Linea d'ombra - anno XIV - n. 117 - lug./ago. 1996

QUANTE ITALIE ITALIAEITALIANVIISTDI ALONTANO Martin Pops IMAGINING ITALY Traduzione di Leonardo Dehò Quando ero giovane o, a ogni modo, molto più giovane di adesso, finanzieri, doganieri e agenti Eurail- la gretta burocrazia delle frontiere europee - contestavano spesso la regolarità dei miei documenti e la proprietà dei miei effetti personali. Le contestavano perché scorgevano, o pensavano di scorgere, nelle caratteristiche del mio viso, un profilo astratto: il contrabbandiere, il falsario. Contestavano, in altre parole, il mio atteggiamento colpevole. Naturalmente avevano ragione: sembravo dawero colpevole. Sembravo colpevole perché mi sentivo colpevole e mi sentivo colpevole perché ero colpevole, anche se di nulla di così pittoresco come il contrabbando o la contraffazione. È owio che la colpevolezza era metafisica (la solita solfa!) e, nella mia innocenza, trapelava dall'intimo del mio essere per una specie di azione capillare; colpevolezza che, al cospetto delle autorità, trapelava dal mio aspetto. Pur non conoscendo come questa presenza si traduca nelle numerose lingue europee, so bene come si traduce in dialetto romano, poiché ricordo un incontro con la polizia nell'estate del mio venticinquesimo anno d'età. Ero seduto su una panchina nei giardini di villa Borghese. La pinacoteca non avrebbe aperto prima di venti minuti. Degli scolari, incuranti dell'ora, colpivano di testa un pallone con un certo affiatamento. Mi grattai una guancia ruvida, meditando sul tentativo fallito di farmi crescere la barba. Mentre la berlina blu che avanzava lungo il sentiero pedonale ... si fermò tra me e i ragazzi. Il guidatore, con gli occhiali da sole, allungò un braccio e disse due parole: "Documenti prego!" Mi alzai e sfilai il passaporto da una tasca laterale. L'uomo diede un'occhiata alla copertina, dopodiché sorrise al collega come dire: "È chiaro che è un americano. Li riconosco sempre gli americani, a due o a venti metri". Sembrava avesse vinto a un gioco iniziato in precedenza. Il collega, anche lui con occhiali da sole, non era convinto. Uscì dalla macchina lasciando la portiera aperta: una prerogativa dei poliziotti. Era grande, grosso e autoritario, in camicia sportiva e calzoni. Forse si confrontava a me, in magliettina e jeans. Certamente mi confrontava con l'immagine ben rasata del mio passaporto, trovandomi in difetto. Ed è così che capii come appariva il ritratto della colpevolezza trent'anni fa e, per quanto ne so, come potrebbe apparire tutt'oggi, nei giardini di villa Borghese. "Signor Martin", mi disse, "non si comporti come un arabo". Benché sia in viaggio nella regione araba, Isabel Archer non si comporta come un'araba e nessuno la scambia per tale. Isabel è l'eroina del romanzo di Henry James Ritratto di signora, e il suo problema è che si comporta come un'americana. Dopo essere arrivata in Inghilterra, e in quel paese più che in qualsiasi altro, la donna dichiara le sue intenzioni: essere quella che sembra e sembrare quella che è. Per cui la differenza tra Isabel e me, metafisicamente parlando, è che lei sembra ed è innocente - cos'altro, dopotutto, se non la suprema innocenza potrebbe giustificare la sua dichiarazione? - mentre io sembravo ed ero colpevole. Che è poi il motivo per cui i poliziotti erano interessati a me e i ladri erano interessati a lei. L'ambigua Mme Merle porta Isabel dall'arido Gilbert Osmond, un uomo che ha il doppio dei suoi anni; la porta, cioè, alla rovina. Isabel viene osmondizzata: non solo Gilbert la sposa e si prende i suoi soldi (è un'ereditiera, ora), ma appone il suo suggello alla fantasia della donna. Lei non lo lascia, come si potrebbe supporre, poiché si sentirebbe terribilmente in colpa (sì, colpevole!) se dovesse abbandonare la sua vulnerabile figliastra, Pansy, e perché lei e Gilbert condividono (dato che nessuno dei due condivide con qualcun altro) l'intimità di un amore controverso. Isabel veste invece una corazza difensiva, ciò che J ames chiama un corsetto d'argento. Come l'Uomo nella Maschera di Ferro, lei diventa la Donna nel Corsetto d'Argento. Da allora infelicemente sposata, vivrà a Roma, a palazzo Roccanera, dove ogni giorno sarà un brutto giorno. Ecco Isabel a venticinque anni, alla fine di Ritratto di signora. Ora, rapidamente, immaginiamola a cinquant'anni. Pansy è sposata da tempo, oppure no, nella buona o nella cattiva sorte Gilbert ha settantacinque anni, o forse è morto. E se è morto, forse Isabel ha smesso il corsetto; e comunque era solo una metafora. Magari in una seconda vita, o persino nella seconda vita d'arte, sembrerà ancora una volta quella che è, e sarà quella che sembra. O forse no, non si sa mai. Prendete il mio caso: dopo aver sentito e risentito quella solfa metafisica per venticinque anni, l'ho imparata così bene che ormai passo le frontiere come se fossi invisibile. La colpevolezza è diventata solo un altro dei miei indumenti di ricambio. O, per rovesciare la metafora, la colpevolezza non trapela quasi mai dal bavero della mia casacca. Con un risultato inaspettato: dato che non sono più quel giovane innocente dall'aspetto, e di fatto, colpevole, e che ora sembro innocente come Isabella (anche se non lo sono), i ladri han-

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