Linea d'ombra - anno XIV - n. 117 - lug./ago. 1996

34 ITALIA/POPS che gli altri facessero a me quel che io temevo avrei potuto fare agli altri. "Tre persone che cercano di derubarti," dissi, "ti aprono gli occhi ma ti confondono le idee". La novità di immaginarmi vittima o carnefice o entrambi, turbò le coordinate familiari della mia consapevolezza. Avevo bisogno di dipanare la confusione di quell'insolito pomeriggio. Dovevo mettere ordine, magan scrivendo. Alla stazione cominciai a prendere appunti. "Però una cosa è già chiara" disse Licastro. "Quale?" domandai. "Perché Maradona è il tuo giocatore preferito." Impiegai nove mesi per scrivere, così, prima che finissi, l'estate era già divenuta inverno. "Considerala una prima stesura," dissi, "sono aperto a ogni consiglio" e consegnai il testo a Licastro che, due giorni dopo, me lo restituì. Eravamo seduti sulla pedana di ingresso della sua casa a Buffalo. Le giunchiglie, che fioriscono anche a Roma, stavano fiorendo a ovest dello stato di New York. "Mi è piaciuto" disse, "Molto. Per quello che è." Voltai le spalle alle giunchiglie. "Rispetto a quello che non è" aggiunse. "Sono memorie," dissi. "Di quel giorno in cui tre tizi cercarono di rapinarmi". "Lo so" rispose, "C'ero anch'io. Questo è il suo significato ed è ciò che mi è piaciuto". Quello che Licastro non gradì era il testo soggiacente: avevo fatto del sentimentalismo sul crimine in Italia. Per quanto riguarda Henry James che l'aveva fatto prima di me ... "Mentre J ames inventava l'Italia," affermò Licastro, "l'Italia inventava la mafia". "Che cosa vuol dire?" domandai. "Vuol dire," continuò Emanuele, "che James va bene per quel che fai ma non per quello che potresti fare". Emanuele voleva che io riconoscessi la violenza criminale come un modo di definire il sentimentalismo. Alla presenza delle giunchiglie, disse, avrebbe citato una definizione di mafia secondo Leonardo Sciascia: "Un fiore del male che prospererà finché saranno scritte poesie". "Dove l'ha detto?" chiesi. "L'ha detto," disse Licastro, "o lo disse almeno una volta, durante una conversazione. Nel 1974". Nel 1974 Emanuele pubblicò un saggio sullo scrittore. Ne inviò una copia ali'editore di Sciascia, che lo fece avere ali'autore, il quale rispose invitandolo in Sicilia, se mai Emanuele si fosse trovato su quella che Sciascia chiamava con piacere - passando all'inglese e giocando con Shakespeare - "this blessed isle, this Sicily". Due mesi dopo, avendo proposto un'intervista, Emanuele si trovò davanti a una casa grigia a Palermo. "Più che altro," disse, "parlammo di politica. Gli chiesi delle Brigate Rosse. 'Abbiamo già una banda armata in Sicilia,' rispose, 'non c'è posto per due'". In ogni caso, osservò Sciascia, il vero paragone non era con la mafia, ma con l'Ira. "Oggi per intimorire qualcuno a Roma, gli spari alle gambe. Per intimorire qualcuno a Belfast, gli spari alle ginocchia." Vivendo in "/araway La Merica," Emanuele era al corrente che il terrorismo si era arricchito di due lingue? "Gli inglesi dicono to kneecap, in Italia diciamo gambizzare." Licastro disse che non ne era al corrente ma che non ne fu sorpreso. Aveva sempre pensato che il terrorismo irlandese fosse più efferato di quello italiano. Può anche essere vero, disse Sciascia, ma non era quello il punto. "Il nostro problema non è che l'Italia non sia l'Irlanda, ma che l'Italia non sia l'Italia." "L'Italia," disse Sciascia, "è la Sicilia". Ritorniamo quindi alla mafia, pensò Emanuele, e citò il Prefetto di Ferro, Cesare Mori, l'uomo di ferro di Mussolini che imprigionò migliaia di persone con qualche prova o nessuna ... cosicché il tasso di omicidi in Sicilia precipitò ... finché la guerra finì e crebbe ... "Il fascismo," disse Emanuele, "fermò il serpente ma non lo . " uccise . "In realtà," disse Sciascia, "il serpente non può essere ucci- " so. Intendendo che: l'Italia avrebbe bisogno di una trasformazione di dimensione dantesca per privare la mafia del sostegno locale. Era una trasformazione che non si aspettava. "I.:In/erno rimarrà il nostro parametro dell'orrore," e Sciascia riprese l'iscrizione sopra la Porta dell'Inferno, commentando: "Ciò che ordina ai morti di abbandonare la speranza ricorda ai vivi che il male è invincibile". Intendendo che: la democrazia italiana soffre di una continuità di vittime e di un accorciamento di corpi. "Parlammo," disse Emanuele, "fino all'imbrunire. Mi diede una copia di Il contesto mentre me ne andai". Emanuele andò nel suo studio e prese il libro. "È il mistero di un omicidio", disse passandomelo. "Un investigatore, un omicidio, un altro omicidio ... ma non è quel che pensi. È un antidoto contro il sentimentalismo." Gli dissi che l'avrei letto e, più pertinentemente, che avrei ripreso la mia storia di criminalità minore con una prospettiva più ampia. "Se lo farai," disse Licastro, "fa' anche qualcos'altro: cambia il finale". Il finale che Licastro voleva cambiassi era un lungo paragrafo di autoscoperta. "Ho fatto un segno," disse, e prendendo il manoscritto, saltò all'ultima pagina. Avevamesso tra parentesi un passaggio, sottolineando in rosso il fulcro del suo malcontento: mi ero definito "il connivente segreto di un impulso criminale". "Il secolo è troppo vecchio per conniventi segreti,'' disse, "e tu sei troppo vecchio per impulsi criminali". Licastro non contestava le mie affermazioni, le riteneva solo banali. E non gradiva le autodefinizioni. "Dopotutto, il connivente segreto è un ruolo che abbiamo imparato dai libri tanto tempo fa" disse. "Se è per questo," dissi, "quale ruolo non abbiamo imparato dai libri?" "Ma è proprio quello che sostengo," disse, "e la ragione per cui dobbiamo essere modesti. E poi il crimine è un gioco per ragazzi. Scoprire il lato oscuro a cinquanta o cinquantacinque anni è un po' tardivo". Licastro voleva che rendessi il finale più drammatico. "Racconta che cosa ci è successo ad Arezzo" mi suggerì. Ci eravamo andati da Roma, per vedere il ciclo di affreschi di Piero della Francesca. "Quella è la storia di un viaggiatore, vero?", dissi "Una di quelle che racconti agli altri quando viene il tuo tur- " no . Immaginiamo velocemente di aver appena visto gli affreschi e di essere saliti sul treno per Firenze. Una tipica carrozza di seconda classe: un lungo corridoio da una parte, otto o dieci compartimenti dall'altra, all'interno i sedili disposti l'uno di fronte all'altro. Facciamo conto che io mi sieda accanto al finestrino e

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