Linea d'ombra - anno XIV - n. 117 - lug./ago. 1996

30 ITALIA/POPS no scoperto me come una volta scoprirono lei, proprio mentre i poliziotti (i miei poliziotti!) hanno perso ogni interesse. I ladri mi scoprirono nell'estate del mio cinquantesimo anno d'età, nella metropolitana romana. Avevo seguito il mio amico Licastro nella carrozza di coda alla fermata del Vaticano dietro una calca di gente, e gli stavo dicendo: "Emanuele, prima di tornare alla pensione ...", quando un uomo grande e grosso con una camicia bianca si infilò tra noi due. Cercai di aggirarlo, ma non riuscii a guadagnare neanche un centimetro, dato che l'uomo dondolava davanti a me, assecondando con le anche il moto del treno. Con lieve disappunto mi appoggiai a una porta scorrevole, immergendomi nel biancore. Non pensavo che fosse un borsaiolo. In realtà non pensavo proprio a nulla finché non sentii una mano felina lungo la coscia sinistra. Mi toccai il portafoglio che avevo sistemato con precisione geometrica in fondo alla tasca - adesso era sfaccettato come un diamante - e avvertii, con esso, la premura di dita umane. Quell'uomo, la cui taglia avrebbe potuto suggerire una certa violenza fisica, stava tentando un reato di scaltrezza! O meglio, l'aveva tentato. Perché se io sentivo le sue dita, di sicuro lui sentiva le mie. E se io poi mi agganciai alla tasca con il pollice, di sicuro lui sapeva perché. Ma non lo guardai in faccia. Non parlai nemmeno. Non potendo certo accusarlo di un reato indimostrabile in una lingua straniera, cos'altro rimaneva da dire? Per di più, assaporavo l'intimità del nostro segreto criFotoGuldbrandsen/GraziaNeri. minoso: sapeva che io sapevo che lui era un borsaiolo e io sapevo che lui sapeva che io sapevo. (Dove ho imparato questa formula di iperconsapevolezza? Da Henry J ames, naturalmente. Mme Merle sa che Isabel conosce il suo segreto, ossia che lei è la madre nubile di Pansy, e Isabel sa che Mme Merle sa che lei sa). Ma io conoscevo anche un segreto che il mio borsaiolo non conosceva: aveva fallito perché io l'avevo preceduto. Come a villa Borghese, così in metropolitana: i miei jeans erano stretti e le mie tasche fonde, e io ero altrettanto stretto e fondo. Alla stazione di Legnano il mio borsaiolo e io eseguimmo una danza circolare, scivolammo entrambi in senso antiorario, finché lui scese sul marciapiede e io avanzai impaziente verso Licastro, chiedendogli: "Emanuele, hai visto quel tizio?" benché stesse guardando proprio lui: un uomo grande e grosso con una camicia bianca e un sorriso smagliante, che misurata la mia sorpresa, sembrava dicesse: "È proprio come stai pensando". Sorrisi anch'io, volendo dire: "Si fa quel che si fa, non è successo niente". Mentre la porta scorreva tra di noi, il mio complice alzò un palmo in saluto romano. Salve e addio! Se in questo aneddoto ho conferito un certo spessore emotivo a un delinquente da quattro soldi, l'ho fatto dietro autorizzazione dell'ispettore Franco Bardi del Quarto distretto di Firenze, a cui mia moglie e io siamo ricorsi dopo aver scoperto che la sua borsetta, né stretta né fonda, era stata rubata sul ponte Vecchio. L'ispettore Bardi apprezzò la professionalità del gesto. "Dovete ricordare" ci disse, "che i nostri borsaioli

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