Nico Naldini e PierPaoloPasolini.ArchivioEffigie. ... Infatti. E Parise, che simpatizzava con la difesa disperata del Biafra, poi se ne accorse. E capì che i dirigenti biafrani avevanofatto morire difame centinaia di migliaia di bambini pur di fare notizia. Un tipo di mostruosità "usa e getta" a cui la tv, oggi, ci ha abituati, ma nuovo per allora. Che cosa dava a Parise tanta precisione di sguardo? Quali erano i suoi modelli di giornalismo? I suoi "miti di riferimento", come si dice oggi, sono tre. Hemingway, Truman Capote e Giovanni Comisso. Scrittori giornalisti tutti e tre, e tutti e tre privi del bagaglio finto culturale e di documentazione che contraddistingue molti inviati speciali di quel tempo. Parise come i suoi tre modelli fa piazza pulita dei pregiudizi fidando solo sull'intuito. È un punto che Pari se teorizza: l'attacco diretto sulle cose. Di quei tre miti il più importante è Comisso. È sua la lezione in cui affondare per capire il giornalismo di Parise. Comisso andava con una sensibilità straordinaria: che non era misticismo dello sguardo, ma consapevolezza che coi propri mezzi lo scrittore può descrivere la realtà. Siamo alla cosiddetta antideologia: Alberto Ronchey, a proposito di Guerre Politiche, ha scritto che "fra tanti scrittori ideologici, Parise è uno scrittore naturale", "nemico del quod erat demonstrandum". Rifacciamoci agli anni Settanta, quando Parise scrive i suoi reportage e li pubblica da editori come Feltrinelli e Einaudi: che cosa pensava realmente del predominio ideologico della sinistra? Rispondere equivale a fare un 'illazione. Parise coltiva una sorta di irrazionalismo nei confronti della realtà e della cultura. Fa della sua stessa cultura, selettiva ma scarsamente ramificata, un elemento di forza. Per esempio, legge per tutta la vita Tolstoj, SU PARISE/NALDINI 27 ma diffida di Proust. Il suo antideologismo è una risposta primaria e irrazionale non agli ideologi della sinistra - di cui a Parise non importava un cazzo e che erano eventualmente materia di parodia. Quello che lo teneva in tensione competitiva e polemica era Pasolini. Pasolini sapeva fare magnificamente un sunto ideologico della modernità con forte carattere personale. Un sunto che Parise neppure si sognava di poter fare. Parise, è vero, polemizza con Franco Fortini sullo scrivere chiaro, ma di Fortini veramente non si curava. O meglio provava fastidio per l'impegno culturale di tipo fortiniano non avendo - oso dire - gli strumenti per capirlo fino in fondo. Invece era colpito e tenuto in inferiorità da Pasolini, che dava al taglio ideologico una sferzata personale impareggiabile. A parte questa che è, lo ripeto, un'illazione, Parise si era fabbricato una sua ideologia che ricostruiva in modo semplice ma dinamico il darwinismo. Pari se ha fatto una sola lettura impegnata ed elementare: la teoria darwiniana. E gli elementi che ne ha tratto li applica sempre. Così, mentre Pasolini riproponeva Freud, Lévi-Strauss e i francofortesi, scoperti e rielaborati in modo originale, Parise si era come arroccato. Difendeva la sua possibilità di interpretare il mondo con i rapporti di forza. Questo accadeva nelle relazioni d'amicizia e d'amore, nella letteratura e nel giornalismo. In un articolo del 1974 intitolato Il borghese ideale consigliava ai figli della borghesia con tentazioni di sinistra la militanza nel Pci piuttosto che nelle formazioni extraparlamentari. Ma era andato a Parigi a vedere il Maggio francese in compagnia di Nanni Balestrini. Con che impressioni ne era tornato? Ricordo quel viaggio perché Parise arrivò a casa mia a Milano. Era contagiato, eccitato. Decisamente compreso di un fatto importante. No, non era moralistico: ma Parise, poi, cambiava idea. Nel 1971 eravate insieme a Mosca e Parise poi proseguì arrivando fino in Mongolia. Gli articoli per il "Corriere" non li fece mai, spiegando al direttore, Spadolini, che di comunismo ne aveva visto fin troppo. Come si muoveva Parise in Urss? I giornalisti accreditati a Mosca erano generalmente molto più equipaggiati di Parise sulla storia dell'Unione Sovietica. Considerava me, che avevo allora una passione per Trockij e avevo letto un po' di libri, un pozzo di scienza. E impose che lo accompagnassi. Ci accolse l'italianista e francesista Giorgy Breitburg, un intellettuale raffinato, responsabile, mi pare, di Italia e Francia per conto dell'Unione scrittori. Parise lo strumentalizzava a suo piacimento perché, sempre in omaggio a Darwin, amava impadronirsi delle persone. Grazie a Breitburg, conquistato dal vitalismo di Parise, facevamo tutti i nostri comodi, lasciandoci dietro gli altri giornalisti occidentali. Per esempio, in visita a Jasnaja Poljana, nella casa di Tolstoj, Parise pretende e ottiene da un rigidissimo custode di fare cose vietatissime: come toccare i lini dentro gli armadi. E questo è un esempio del suo giornalismo. Poi, sulla tomba dello scrittore, un semplice tumulo erboso, un luogo incantato dove sostano per ore giovani poeti pensosi, Parise disse: "È così che un aristocratico muore". E lo disse gettando nell'imbarazzo i burocrati che ci accompagnavano ... ma non Breitburg, che si divertì moltissimo. Quali lingue conosceva Parise? Sapeva il francese, che gli serviva un po' dovunque. Poco l'inglese, nonostante un corso full-immersion. Ma non fece mai la vita del letterato e non era un colto nel senso, almeno, in cui lo era Calvino. Parise scrittore e giornalista non dà l'impressione di grande
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