Linea d'ombra - anno XIV - n. 117 - lug./ago. 1996

36 ITALIA/BERGER John Berger UNA CASA SUI MONTI SABINI Traduzione di Riccardo Duranti Di lei so di sicuro solo due cose: la prima è che è la madre del mio amico Riccardo e la seconda ve la dirò alla fine. Una stradina polverosa corre lungo il crinale sinuoso di un colle. A volte il pendio da una parte e dall'altra del colle è così scosceso da fargli meritare quasi il nome di monte. La stradina passa attraverso uliveti e vicino a due o tre casette finché arriva all'ultima, che è dove la madre di Riccardo è nata negli anni Venti, all'incirca nel periodo in cui Mussolini s'impadronì del paese, e qui si ferma perché si ferma anche il colle. Qui pare quasi di stare in piedi sulla prua di una nave altissima e lo sguardo si allarga su un mare di colline e valli che arriva fino all'orizzonte. Verso Nord c'è un paese arroccato sula cima di un monte come una fortezza. Nel municipio sono ammucchiati migliaia di documenti che registrano matrimoni, affari, liti, morti, passaggi di proprietà, nascite di figli legittimi e illegittimi, multe pagate, anni di servizio militare svolti, delitti imputati, debiti saldati e non saldati, eppure, con il passare degli anni e l'allontanarsi degli eventi, le scelte feroci fatte in tutte quelle occasioni vengono dimenticate e solo i nomi ricorrenti - dato che tutte le famiglie hanno legami di parentela - solo i nomi ricorrenti mormorano come il mare. La stradina è sempre piena di sorprese perché la terra bruciata dal sole, la breccia, le erbe, i cardi, le lucertole, i fossili di conchiglie marine, la cicoria, i tuoni durante i temporali, l'argento delle foglie d'ulivo bagnate dopo la pioggia e, il giorno dopo, l'immobilità dell'afa del primo pomeriggio che si attacca alle caviglie quando si cammina lungo la stradina, tutti questi avvenimenti sono infiniti come l'infanzia stessa e nessuno di loro può essere tenuto fermo molto a lungo, perché tanto sfugge da una parte e torna il giorno dopo. Mantenere un minimo di ordine tra questi monti ha richiesto il lavoro di generazioni. Oggi gli ulivi rimangono ancora ordinati in file. Alcuni, vicino alle case, sono stati potati in modo che i loro rami seguissero la logica delle dita di una mano aperta. Ma altri crescono senza controllo e le erbacce stanno per seppellire i pendii. Le prime case lungo la stradina sono state rifatte e dipinte di colori mai visti: i colori inventati dopo la scoperta delle vernici sintetiche. Nessuno vive più a lungo questa stradina. I figli più grandi della gente che ci abitava vengono qui nei fine settimana, fanno quello che possono, si riposano un po', raccolgono i fichi quando sono maturi. Ma il lavoro continuo e infinito si è fermato. E l'ultima casa è ormai deserta. La madre di Riccardo l'ha lasciata quando si è sposata, come gli altri figli. I nonni sono rimasti fino a quando sono morti. Sono più di quarant'anni che è vuota. In una delle sue spesse pareti c'è un forno per cuocere il pane. Sotto, la cantina era usata come stalla per la somara e la cavalla. In una stanza al pianterreno c'è un lavandino di cemento e Fotolmagine/G. Neri. dei fornelli per cucinare con le braci prese dal camino. Tutti i giorni, tutti gli anni, ali' ora dei pasti questa piccola stanza era affollata e piena di rumori. Una scala di legno, erta quasi come una scala a pioli, porta di sopra nella stanza dei genitori. Da qui si salta giù in un 'altra stanzetta aggiunta che sembra il castello di prua dove dorme l'equipaggio. Questo castello di prua era la stanza dei bambini e di chiunque altro. Stare dentro questa casa significava stare vicino agli altri. Se si voleva star soli si doveva uscire e arrampicarsi sopra qualche roccia. Appena svegli, si scivolava giù per la scala scoscesa e si correva verso la prua del colle per guardare giù nelle valli. Ogni giorno era lo stesso, eppure diverso. Quando ci si alzava tardi e si andava là fuori, si sentiva alle spalle la cavalla che soffiava facendo tremare le grandi labbra. Da un po' di tempo il peso del tetto della casa ha fatto curvare in fuori le pareti lunghe. Le travi si sono imbarcate. L'umidità, che tormenta la vecchia calce fino a ridurla in polvere, è arrivata dappertutto. Le porte non cadono più a piombo. La casa è salvabile, ma per ripararla ci vogliono un sacco di soldi. Ogni tanto la famiglia ne parla: tutti i figli devono essere d'accordo. Qualcuno di loro andrà mai ad abitare lì? Quando? Come fare a vincere alla lotteria per racimolare abbastanza soldi? Nel frattempo, diciotto mesi fa, la madre di Riccardo ha preso una decisione per conto suo. Si è procurata una pianta di gelsomino. È andata alla casa alla fine della stradina e sulla parete sud, vicino alla porta, l'ha piantata in terra, poi, con un filo di rafia, l'ha legata accuratamente a una canna, in modo che possa resistere al vento e alla pioggia durante i temporali. La pianta sta bene ed è alta una cinquantina di centimetri. E questa è la seconda cosa che so di sicuro. 1996, da Photocopies, di prossima pubblicazione presso Bloomsbury, per gentile concessione dell'autore.

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