Linea d'ombra - anno XIV - n. 117 - lug./ago. 1996

Licastro vicino alla porta. Visto che lasciamo vuoto il posto tra di noi, perché non ti siedi nel sedile di mezzo dalla parte opposta? È una sistemazione di corpi che facilita la conversazione a tre. Per un po' di privacy, Emanuele può chiudere la porta; per una brezza leggera, posso aprire il finestrino; e per un incantevole paesaggio, possiamo contemplare la campagna toscana, le cui virtù ritengo già conosciate: la sua cultura simile a un giardino e la nobiltà del contorno, le valli fertili e le colline delicatamente increspate, la caratteristica abitazione dai tratti umani. Ora, dopo aver immaginato e supposto, presumiamo: di aver fatto le presentazioni, di esserci scambiati informazioni sulle origini e sulla storia. Scopriamo di essere viaggiatori esperti con molti racconti di pericoli e trionfi. "Per non dire di disappunto", ti intrometti. E ti spieghi: "Sono venuto per le opere di Piero, ma la chiesa era chiusa". "Per un motivo", sbotta Licastro, e io annuisco. "Ti racconto," dico, "cosa ci è capitato ad Arezzo". Gli affreschi, come potresti non sapere, sono in un coro dietro l'altare. Quanto è grande il coro? Non molto. Non molto più grande, diciamo, della cappella del Brancacci, benché non sia tanto importante la metratura quadrata, mal' altezza. Il coro dev'essere alto venticinque metri. Gli affreschi sono dipinti a più livelli su tre pareti e nonostante esista una finestra sulla parete posteriore, questa è coperta da un tendone e l'unica luce naturale è il grigio dell'ambiente. Un lampadario elettrico, attaccato al soffitto con un asta metallica, è sospeso a dieci metri dal suolo, ma per attivarlo bisogna inserire una moneta nell'apposita fessura. Per cui, portati una manciata di monete, pezzi da cento lire. E anche un binocolo e una guida. Il binocolo perché i particolari più distanti si vedono difficilmente e la guida per riuscire a seguire la complessa narrazione della LeggendadellaCroceVera. Avremo speso mille lire nel tentativo di seguirla. Non per lesinare soldi alla Chiesa o a quella chiesa - in ogni caso sono piuttosto pochi - ma non mi piace affatto il piccolo cerimoniale della moneta. Come se dovessi propiziarmi qualche dio pagano nella macchina - la fessura è la sua bocca insaziabile - prima di concedermi sessanta secondi per esaminare i suoi tesori! E a parte quello, dopo quaranta o cinquanta di quei secondi comincio a temere che, una volta digerita la mia offerta, sia sul punto di farmi sprofondare ancora nel grigiore, facendomi perdere la concentrazione. Avevo inserito un'altra moneta quando sentin1mo alle nostre spalle un suono stridente: un tubo di metallo si stava disancorando da un'asta di metallo, poi uno schianto di ferro sulla pietra. Il lampadario cadde dove eravamo alcuni attimi prima. Pezzi di vetro schizzarono ai nostri piedi. Indugiavamo vicino alla finestra quando accorsero due uomini: il sagrestano con una scopa e padre Tommaso in veste marrone, fusciacca e sandali. Stava attendendo alle confessioni, e arrivò in tempo per ascoltarne un'altra. "Per poco non ci ammazzava" gridammo quasi all'unisono. Padre Tommaso si dimostrò arguto. "Grazie al cielo, perpoco non vi ammazzava". Nonostante ciò, eravamo i soli nel coro. Eravamo forse, per qualche inconcepibile verso, responsabili? Era ciò che pensava padre Tommaso? "Non abbiamo fatto niente," protestò Emanuele, negando come un ragazzino. Padre Tommaso si dimostrò ironico. "Lo vedo che non avete /atto niente". Ma non ero dell'umore per insinuazioni metafisiche: il ITALIA/POPS 35 grande uccello delle tenebre aveva battuto le ali e noi ne avevamo sentito il vento. "Voglio dire," dissi stupidamente, "siamo innocenti". Padre Tommaso si fece strada tra i vetri e aprì di scatto il tendone. La luce del sole trafisse il coro. "Innocenti!" esclamò. "Basta guardarvi per capire che siete innocenti." Epilogo: Violenza e Virtù; o, La Leggenda della Croce Vera Maradona e Bergomi - quello che siede e quello che sta sdraiato in seguito a uno scontro violento - sono complementari nella postura e nel gesto. Come se la violenza che cancella la differenza avesse cancellato la lealtà locale e nazionale! Come se Maradona e Bergomi fossero ora più leali l'un l'altro che nei confronti della propria squadra o nazione! Eppure la nostra foto suggerisce più di una fedeltà inconsapevole. Le gambe di Bergomi, che coprono quelle di Maradona, sembrano appartenere al torso di Maradona. Come se Maradona e Bergomi non fossero solo fratelli o sosia, ma conniventi segreti di una persona nuova di una razza incrociata, Maradona/Bergomi ! Eppure la nostra foto suggerisce più di una fusione anatomica. Due torsi, che sembrano condividere un paio di gambe, appaiono uniti ai fianchi. Come se Maradona/Bergomi fossero gemelli siamesi! Eppure la nostra foto suggerisce più di un gemellaggio siamese. Gemelli siamesi, ma fratelli rivali. Come se Maradona/Bergomi significasse non solo una rivalità fra corpi ma fra corpi e anima-come-corpo! Bergomi giace sul terreno, supino in casacca azzurra: terra e acqua sono gli elementi sostanziali. Maradona siede in tenuta a strisce bianco nuvola e azzurro cielo, e in quell'azzurro un Adidas alato: l'aria è l' elemento dello spirito. Gli occhi chiusi di Bergomi e la bocca sofferente indicano una consapevolezza del dolore in se stesso; gli occhi aperti di Maradona e la bocca ricettiva indicano una consapevolezza del dolore nell'altro. Eppure la nostra foto suggerisce più di una divisione fraterna. Non solo anima e corpo, ma il passaggio dell'anima dal corpo. Come se Maradona/Bergomi fossero arrivati alla posizione attuale di spazio/tempo in felice accordo con la multiesposizione dell'arte fotografica! Come se l'anima - trascendendo il dolore nel corpo personale - fosse divenuta sensibile al dolore nel corpo del mondo! Mano sulla coscia in segno di autocommiserazione, la pena di Bergomi resta personale. Mano sulla testa in segno di inebetito stupore, negli occhi di Maradona il dolore della vita. Tratto da "Salmagundi", n. 108, 1995

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