hanno dita di velluto", e ci istruì sulle accademie locali, soprattutto nel distretto di San Frediano, dove il borse_ggio è stato tramandato di padre in figlio per duecento anni. "E un mestiere d'abilità," affermò, "come fare il carpentiere o il decoratore. O il pittore. Andate agli Uffizi. Siete stati agli Uffizi? La signora è anche lei pittrice? Bene. Sapete quanti bambini e bambine seguono il proprio padre? I figli del Lorenzetti, del Bellini, del Gentileschi. Se lei riesce a insegnare a un bambino la pittura, allora può insegnargli a borseggiare. È una tradizione civica, non una questione morale". Susan ora vive vicino a Lucca e malgrado il divorzio siamo rimasti amici. L'ultima volta che andai a trovarla mi disse che le avevano rubato il portafoglio. "Ancora" le dissi. "Scusami tanto se do la colpa alla vitti- " ma. "Sarà anche colpa mia, se vuoi," rispose, "ma non posso passare la vita aggrappata alla borsetta. E poi è successo in chiesa. Durante la messa". "Che Dio li aiuti" le dissi ridendo, "figurati che ho appena letto di un tale che nascondeva della cocaina in una madonna?" "In una madonna vuota, sulla tomba di sua madre", aggiunse lei. Parlai di questo nascondiglio sacro a un amico italiano, un avvocato di Bologna. "È una storia strana," mi disse, "ma mi sa che non hai afferrato il concetto". "C'è un concetto da afferrare?" domandai. "Un tizio nasconde della cocaina dove pensa che la polizia non cercherà". "Io penso a qualcosa di più primitivo, qualcosa di più cattolico. Un tizio nasconde della cocaina in una statuetta della madonna non perché sia una statuetta, ma perché è la madonna". "In quel caso" gli dissi, "se la madonna è viva e vegeta, non diventa forse complice? Da un punto di vista legale? O forse non fattorizzate l'intervento sovrannaturale nelle statistiche sul crimine?" "Le statistiche sono sufficientemente accurate, senza invocare il sovrannaturale," e citò il tasso di reati per mille abitanti a Bologna, una cifra così assurdamente bassa che volli sfidarlo. "Secondo me, il numero delle mogli ammazzate dai mariti, dei mariti ammazzati dalle mogli e degli amanti che si sono ammazzati a vicenda è maggiore della cifra che hai citato." "Vedo che tu non comprendi l'Italia" rispose. "Gli omicidi di mogli, mariti e amanti non sono omicidi." "Non sono omicidi?" domandai. "E se non sono omicidi che cosa sono?" "Delitti passionali" mi disse. Senza dubbio, in Italia, alcuni delitti passionali sono commessi da ladri d'amore, ma il mio amico aveva qualcos'altro in mente: gli italiani si uccidono per ragioni comprensibili, se non addirittura giustificabili. "Da noi non esiste il... come lo chiamate ... drive-in shooting?" "Drive-by shooting" lo corressi. "Qui non esiste" disse. "L'Italia non è l'America". I ladri d'amore in Ritratto di signora, sono americani: Serena Merle e Gilbert Osmond, che tradiscono la ricca amica Isabel Archer. I ladri d'amore in Le ali della colomba sono inglesi: Kate Croy e Merton Densher, che tradiscono la ricca amica Milly Theale. Serena, Gilbert, Merton e Kate sono tutti esegeti della consapevolezza e soffrono il disormeggiare del pensiero ITALIA/POPS 31 esegetico dalla percezione morale. Per non parlare dell'azione fisica. Sono tutti troppo presi ad analizzarsi la coscienza per commettere qualcosa di così forte come un delitto fisico o qualcosa di così volgare come un'azione perseguibile. Non si ritroveranno mai in prigione, ma forse in un altro posto, sebbene J ames, con uno splendido scherzo, consegni Mme Merle al suo inferno privato, un aldilà in America. James concede ai suoi anglosassoni l'ambivalenza morale - nonostante Gilbert si sposi per soldi, così come intende fare Merton, entrambi si innamorano della donna che hanno tradito-, ma in Le ali della colomba J ames ci offre anche una visione contraria del furto: umana, solidale, italiana. ("Si vive in Inghilterra," disse in breveJames, "ma si ama in Italia"). Il maggiordomo di Milly Theale non è un ladro d'amore per ragioni di soldi, ma di soldi per ragioni d'amore. Un discepolo del più alto borseggio, Eugenio, "portava sempre una mano italiana ben curata al cuore e affondava l'altra dritta dritta nella tasca [di Milly] e, come lei aveva immediatamente osservato, lui stesso riconosceva che gli calzava come un guanto". Eugenio non agisce per calcolo capitalistico anglosassone, né per gli inganni dell'ottavo girone, e a noi resta la formula jamesiana che ho annotato in precedenza: Eugenio sa che Milly sa che lui ruba (lui è solo una persona schietta), proprio come Milly sa che Eugenio sa che lei lo sa. Ma la formula, stavolta, non risulta in una rottura. Al contrario: "La loro consapevolezza comune aveva rapidamente portato a un legame indistruttibile [e] formato le basi di una relazione felice". Nessuna delle mani di Eugenio, né la vera né quella metaforica, è più veloce dell'occhio di Milly e nemmeno vuole esserlo. Eugenio non inganna e Milly non soffre. In fondo, sono entrambi delle persone ironiche. "In un'occasione le comunicò che lei era, di tutte le clienti della sua gloriosa carriera, quella verso cui il suo interesse era più personale e paterno". Nessun altro farebbe una simile affermazione e nessun'altra ci crederebbe. Poiché Milly ci crede. Eugenio si mette in posa e ci rimane per tutta la vita. Lui troverà il suo posto non nella Divina Commedia, ma nella Commedia dell'arte, e ce lo possiamo immaginare mentre incanta i suoi clienti con "occhi quasi teatrali, come quelli di qualche famoso tenore ormai troppo vecchio per fare l'amore, ma con ancora l'abilità di fare i soldi". Per cui è davvero un bene che la tasca di Milly, contrariamente alla mia, non sia né stretta né fonda. Alla stazione Centrale, alla presenza dei cambiavalute, mi ricordai che volevo cambiare dei soldi. "Emanuele" dissi, "fermiamoci in una banca prima di tornare alla pensione". Ma c'era forse una banca aperta? Il grande orologio della stazione segnava le 14.00. "È troppo presto" disse Emanuele, quindi ci sedemmo un po' in piazza della Repubblica ad ascoltare un gruppo italiano che suonava canzoni americane. Alle 14 e 30 eravamo davanti al Banco di Roma: un display digitale nella vetrina annunciava il tasso di cambio, il che significava - secondo il mio display digitale, la calcolatrice da polso - che duecento dollari americani avrebbero fruttato 284.600 lire, meno la commissione bancaria. Quel pomeriggio eravamo i primi clienti allo sportello. Il passaporto, che una volta tenevo nella tasca laterale, lo estrassi ora dalla piccola sacca che portavo al collo, dov'erano anche i miei traveller's cheques. Un impiegato riportò tutti i numeri relativi in triplice copia prima di indicarmi il cassiere, che piegò gli assegni ed esaminò le triplici copie con un occhio di ferro. L'Uomo dall'Occhio di Ferro. Poi digitò dei numeri su una calcolatrice e prese dal cassetto dei contanti quattro ban-
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