. Questo non riguarda soltanto il nostro modo di vedere e pensare e vivere le cose. La storia dell'essere non è la storia di un errore (umano). Succede davvero. L'indebolimento è "il carattere costitutivo dell'essere nell'epoca della fine della metafisica". Per questo Vattimo parla di una "ontologia debole". Il nichilista puro venera nel nulla l'ultimo - fortissimo - assoluto di una metafisica perversa. L'ontologia debole pensa invece in termini dinamici, scorge un processo, una "narrazione", il divenire fluido di un evento nel paesaggio apparentemente immobile dell'identità. Per i fanatici, l'essere è il nulla. Per Yattimo, "qualcosa che costitutivamente si sottrae" il gioco segreto dei nostri sogni a occhi aperti - è "guidata dal filo conduttore della riduzione delle strutture forti". Come si intreccia questo discorso con la religione? Che c'entra la fede? Miracoli della filosofia: la risposta di Vattimo è lineare, scorrevole, anche troppo netta. La critica "debolista" della metafisica, la scoperta che l'Essere "ha una vocazione nichilistica" eccetera, non sono "altro che la trascrizione della dottrina cristiana dell'incarnazione del figlio di Dio". Ecco: il mistero si scioglie; il puzzle si compone. La liquidazione delle "strutture forti" riguarda anche (o soprattutto) la religione. Qui si inserisce la tesi - paolina - della kenosis. Rileggendo Girard, Vattimo vede nell'evento dell'incarnazione - nella sconcertante modestia di Cristo che "non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio" (S. Paolo, Lettera ai filippesi, 2,6), nel sorprendente abbassarsi della divinità - una grande occasione "per liquidare il nesso tra violenza e sacro".
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