28 SU PARISE/NALDINI voracità letteraria. A parte le sue passioni - Tolstoj, Comisso, Maugham, Montale, Gadda -c'erano altre letture? I libri, specie negli ultimi anni, non lo interessavano. In francese, ricordo che scoprì Histoire d' O. Detestava lo snobismo culturale, Adelphi, i saputi ... Eppure lo scrittore che tranquillamente parla del suo "riprovevole disimpegno" è lo stesso che per due anni tiene sul "Corriere" un filo diretto coi lettori. Gli articoli di Parise risponde sono in larga parte impegno civile e studio della società. Non trova ci sia una contraddizione in questo? Io credo che il suo impegno civile Parise lo avesse assolto con Il padrone (premio Viareggio 1965, N.d.R.). Quanto all'idea di certe collaborazioni giornalistiche torno a dire che non va trascurato l'aspetto pratico. Molte trovate di Parise nascevano da esigenze pratiche. Il timore di perdere lo stipendio del "Corriere" era grande: e con questo intendo dire che, prima di pensare a una profonda coscienza intellettuale - estranea alla natura di Parise - bisogna domandarsi se anche quelle risposte ai lettori non fossero una delle sue geniali trovate. Di Guerre politiche colpisce la capacità di fermarsi davanti a quanto di inspiegabile c'è nella sofferenza umana: lo sguardo saggio e dignitoso dei bambini morenti per fame, i caduti vietcong di quindici, sedici anni.C'era unfondo di cattolicesimo in questo? Non credo. Il cattolicesimo di Parise era mescolato ai ricordi dell'infanzia a Vicenza, rielaborati in forma fantastica. Di quel cattolicesimo Parise conservava il lato più felliniano: certo terrorismo cattolico fatto dai preti vicentini ... Parise era pudico nei suoi sentimenti, questo sì. Molte cose lo colpivano e lo commuovevano. C'era chi lo considerava brusco e supponente, ma aveva lati in cui prevaleva qualcosa di umanamente disarmato. Direi che era conquistato poeticamente dalla passione della vita. Sulle motivazioni etiche di Parise voglio insistere. A un !ettore anticlericale che gli scrive accusando di parassitismo preti e monache, risponde con un esempio di pietà: unframmento che colpisce perché è bello quasi come un racconto dei Sillabari. Parise è a casa di un amico medico. È notte e piove. A un certo punto squilla il campanello: è un giovane prete che porta dentro un lenzuolo un bambino mongoloide con gravi ustioni. Dietro il prete c'è la madre, una giovane contadina col volto segnato da una tara familiare dovuta ali' alcolismo. Ecco, conclude il laico Parise, a chi si era rivolta quella madre? Chi aveva soccorso il bambino? Un prete, cioè uno che è stato "educato alla pietà". È un esempio certamente significativo e molto vicino alla sensibilità di Parise. Ma desidero che prenda nota di un altro aneddoto, per precisare meglio quel che dicevo circa l'aspetto pratico di molte decisioni di Parise. Negli anni Sessanta Parise lavora nel cinema e riceve dal produttore De Laurentiis l'incarico di fare un viaggio negli Stati Uniti e di tornare con un 'idea e un trattamento per un film. Parise parte e, in compagnia del regista Pierluigi Polidoro, gira gli Stati Uniti in lungo e in largo a spese di De Laurentiis. Ma non ha nessuna voglia di rispettare gli accordi. Così, al momento di tornare in Italia, non ha scritto nulla e si ritrova come diceva lui "col fuoco al culo". Ecco allora la trovata: una serie di lettere sull'America indirizzate a Vittorio Bonicelli, collaboratore di De Laurentiis e vice direttore di "Tempo Illustrato". Parise credeva che bastassero a soddisfare gli accordi col produttore, che invece andò su tutte le furie. Questo racconta molto bene il personaggio, l'estemporaneità delle sue soluzioni. Di quelle lettere, dopo la morte di Parise, credo si sia anche pensato di fare un libro. Ed è evidente che, senza conoscere l'antefatto, il lettore non capirebbe nulla. La felicità nel!' improvvisazione non contrasta con la libertà di coscienza e l'insofferenza ai dogmi. Ma sostenere il ruolo del!' intellettuale indipendente può essere faticoso: lo era anche per Parise? Certamente il non allineamento gli costava fatica. E, a volte, la sensazione di non essere nel gruppo gli dava incertezza. Torna utile di nuovo il confronto con Pasolini: mentre l'ideologo Pasolini combatteva armato di Marx e Lévi-Strauss, lui doveva fidarsi dell'intuizione e dello stile. Come uno che è gettato in piscina e non sa nuotare. È un fatto però che Parise, come scrittore giornalista, si impegnò molto su temi etici. La responsabilità del!' intellettuale era un argomento di cui parlava? Simili preoccupazioni non gli appartenevano veramente, non erano nel suo tono. Piuttosto, l'impressione mia e di parecchi amici fu che, dopo la morte di Pasolini, Parise cominciasse un po' a pontificare. Come se la sparizione di Pasolini gli avesse lasciato libero uno spazio per affrontare problemi che altrimenti non avrebbe affrontato. Ci fu insomma la sensazione che volesse succedere a Pasolini nel ruolo di maftre à penser del "Corriere della Sera". Parise comunque, se ebbe coscienza di sé come intellettuale, non voleva essere un borghese colto. Ciò che lo doveva distinguere era soltanto lo stile. Non l'essere pro o contro qualcosa. Lo ripeto: non era per natura un engagé. Era una persona che di tutto - di un abito, di un viaggio, di un atteggiamento, della vita - faceva stile. Era il suo unico interesse. Nello stile Pari se vedeva la realizzazione anche etica del!' originalità di una persona: il prete che porta il piccolo ustionato fino dal medico agisce con stile; la battuta detta sulla tomba di Tolstoj davanti ai tetri burocrati è stile. Stile, attenzione. Niente a che vedere con l'estetismo alla Huysmans ...
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